E’ una calda serata d’estate; la gente passeggia tranquilla noncurante di Simone, il mio amico Barbone che ogni tanto mi chiede di fargli compagnia lì nei vicoli della città stanca. Mi avvicino anche questa volta: “Simone, ti vedo pensoso”. Lui mi guarda con i suoi occhi languidi e mi chiede: “Tu che sai raccontare tante cose, regalami un altro sogno perché ho ben poco nella mia povera vita”. Lo osservo mentre gli passo una mano sulla fronte e gli mormoro: “Chiudi gli occhi e riposa, i sogni non seguono quelli che corrono di fretta”. E Simone vola con le sue fantasie, lui che avrebbe sempre voluto viaggiare fin lontano in America, dove la gente sembra tanto felice; le televisioni, le automobili, tutto è più grande e potente. Le strade si perdono all’orizzonte, i grattacieli fanno a gara per salire in alto e dominare il paesaggio circostante…
“Dove credi di essere, guarda dove ti sei seduto!”. Mi sveglio di soprassalto e fisso quella faccia nuova che non ho mai visto nel parco che frequento ogni giorno. “Scusami, ma mi ero appena appisolato” rispondo fissando con curiosità i lineamenti dell’uomo, uno straniero dagli occhi scuri e penetranti così curiosi nella città in cui vivo. “Già, chi dorme non piglia pesci” sentenzia rispondendomi di rimando lo strano individuo. Non posso fare a meno di guardarlo con uno stupore misto a simpatia ma deciso a non lasciargli l’ultima parola: “Questi sono i soliti discorsi da affarista”. “Sei ubriaco? Se tu sapessi pescare salmoni non parleresti così, parola di Lupo solitario!” Mi zittisco: ma dov’è finito il mio parco e chi è quest’uomo? Poi un’intuizione improvvisa che fa sorgere spontanea una domanda: “Ma allora sei un Indiano?” “Oh, si vede che ti manca del fosforo! Il mio nome è Lupo solitario, non ‘indiano’. Voi bianchi ci offendete chiamandoci così”. “Hai qualcosa contro di noi?” chiedo fissandolo nei suoi occhi scuri e decisi. “Io no. Ma i miei antenati vi chiamavano ‘quelli che hanno sempre fame’: quando siete arrivati nella nostra terra volevate tutto. Avete decimato alberi millenari, demolito montagne per cercare l’oro, impedito ai salmoni di risalire i fiumi costruendovi le dighe”. In che strana persona dovevo mai imbattermi, quante sentenze in poche parole… Il pensiero del pesce mi riporta al ricordo del mio primo pranzo alla mensa dei poveri: “Ho mangiato alla mensa ieri, e tu Lupo Solitario?”. Lo straniero mi sbeffeggia un po’ e risponde: “Io invece ho diviso quel che ho trovato nella spazzatura con un procione lavatore, divertendo qualche turista che scattava foto”. Decido allora di aprirgli il mio cuore: “Io sono stato rovinato dalla gente che non pagava il mio lavoro…”. “Già, è un vizio di voi visi pallidi non mantenere la parola. E’ così che noi abbiamo perso le nostre terre”. Non posso fare a meno di ribattere: “Ma non siamo tutti uguali!”. Poi mi fermo ad ammirare il paesaggio attorno: “Avete belle città: grattacieli alti, strade larghe”. Lupo solitario è irremovibile: “Mah, preferivo l’ombra degli alberi che mi rinfrescava d’estate, ora sudo per colpa di quest’asfalto che copre tutto”. Non posso fare a meno di ribattergli: “Vorresti forse ritornare nelle tue capanne?”. Ma Lupo risponde come uno che la sa molto lunga perché molto ha veduto: “Io so come vivevo lì, chi ha costruito questa città invece non lo sa. L’ape vola su tanti fiori, solo così può cogliere il nettare migliore”. No, non posso rassegnarmi al fatto che il progresso venga demolito così facilmente… “Qui non avete più guerre, – gli rispondo – in altre parti del mondo sì”, ma lui mi risponde di rimando: “Le immondizie non vanno scaricate vicino a dove si mangia!” Mi sorprende il puntiglio di Lupo Solitario e rimpiango di non aver cercato prima l’occasione per conoscere gente diversa rimanendo tanti anni sempre lì, in Via di Me Stesso: il mondo è così grande e la vita sembra così corta. “Lupo, credi che vivrò abbastanza per conoscere altra gente come te?” “Sarebbe uno sbaglio se ti ripetessi, è quelli diversi da me che devi capire per crescere come uomo”. Eppure non ne sono ancora convinto: “Saranno sufficienti i miei giorni?” “Simone, rispondi a questa domanda: cosa non sai della tua vita?”. Mi soffermo pensoso, guardando il mio compagno: “Nulla di quando sono nato, né riesco a immaginare quando morirò…” Lupo Solitario sorride: “Ciò di cui non vedi l’inizio né la fine lo definisci immenso, allora non è così forse anche per la nostra vita?” “Ma dove troverò la forza per ricominciare? Sono solo un barbone …” insisto fissandolo. Lupo Solitario mi rassicura subito guardandomi con i suoi occhi caldi e scuri: “Dissotterra i talenti che ti sono stati affidati, conosci te stesso e il mondo che ti circonda”. L’orgoglio mi afferra: “Sei uno straccione quanto me… Cosa vuoi insegnarmi con la vita che fai?” Lupo mi guarda amorevolmente e mi confida: “Chi ha sopportato la tua stessa stanchezza, Simone, conosce la fatica dei tuoi passi, chi ha pianto nelle notti silenziose penetra la tristezza dei tuoi occhi”.
Le mie difese sono allo stremo, ora la mia mente ha bisogno della risposta finale: “Ma chi sei tu per sapere il mio nome senza che te lo dicessi?”
“Sono il tuo sogno desiderato, il grillo parlante nascosto in te. Ora apri gli occhi, Simone: d’ora in poi veglia attento sulla tua vita così che io possa riposare in pace”.
Lodovico Mazzero

