Come i mattoni del ponte

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
“Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?” chiede Kublai Kan.
“Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra – risponde Marco- ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge:” Perchè mi parli delle pietre? E solo dell’arco che m’importa.”
Polo risponde: “Senza pietre non c’è arco”

da “Le città invisibili” di Italo Calvino

La storia dei tre pesci

Questa è la storia del lago e dei tre grandi pesci
che ci stavano dentro: uno intelligente,
l’altro mezzo-intelligente,
e il terzo, stupido.

Vennero sulla riva del lago certi pescatori
con le loro reti. I tre pesci li videro.

Il pesce intelligente decise immediatamente di partire,
di fare il lungo, difficile viaggio verso l’oceano.

Lui pensò:
“Non mi consulterò con gli altri due sulla faccenda.
Indebolirebbero solo la mia decisione, perché loro amano
talmente questo posto. Lo chiamano ‘casa’. La loro ignoranza
li terrà fermi qui.”

Il pesce saggio vide gli uomini con le loro reti e disse:
“Me ne vado.”

Il pesce intelligente passò tutto il resto del tempo
in cammino, come un cervo inseguito dai cani,
patì grandi sofferenze, ma finalmente raggiunse
la sicurezza senza confini del mare.

Il pesce mezzo-intelligente pensò:
“La mia guida
è partita. Sarei dovuto andare con lui,
ma non l’ho fatto, e così ho perso la mia via
di fuga.
Ah, se fossi andato via con lui!”

Allora si chiese: “Cosa posso fare per salvarmi
da questi uomini e dalle loro reti? Forse se fingo
di essere già morto!
Raggiungerò la superficie,
e galleggerò come erba secca, affidandomi totalmente
alla corrente. Morire prima della morte.”
E così fece.

Ondeggiò su e giù, inerme,
proprio vicino ai pescatori.

“Guarda un po’! Il pesce più bello e più grosso
è morto.”
Uno degli uomini lo afferrò per la coda,
gli sputò sopra, e lo gettò a terra.

Il pesce rotolò piano piano e si avvicinò segretamente
all’acqua, per poi scivolarci dentro.

Nel frattempo,
il terzo pesce, l’idiota, si agitava saltando
di qua e di là, cercando di salvarsi con la sua agilità
e la sua furbizia.

La rete, naturalmente, alla fine si chiuse
su di lui, e mentre giaceva nel terribile letto
della friggitrice, lui pensò: “Se uscirò da qui,
non vivrò mai più nei limiti di un lago.
La prossima volta, l’oceano! Farò
dell’infinito la mia casa.”

Mawlana Rumi

Jalal ad-Din Rumi, anche conosciuto come Jalāl ad-Dīn Muḥammad Rūmī o Mevlānā in Turchia e come Mawlānā nell’Iran ed Afghanistan, è stato un mistico sufi e poeta persiano. La sua poesia mistica ha un fascino universale, ed è ciò che lo ha reso uno dei più celebri poeti dell’età moderna. Durante la sua vita scrisse una serie prolifica di poesie; le sue opere hanno goduto di una rinascita in questi ultimi anni, così come Rumi, che è diventato uno dei poeti più popolari. Fondatore della confraternita sufi dei “dervisci rotanti” (Mevlevi), è considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana. Alla sua morte i suoi seguaci si organizzarono nell’ordine Mevlevi, con i cui riti tentavano di raggiungere stati meditativi per mezzo di danze rituali. Nonostante egli fosse un sufi ed un grande studioso del Corano, la sua personalità raggiunse e permise il superamento delle divisioni religiose e sociali. Anche durante la sua vita fu noto per la sua visione cosmopolita. Il suo funerale, durato 40 giorni, vide la partecipazione di musulmani, ebrei, cristiani, persiani e greci.

