A passo troppo svelto

Sento che è una buona riflessione per tutti noi, in questo tempo…

“L’esploratore Ligabue ama raccontare un aneddoto: dopo una giornata di cammino molto spedito, i portatori si fermarono e, a nessun costo, accettarono di proseguire, prima che passasse almeno un’ora. Stanchezza? No, risposero: era successo che “camminando troppo svelti abbiamo lasciato indietro le nostre anime, ed è meglio aspettare che ci raggiungano” (Luigi Colusso, 1993)

Giù le maschere!

“Ogni uomo viene al mondo simile a un foglio di carta bianca; ma le circostanze e le persone che gli stanno intorno fanno a gara per imbrattare questo foglio e per ricoprirlo di ogni genere di scritte”. (G. I. Gurdjieff)

In queste ultime settimane, giriamo un po’ tutti stralunati, cercando di darci una aria di apparente normalità, come se fossimo sempre vissuti così. E’ un modo umano per affrontare l’ansia e la frustrazione e dare il via a una nuova rassicurante abitudine.

Indossiamo delle mascherine per – dicono – proteggerci dal possibile contagio da Covid-19 di questi mesi, in Italia. C’è chi indossa la classica mascherina azzurra così da non distinguersi troppo, e chi invece ci mette un po’ di vezzo e di creatività e la porta variopinta e di foggia differente. Non cambia la sostanza. Tutti abbiamo delle maschere. Non ci piace. Ci impedisce di respirare. Ci impedisce di vedere l’altro e di farci vedere. Ma, diciamocelo… ci rassicura, anche. Ci protegge. E ci permette anche di nasconderci, finalmente, a occhi inopportuni.

Riflettevo sulla condizione comune alla quale siamo tutti soggetti adesso, perché l’esperienza ha portata planetaria. E mentre lo facevo, mi sono messa a ridere. Ho riso tanto, perché mi sono detta: “Ma noi abbiamo sempre avuto le maschere! Ora semplicemente le … ufficializziamo!”

Ne scrive Gurdjieff. Noi nasciamo carta bianca o meglio tabula rasa, che è una espressione latina con cui si designava la tavoletta cerata usata dai Romani per scrivere, quando era completamente cancellata (quindi disponibile ad essere usata nuovamente). Con quest’espressione, già a partire da Aristotele, si è anche espressa l’idea che l’essere umano nasce senza nulla di innato dal punto di vista conoscitivo. Questo lo rende disponibile in modo prezioso a conoscere il mondo, a viverne le esperienze, a diventare essere umano vero. Ma lo espone anche alle manipolazioni e alle gestioni altrui. Sembra insomma che diventare un Essere Umano Vero significhi riempirsi di ogni esperienza, manipolazione, condizionamento per poi attivare il processo inverso e quindi liberarsene, e ritornare pulito come appena nato. Anche Luigi Pirandello portò il suo contributo alla riflessione sulla comune condizione umana, mettendo in scena a più riprese queste dinamiche, ma in primis nella preziosissima commedia “Uno, nessuno e centomila”. Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione vitalistica della realtà: tutta la realtà è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si irrigidisce, comincia secondo Pirandello a morire. Così avviene per l’uomo: si distacca dall’universale assumendo una forma individuale entro cui si costringe, una maschera, (“persona”) con la quale si presenta a se stesso. Non esiste però la sola forma che l’io dà a se stesso; nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila», quindi «nessuno». Maschere & maschere.

Cosa possiamo fare

E allora? Cosa possiamo fare oggi, così bardati e mascherati e finalmente consapevoli che indossiamo una maschera, né più né meno che tutti gli altri?

Per toglierla, non serve aspettare il Dpcm di turno, serve andare “oltre”.

Ieri ho fatto due esperienze strane, a pochi minuti l’una dall’altra. Ero alla cassa del supermercato, a distanza prevista, con tutte le prescrizioni richieste e stavo raccogliendo la mia spesa nel borsone. La cassiera la conoscevo, una ragazza giovane ma sempre piuttosto sulle sue, con la quale non avevo mai sperimentato un dialogo che fosse più del “buongiorno, buonasera”. Attivava in me la stessa voglia di starmene per i fatti miei e, quindi, la evitavo più che volentieri. In quel momento però, guardandola, ho sentito la mia tristezza per questa prigionia e così, finalmente, ho “sentito” lei. E le ho chiesto, senza tanto pensare, ma spinta da questo sentimento: “Come sta? Sta bene?”. Lei ha alzato gli occhi stupita e mi ha guardata di striscio, bofonchiando qualcosa tipo “insomma, si fa per dire” e si è fatta una risatina stanca. Poi abbiamo parlato di parrucchiere e lei, orgogliosamente, mi ha fatto notare che si era arrangiata da sola. Tutto è finito lì. Ma io ho sentito il suo sollievo, perché era anche il mio. Poi sono uscita e, mentre caricavo la spesa, immersa in questa esperienza, mi sono sentita chiamare. Era lei, con una confezione di panna vegetale in mano che avevo dimenticato. Aveva fatto parecchi metri per raggiungermi e, considerando che era l’unica cassiera all’opera e c’era la fila, mi aveva fatto davvero un piacere. In quel momento, ho capito che le maschere di entrambe erano cadute. Che una maschera finta aveva reso possibile il “contatto”, il legame tra due esseri. E le nostre personalità costruite si erano per un attimo frantumate per lasciar passare l’altro. Ho ringraziato la mia mascherina variopinta.

Poi sono andata in un altro negozio. Noi donne siamo così curiose… Osserviamo come vestono gli altri, a volte siamo anche vanesie e crudeli. Ma non c’è dubbio che ci attrae il nuovo e come trasformarlo in bellezza. Di fronte avevo la commessa più seria e professionale del negozio. Da poco tempo eravamo passate dal lei al tu, ma con momenti altalenanti tra uno e l’altro, ogni volta. Lei è una ragazza vitale, che condivide con me la passione per una bella bocca disegnata da un buon rossetto evidente, ma che ora non si vede naturalmente più. Non appena mi sono trovata di fronte a lei, ho notato immediatamente che aveva cambiato trucco per gli occhi. Ora erano ben segnati, curati e valorizzati. Bellezza pura che non si poteva nascondere. Mentre mi batteva il conto e pagavo, le ho espresso il mio apprezzamento per la scelta che aveva fatto: valorizzare gli occhi, per lasciare che un’altra parte di sé parlasse al posto di tutto il viso, trasmettendo bellezza, cura e individualità. Lei mi ha raccontato – con un “tu” perfetto e senza esitazioni – perché avesse deciso di fare questo e percepivo la sua emozione per essere stata in realtà “vista”. La percepivo perché era la mia, perché da sempre vorrei essere “vista” oltre la mia maschera. Vista nelle mie intenzioni, nelle mie decisioni, nella mia possibilità di scegliere di essere sempre e comunque me stessa, nonostante una maschera. In quel momento, eravamo così prive di maschera da non sentire più quella che indossavamo e che ci impediva di far vedere i nostri gioiosi rossetti.

Io sento che ogni giorno possiamo scegliere come vivere quello che ci accade. Anche adesso, in pieno Coronavirus.

Per andare oltre. E diventare un Essere Umano Vero.

Paola Fantin

“Ah sì?”

Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».

(Racconto Zen)

Risveglio

Verrà giorno in cui gli uomini dovranno scegliere se distruggersi o risvegliarsi. Verrà giorno in cui essi si libereranno dei falsi idoli che essi stessi hanno creato. Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio, comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza: a una mente fallace e menzognera che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui, in questo mondo”. (Giordano Bruno)