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  • Restituiamo il futuro ai giovani

    Restituiamo il futuro ai giovani

    Ci vuole coraggio nel cambiare mentalità e, quindi, approccio verso i giovani

    Non c’è da rimpiangere un passato che non può tornare, ma c’è da costruire. E tanto, anche.

    I giovani rappresentano una grande, decisiva sfida, per la città e per il Paese, a patto che l’interesse per loro non venga inteso in modo riduttivo e settoriale, semplicemente come provvedimenti particolari, ad essi destinati. Il fallimento di molte “politiche per i giovani”, anche quando queste ci sono state, a livello di realtà locali o nazionali nasce proprio dall’aver inteso gli interventi come risposta a segmenti di bisogni. I compartimenti stagni e la parzialità delle iniziative (ora l’istruzione, ora il lavoro, ora la socializzazione) mortificano ogni slancio e ogni prospettiva.

    La città, da questo punto di vista, è impietosa nel proporre le retroazioni non calcolate di un’ apolitica miope: le periferie, i ghetti, le scuole parcheggio, le conseguenze del sabato serra. Ci vuole coraggio nel cambiare mentalità e, quindi, approccio verso i giovani. E insisto su questo sostantivo e lo sottolineo con evidenza, perché tutti sappiamo che l’asettica dizione “questione giovanile” non solo non rende la portata del fenomeno che abbiamo di fronte, ma serve solo a perpetrare una sordità a richiami e sollecitazioni che pagheremo cara, qualora non ci decidessimo a prendere sul serio il futuro.

    E nel mettersi all’opera ci vuole anche una buona dose di umiltà, quella che i “maestri” avevano e coltivavano come fatto naturale. Senza praticarla come vera virtù non avrebbero certo potuto candidarsi a punti di riferimento, guide, esempi. Non è credibile chi ti si presenta senza rendere trasparente la fatica del cammino che egli ha compiuto prima, i segni delle piccole o grandi battaglie affrontate, la tempra rafforzata attraverso i tributi pagati alla ricerca di sé e su di sé, la gioia delle mete raggiunte e insieme il senso delle proporzioni in quanto ogni punto d’arrivo è insieme punto di partenza.

    Ecco, la dimensione della continuità è un patrimonio di valore inestimabile, anche se ne abbiamo al momento smarrito la consapevolezza. Quelle figure di cui sembra si sia perso lo stampo, i “maestri” insisto, hanno potuto vivere le loro esistenze e affrontare le loro prove proprio in quanto alimentavano dentro di loro, nella mente e nel cuore il vissuto di lavorare non solo per loro stessi, ma per qualcosa e per qualcuno che avrebbe raccolto il testimone, sarebbe andato avanti. Forse oggi facciamo poco per i giovani perché il futuro non l’abbiamo dentro noi generazione adulta.

    La precarietà che ragazzi e ragazze vivono è esito delle incertezze e delle instabilità che ci portiamo appresso noi e con le quali li contagiamo. Le insicurezze che, ad esempio, fanno procrastinare negli anni le scelte affettive indirizzandole lungo i binari del “di fatto” e della “reversibilità” sono sintomi agiti dai figli a seguito di malanni dei padri e delle madri: sono la restituzione del malessere che produce una città magari pensata in grande, ma per l’oggi, per l’hic et nunc, di cui godere al massimo e al più presto possibile, da cui prendere il massimo sfruttabile senza nulla restituire.

    E’ chiaro che una città simile non andrebbe avanti, o avrebbe comunque scarse prospettive, qualora prevalesse una modalità tanto ripiegata su se stessi, da far evocare l’antica immagine mitica di Crono che divora i suoi figli, per alludere ai modelli di vita dei molti che puntano solo a una visione economica delle relazioni (che comporta le varianti della carriera, del successo, del mercato, del profitto a tutti i costi), a una concezione liberista della convivenza (con conseguente abbattimento dello Stato sociale in nome del Welfare che vale solo per chi ha i mezzi di procurarsi assistenza, salute, casa, tempo libero), a una presunta inesauribilità delle risorse (acqua, energia, suolo, aria).

    Ma l’esito infausto non è per nulla scontato, anzi: diciamocelo. Non siamo condannati a sopravvivere a noi stessi e, quanto agli altri, “si arrangino”. Anche per rimanere all’immagine di un dato materiale, la storia della terra e la geologia ci insegnano che esistono sempre giacimenti, falde, fiumi carsici da cercare e da esplorare.

    La storia di tanti uomini e di tante donne che poi hanno contribuito a costruire l’Italia libera in molti casi è nata dal caso, da un “eccomi” pronunciato al momento opportuno, quando la causa giusta ha chiamato. Dentro avevano la ricchezza della loro umanità e, in taluni casi, una fede. Dire che la storia si ripete non è luogo comune o un marchio negativo ma l’attestato di un corso. I giovani sono lì a ricordarlo anche a chi non li volesse stare ad ascoltare. Magari tale evoluzione comporterà battaglia. La affronteremo con chi vorrà e ci starà.

    (tratto da Mcl Treviso, marzo 2007)

    (09/03/2007 Tg0-positivo)