Il Paese dei Balocchi dove la rana cuoce

Inizia un nuovo anno. Tempo di bilanci e di attese speranzose.
Questo 2020 è stato cacciato a suon di calcioni metaforici, senza possibilità di appello.
E sì che ha portato sobrietà, maggiore autenticità, attenzione alle cose importanti, maggior unione tra le famiglie. Umanità ingrata.
La maggior lamentela starebbe nel fatto che, a causa dell’emergenza Covid, avremmo perduto le nostre libertà. Poco importa se l’80% del mondo queste libertà non le ha mai avute. Ci interessano le nostre. E poco importa se abbiamo cominciato a perdere le nostre libertà, quando abbiamo affidato l’etica sociale e personale alle religioni e la nostra indipendenza a una scienza tecnologica che fa tutto al posto nostro. Umanità che si contraddice, volubile.
VI ricordate la storia di Pinocchio? Il burattino di legno che voleva diventare bambino? E’ una cosa strana come tutto quello che ci colpisce da fanciulli, ritorni poi con un senso maggiore quando si è adulti.
Lucignolo e Pinocchio sono ragazzetti che vogliono fare la bella vita senza fatica e in modo egoista (la società occidentale oggi). Vogliono consumare, dilapidare, oziare a dispetto delle ammonizioni ricevute (inquinamento, spreco, disinteresse, arroganza e presunzione, avidità, violenza). Sono ragazzetti antipatici e noiosi (chi ha mai tifato per loro quando, con orrore, si sono trasformati in ciuchini?).
E questo racconto mi rinvia a un’altra favoletta, quella della rana bollita dentro una pentola che quando si accorge di quel che sta accadendo (acqua riscaldata a fuoco lento) è già troppo tardi.
La nostra vita è piena di avvertimenti. Nessuno ha mai detto che Mastro Mangiafuoco sia una gran bella persona. E’ proprio un tipaccio, se ne approfitta, fa gli affaracci suoi, è senza cuore ma diciamocelo: anche i due ragazzetti sono viziati, infantili ed egoisti.
Più che tempo di bilanci, direi dunque che questo dovrebbe essere piuttosto un tempo di ritiro e riflessione, nessuno escluso.
Non è importante quello che ci accade, ma cosa facciamo di quello che ci accade.
Niente paura, però, la buona notizia c’è sempre: Pinocchio è un burattino di legno, metafora dell’essere umano che si evolve e sperimenta.
Possiamo consolarci, se pensiamo che come burattini (o, meglio, uomini mossi dai fili di uno o più burattinai invisibili che li condizionano) possiamo tentare di diventare veri esseri coscienti. Non è detto che ci riusciremo tutti, ma abbiamo buone possibilità. Vicino a noi ci sono ottimi amici, se li sappiamo riconoscere, tra cui la nostra Coscienza – il Grillo parlante – che non ci abbandona mai.
Sapere che non siamo mai stati liberi (il mito della caverna di Platone lo declama inutilmente da secoli, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire) è già una buona buonissima scoperta.
Il buon Gurdjieff, ricordandoci implacabilmente che siamo macchine e niente più, diceva: “Prima di tutto dovete diventare Uno. Ognuno di voi è molti e ha centinaia di ‘io’ e di volontà. Se volete sviluppare una volontà indipendente dovete divenire uno e conscio. Attualmente la nostra volontà appartiene agli ‘io’ e a gruppi di ‘io’ basati su una personalità fra le tante…”
Parlare di libertà della razza umana quindi è una faccenda piuttosto complessa e ben lontana dall’esser vera… Non basta poter andare a un cinema o a sciare o a bere con gli amici per fare di noi uomini liberi. Meditiamo gente, meditiamo….


https://www.youtube.com/watch?v=UilMqssLUKs

Ognuno trova ciò che ha

ognuno-trova

Un giorno, un vecchio saggio era ai bordi di un’oasi di approvvigionamento per cammelli. Si trovava alle porte del del Medio Oriente. Di sovente capitava che si fermassero dei viandanti a chiedere informazioni sul posto. Un giorno, un giovane gli domandò: “Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città?”

Il vecchio saggio rispose con una domanda: “Come erano gli abitanti della città da cui venivi?”
Il giovane disse: “Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là”.
“Così sono gli abitanti di questa città!”, gli rispose il vecchio saggio.

Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all’uomo e gli pose la stessa domanda:
“Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?”
L’uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: “Com’erano gli abitanti della città da cui vieni?”.
“Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!”.
“Anche gli abitanti di questa città sono così!”, rispose il vecchio saggio.

Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all’abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: “Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone? “Figlio mio”, rispose il saggio, “ciascuno porta nel suo cuore ciò che è”.
Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell’altra città,troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perché, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore.

https://www.pomodorozen.com/zen/category/storielle-zen/

A passo troppo svelto

Sento che è una buona riflessione per tutti noi, in questo tempo…

“L’esploratore Ligabue ama raccontare un aneddoto: dopo una giornata di cammino molto spedito, i portatori si fermarono e, a nessun costo, accettarono di proseguire, prima che passasse almeno un’ora. Stanchezza? No, risposero: era successo che “camminando troppo svelti abbiamo lasciato indietro le nostre anime, ed è meglio aspettare che ci raggiungano” (Luigi Colusso, 1993)

Giù le maschere!

