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Dice il saggio ...
La troppa sicurezza implica superficialità (Anonimo)

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  • La Marca gioiosa, serenissimo romanzo

    La Marca gioiosa, serenissimo romanzo

    Piero Favero

    Editoria universitaria, Venezia

    Treviso è retta dal fratello minore di Lucifero, Alberico da Romano. Da un anno i due maschi della Famiglia si sono rappacificati: ad Alberico va il dominio sulla città e ad Ezzelino il possesso del castello appena a sud di Treviso. Il fraterno odio che aveva spinto Alberico alla rottura risale a quasi vent’anni fa. Accadde che Ezzelino, avendo suscitato il sospetto di Federico II sul marchese D’Este, indusse l’Imperatore a farsi consegnare in ostaggio l’unico figlio del marchese per condurlo in Puglia quale pegno di fedeltà. In Puglia avrebbe dovuto seguirlo anche la moglie, figlia di Alberico da Romano, e questo fu l’inghippo. Alberico andò su tutte le furie, considerò il fratello colpevole dell’esilio della figlia, abbandonò di colpo l’Imperatore e a sorpresa, con l’aiuto di Biaquino da Camino, s’impadronì di Treviso cogliendo impreparate le guarnigioni. Contro Alberico in quest’ultimo decennio è cresciuto un dissenso che sfocia in precipitose fughe dalla città, un tempo molti nobili trevisani passavano i confini per unirsi al partito del fratello e adesso vanno a Venezia ad organizzare l’opposizione dei fuoriusciti. Aumentando l’esodo, Alberico ha reagito con l’emissione di condanne crudeli come l’amputazione di un piede o di una mano a chiunque tenti di allontanarsi dalla città senza il suo permesso. L’acuta follia della repressione si è concretata rapidamente in confische, stragi ed imprigionamenti, in palazzi e torri rase al suolo. Eppure, tutto ciò non mette in crisi la coesione dei clan familiari, né lo spirito stesso di amicizia fra cittadini ove l’essere amico" comporta precisi obblighi di solidarietà e di aiuto materiale. E’ un qualcosa di troppo connaturato ai Trevisani perché essi vi rinuncino, né per nessuna cosa al mondo rinuncerebbero ai ludi, ai cortei e alle rappresentazioni previste dal ciclo della vita cortese.

    Eccoci alla gran festa del Castello d’Amore, oggi c’è l’attesissimo apice della manifestazione, momento culminante di una preparazione durata lunghi mesi. Il bresciano dai capelli corti si è iscritto con me nella lista della squadra Lombarda che, in competizione con Friulani, Padovani e Veneziani, dovrà dare l’assalto al castelletto. Sono vietati coltelli, corde e bastoni. Il solo tipo di armi concesse ci viene consegnato sotto braccio dentro un cestino: datteri, albicocche, ciliege, susine e noci moscate, nonché molli dolcetti al miele e gentili oggetti contundenti tipo garofani, rose e gigli. L’attesa si fa trepidante, terminate le musiche e i giochi di prestigio mi mescolo alla folla di nobili che, insieme a paggi e damigelle, assistono alla fastosa sfilata delle Arti. Apre il corteo il portabandiera dei Fabbri sorreggendo l’immagine del santo protettore, i figli di Vulcano sfilano inghirlandati al suono delle trombe e mostrano l’elsa decorata delle loro spade; seguono i Pellicciai, avvolti nonostante il caldo in pellicce d’ermellino e di scoiattolo, lussuoso distintivo delle alte cariche; i Setaioli esibiscono drappi di pesante sciamito e veli di zendado; i Lanaioli incedono portando rami d’olivo e cantando i loro allegri ritornelli; e avanti così, i Sarti elegantissimi seguiti dai rudi Conciapelli, a ruota i Pignolati vestiti di fustagno, in pompa magna i Notai; poi, ricoperti di oro e pietre preziose gli Orefici fanno luccicare stupendi gioielli per l’estasi delle dame. Non vedo l’ora che termini il corteo per partire all’assalto del castello ed invece ecco che arrivano i Barbieri con i pettini in mano, i Beccai con i buoi ricoperti di drappi, e una moltitudine infinita di Mugnai, Marangoni, Muratori, e ancora Calzolai, Pizzicagnoli e Strazzaroli. I Carrettieri sembrano chiudere il corteo. Finalmente è finita, dulcis in fundo gli Allevatori di falconi con i loro magnifici esemplari appollaiati sul braccio.

    Il Castelletto è posto fuori le mura poco oltre Porta San Tommaso. Una folla enorme gremisce i prati di una campagna florida e ridente, ai nobili sono invece riservati i palchi ricoperti di drappi. C’è anche Cunizza sessantenne che, morto Bonio per un colpo di spada infertogli durante l’assedio della città, si è risposata con Naimerio di Breganze. Tutt’intorno cala il silenzio: inizia l’appello delle squadre, le compagnie non superano la quindicina di giovani, sono tutti nobili elegantemente bardati e si mettono compatti dietro il vessillo del loro Comune, lo stendardo crociato vale per tutti i Lombardi, il leone di San Marco per i Veneziani, l’aquila gialla in campo blu per gli alti e robusti Friulani. Le pareti del castelletto portano dipinti a colori intensi e brillanti gli scudi delle maggiori casate trevisane e preziosi drappi di seta scendono dalle mura merlate. La costruzione è nel complesso molto raffinata, sembra un castello di sogno appena uscito da una bella favola. Alzo lo sguardo sugli spalti e sulle torri che fortificano gli angoli ma non vedo nessuno, sembra disabitato. Non riesco nemmeno a capire come chicchessia possa esservi entrato, sul muro principale il ponte levatoio è dipinto e nel mio giro di ispezione non ho visto alcun’altra entrata. Ieri la nostra squadra si è allenata a costruire delle piramidi umane a tre e quattro piani, ma lo scalare con destrezza quelle mura alte quasi cinque metri non rimane cosa da poco. Per fortuna, ad attutire i colpi delle cadute c’è uno spesso strato di paglia che circonda le mura. All’interno del castelletto corre una seconda cerchia di mura alte un paio di metri e provviste di finestre ad inferriata, mentre nella torre più alta sventola l’antico e abbandonato gonfalone della città: tre torri nere in campo bianco sopra il tetto a triangolo di un palazzo merlato e due canali che escono dal portone del palazzo. Squillano le trombe e dal castello si levano alte grida. Questa proprio non me l’aspettavo: sugli spalti si affacciano un centinaio di agguerritissime trevisane, le donzelle indossano i loro abiti più belli..."

    Da "La Marca gioiosa, serenissimo romanzo" di Piero Favero Romanzo pubblicato in rete

    (07/07/2000 Tg0-positivo)