“Ogni uomo viene al mondo simile a un foglio di carta bianca; ma le circostanze e le persone che gli stanno intorno fanno a gara per imbrattare questo foglio e per ricoprirlo di ogni genere di scritte”. (G. I. Gurdjieff)

In queste ultime settimane, giriamo un po’ tutti stralunati, cercando di darci una aria di apparente normalità, come se fossimo sempre vissuti così. E’ un modo umano per affrontare l’ansia e la frustrazione e dare il via a una nuova rassicurante abitudine.

Indossiamo delle mascherine per – dicono – proteggerci dal possibile contagio da Covid-19 di questi mesi, in Italia. C’è chi indossa la classica mascherina azzurra così da non distinguersi troppo, e chi invece ci mette un po’ di vezzo e di creatività e la porta variopinta e di foggia differente. Non cambia la sostanza. Tutti abbiamo delle maschere. Non ci piace. Ci impedisce di respirare. Ci impedisce di vedere l’altro e di farci vedere. Ma, diciamocelo… ci rassicura, anche. Ci protegge. E ci permette anche di nasconderci, finalmente, a occhi inopportuni.

Riflettevo sulla condizione comune alla quale siamo tutti soggetti adesso, perché l’esperienza ha portata planetaria. E mentre lo facevo, mi sono messa a ridere. Ho riso tanto, perché mi sono detta: “Ma noi abbiamo sempre avuto le maschere! Ora semplicemente le … ufficializziamo!”

Ne scrive Gurdjieff. Noi nasciamo carta bianca o meglio tabula rasa, che è una espressione latina con cui si designava la tavoletta cerata usata dai Romani per scrivere, quando era completamente cancellata (quindi disponibile ad essere usata nuovamente). Con quest’espressione, già a partire da Aristotele, si è anche espressa l’idea che l’essere umano nasce senza nulla di innato dal punto di vista conoscitivo. Questo lo rende disponibile in modo prezioso a conoscere il mondo, a viverne le esperienze, a diventare essere umano vero. Ma lo espone anche alle manipolazioni e alle gestioni altrui. Sembra insomma che diventare un Essere Umano Vero significhi riempirsi di ogni esperienza, manipolazione, condizionamento per poi attivare il processo inverso e quindi liberarsene, e ritornare pulito come appena nato. Anche Luigi Pirandello portò il suo contributo alla riflessione sulla comune condizione umana, mettendo in scena a più riprese queste dinamiche, ma in primis nella preziosissima commedia “Uno, nessuno e centomila”. Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione vitalistica della realtà: tutta la realtà è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si irrigidisce, comincia secondo Pirandello a morire. Così avviene per l’uomo: si distacca dall’universale assumendo una forma individuale entro cui si costringe, una maschera, (“persona”) con la quale si presenta a se stesso. Non esiste però la sola forma che l’io dà a se stesso; nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l’io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila», quindi «nessuno». Maschere & maschere.

Cosa possiamo fare

E allora? Cosa possiamo fare oggi, così bardati e mascherati e finalmente consapevoli che indossiamo una maschera, né più né meno che tutti gli altri?

Per toglierla, non serve aspettare il Dpcm di turno, serve andare “oltre”.

Ieri ho fatto due esperienze strane, a pochi minuti l’una dall’altra. Ero alla cassa del supermercato, a distanza prevista, con tutte le prescrizioni richieste e stavo raccogliendo la mia spesa nel borsone. La cassiera la conoscevo, una ragazza giovane ma sempre piuttosto sulle sue, con la quale non avevo mai sperimentato un dialogo che fosse più del “buongiorno, buonasera”. Attivava in me la stessa voglia di starmene per i fatti miei e, quindi, la evitavo più che volentieri. In quel momento però, guardandola, ho sentito la mia tristezza per questa prigionia e così, finalmente, ho “sentito” lei. E le ho chiesto, senza tanto pensare, ma spinta da questo sentimento: “Come sta? Sta bene?”. Lei ha alzato gli occhi stupita e mi ha guardata di striscio, bofonchiando qualcosa tipo “insomma, si fa per dire” e si è fatta una risatina stanca. Poi abbiamo parlato di parrucchiere e lei, orgogliosamente, mi ha fatto notare che si era arrangiata da sola. Tutto è finito lì. Ma io ho sentito il suo sollievo, perché era anche il mio. Poi sono uscita e, mentre caricavo la spesa, immersa in questa esperienza, mi sono sentita chiamare. Era lei, con una confezione di panna vegetale in mano che avevo dimenticato. Aveva fatto parecchi metri per raggiungermi e, considerando che era l’unica cassiera all’opera e c’era la fila, mi aveva fatto davvero un piacere. In quel momento, ho capito che le maschere di entrambe erano cadute. Che una maschera finta aveva reso possibile il “contatto”, il legame tra due esseri. E le nostre personalità costruite si erano per un attimo frantumate per lasciar passare l’altro. Ho ringraziato la mia mascherina variopinta.

Poi sono andata in un altro negozio. Noi donne siamo così curiose… Osserviamo come vestono gli altri, a volte siamo anche vanesie e crudeli. Ma non c’è dubbio che ci attrae il nuovo e come trasformarlo in bellezza. Di fronte avevo la commessa più seria e professionale del negozio. Da poco tempo eravamo passate dal lei al tu, ma con momenti altalenanti tra uno e l’altro, ogni volta. Lei è una ragazza vitale, che condivide con me la passione per una bella bocca disegnata da un buon rossetto evidente, ma che ora non si vede naturalmente più. Non appena mi sono trovata di fronte a lei, ho notato immediatamente che aveva cambiato trucco per gli occhi. Ora erano ben segnati, curati e valorizzati. Bellezza pura che non si poteva nascondere. Mentre mi batteva il conto e pagavo, le ho espresso il mio apprezzamento per la scelta che aveva fatto: valorizzare gli occhi, per lasciare che un’altra parte di sé parlasse al posto di tutto il viso, trasmettendo bellezza, cura e individualità. Lei mi ha raccontato – con un “tu” perfetto e senza esitazioni – perché avesse deciso di fare questo e percepivo la sua emozione per essere stata in realtà “vista”. La percepivo perché era la mia, perché da sempre vorrei essere “vista” oltre la mia maschera. Vista nelle mie intenzioni, nelle mie decisioni, nella mia possibilità di scegliere di essere sempre e comunque me stessa, nonostante una maschera. In quel momento, eravamo così prive di maschera da non sentire più quella che indossavamo e che ci impediva di far vedere i nostri gioiosi rossetti.

Io sento che ogni giorno possiamo scegliere come vivere quello che ci accade. Anche adesso, in pieno Coronavirus.

Per andare oltre. E diventare un Essere Umano Vero.

Paola Fantin

Risveglio

Verrà giorno in cui gli uomini dovranno scegliere se distruggersi o risvegliarsi. Verrà giorno in cui essi si libereranno dei falsi idoli che essi stessi hanno creato. Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio, comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza: a una mente fallace e menzognera che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui, in questo mondo”. (Giordano Bruno)

Voce a tutti, diritto inalienabile

Libertà di espressione non significa che quello che tu dirai deve diventare la mia convinzione, né che quello che ti dirò io intende convincerti: quella è persuasione, manipolazione, dominio.

Libertà di espressione significa che chi ha intolleraza al glutine, per usare una metafora, dovrà sempre trovare sulla mensola del supermercato del grano saraceno, miglio, quinoa perché gli fa bene e io glieli devo garantire. E se a te non piacciono, tiri dritto e ti compri quello che preferisci. Oppure cambi supermercato. Non puoi farmi chiudere l’azienda, perché vuoi che tutti mangino quello che mangi tu.

Questa è libertà di espressione.

Garantire spazio e voce a ogni opinione… ci piaccia o no…

Altrimenti vuol dire mettere il bavaglio…

Appunto…

La Peste e il Santo

Un santo egiziano che giaceva in preghiera sul far dell’alba, scorse un fantasma che si dirigeva verso la capitale. “Chi sei?” – “Sono la Peste”. “Dove vai”?” – “Al Cairo”. “Perché?” – “Per uccidere diecimila uomini”. “Non andarci”. – “Sta scritto, è il destino”. “Va’, dunque, ma non ucciderne uno di più”. – (Assentendo) “Obbedirò a ciò che dici”. Dopo che il morbo fu cessato, l’incontro si ripeté. “Da dove vieni?”- “Dal Cairo”. “Quanti ne hai tolti dal mondo?” – “Diecimila, come da tuo ordine”. “Menti. Sono morti in ventimila”. – “Io ne ho uccisi diecimila, è la Paura che ha ucciso gli altri”.

 

Cosa voglio

 

Non voglio perdere di nuovo la meraviglia, con cui oggi ho visto dalla finestra un leprotto scorazzare nel campo vicino…

Non voglio perdere di nuovo lo stupore di occhi che incontrano altri occhi, come usciti da un sepolcro per vedere la luce nell’Altro …

Non voglio perdere di nuovo la segreta e sottile felicità di cercare un contatto piccolo piccolo, ma grande grande…

Non voglio perdere di nuovo il silenzio, accarezzato dal vento…

Non voglio perdere di nuovo la quiete della mente dove si affacciano connessioni con il Cosmo…

 

Infine….

…. oggi …

… è proprio questo che voglio…