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  • Fruttismo e crudismo. La chiave del benessere Autore: Luca Speranza

  • Essere una società socievole

    Essere una società socievole

    Ci vorrebbero 820 anni per vivere tutto quello che ci viene proposto. E a Treviso?

    Alcuni studiosi hanno calcolato che bisognerebbe vivere 820 anni per riuscire a sperimentare tutti i beni, i servizi, le opportunità e i comfort che ci propone l’attuale società. Un’impresa dunque impossibile e inutile vista l’attuale media dell’età umana che, tuttavia, non sembra scoraggiare il frenetico ritmo di vita degli individui, impegnati in una perenne rincorsa all’obiettivo e al benessere.

    A prima vista anche la Marca Trevigiana non sembrerebbe sottrarsi a questa ‘giostra’ dalla quale non si scende mai. Ma è davvero così?

    E’ quanto ha cercato di mettere in evidenza la voluminosa ricerca “Il capitale sociale e reticolare della Marca”, realizzata su un campione di 1.800 soggetti e presentata la scorsa settimana alla presenza del presidente della Provincia Leonardo Muraro, dell’assessore alle Politiche sociali Barbara Trentin, del docente di sociologia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Vittorio Filippi e del responsabile Swg Enzo Risso. Uno sguardo a 360 gradi sulla realtà sociale della Marca reso possibile in maniera chiara e completa, grazie ai contributi del mondo sociale locale e degli enti pubblici (Provincia, Associazioni, Cgil, Cisl, Uil, Ulss 7-8-9, Cooperative, Unindustria, solo per citarne alcuni) che, come Piano Strategico, hanno voluto affrontare dal proprio punto di vista, le problematicità del territorio legate alla famiglia, ai giovani, al volontariato, alla religione, al lavoro e al futuro del territorio.

    L’era del “post Nordest”

    Un’indagine Demos condotta nel 2004 a Vicenza - realtà per molti aspetti simile a Treviso sia sotto il profilo economico che sociale - ha messo in evidenza un veloce deterioramento del grado di soddisfazione della vita, accompagnato da un crescendo di inquietudini e di paure circa il prossimo futuro.

    Su 800 cittadini e 200 imprenditori, il 75% ha dichiarato di non accontentarsi più della ricchezza raggiunta, ma di voler ‘star meglio’ e di desiderare più tempo. La percezione è la stessa per tutti: l’ambiente non è più amico, la delocalizzazione fa paura, nessuno vuole centrali elettriche o impianti di smaltimento rifiuti vicino a casa, l’invecchiamento e l’immigrazione inquietano. I Veneti dunque si interrogano e ammettono finalmente che le risorse non sono inesauribili né lo sono i loro bisogni.

    E’ tempo, come dicono gli esperti, di crescere e di progettare finalmente una ‘società socievole’.

    Treviso: famiglia, tempo libero e welfare

    La famiglia è e continua a essere un punto di riferimento essenziale per almeno il 75% dei Trevigiani. Questo dato, però, si scontra con un buon 74% che ammette la difficoltà comunicativa, i contrasti e peggio ancora il silenzio tra i membri della sua famiglia.

    Per il 35% di essi, di età tra i 35 e i 54 anni, la causa principale di tutto questo è la mancanza di tempo. Meno di un terzo dei matrimoni trevigiani falliscono e la famiglia classica composta da due genitori e un figlio rappresenta, oggi, solo il 44% delle famiglie. “E’ chiaro che se si perde un’ora in auto in colonna o mancano servizi - commenta Muraro – il tempo si riduce ancor più. Bisogna dunque intervenire su questo fronte attraverso il Piano Strategico e i suoi componenti”.

    Per l’anziano trevigiano, invece, servono spazi per il proprio tempo libero, maggiore compagnia a domicilio e luoghi di incontro dove ritrovarsi. Il 58% degli intervistati infatti chiede il potenziamento dell’assistenza domiciliare, ma occorrono anche nuovi spazi e opportunità di incontro e socializzazione (opinione condivisa dal 50% e dal 34% dei rispondenti). In generale, inoltre, essi giudicano in modo positivo i servizi sociali del territorio come il medico di base.

    Sui servizi all’infanzia i trevigiani insoddisfatti rappresentano il 27%, sui servizi agli anziani il 35%, il 39% per gli immigrati, il 40% nella sanità, il 46% nel handicap fino ad arrivare al 48% di insoddisfazione nel campo dei servizi alla famiglia. Le più scontente sono le donne, sempre più divise tra il ritmo del lavoro, la famiglia e la propria vita personale. A tal proposito, bisogna dire che si tratta di una tendenza tutta italiana, visto e considerato che il nostro Paese destina alla famiglia solo il 3.8% della spesa sociale contro l’8.2% della media europea.

    Le paure dei Trevigiani

    E’ in testa alla lista e coinvolge quasi la metà del campione intervistato: ben il 48% teme per il futuro dei figli. Incidenti, malattie, devianze (droga e pedofilia) e incapacità di proporre un modello positivo che l’abbia vinta sui comportamenti presentati da internet e televisione, in particolare, sempre più incontrollabili dalle famiglie. I genitori temono anche per il futuro previdenziale delle proprie creature, ormai fagocitate da un sistema lavorativo precario e temporaneo che non permette un accumulo pensionistico.

    D’altra parte, secondo alcuni calcoli, la situazione non migliorerà: chi è andato in pensione nel 2000 con 35 anni di contributi e 57 di età riceve oggi 2/3 della propria retribuzione, un dipendente che sia stato assunto invece 18 anni fa, tra 17 anni riceverà il 53% dell’ultimo stipendio mentre gli attuali neoassunti ne vedranno meno della metà. Dopo i figli, i Trevigiani temono per la propria salute e per l’assistenza in età anziana. Nel 2030, gli anziani della Marca saranno circa 220 mila e dovranno fare i conti con un welfare pubblico sempre più ristretto e con dei cambiamenti nella struttura familiare tradizionale. Se prima era possibile, infatti, contare sulla solidarietà della famiglia, nel 2040 le ottantenni della Marca avranno meno di tre discendenti a testa su cui far affidamento, senza calcolare nubili e celibi.

    Toccano, infine, sul vivo anche paure come il futuro della società locale e l’insicurezza del vivere. Spaventano poco, invece, disoccupazione – a Treviso del resto il tasso si attesta su di un invidiabile 3.4% (2003) – e solitudine.

    La religione e il suo ruolo attivo

    A livello nazionale si riscontra un lento ma progressivo riavvicinamento alla religione, dovuto al senso di inquietudine che è cresciuto cogli anni nell’uomo, combattuto ora tra il benessere materiale e un nuovo ordine etico, politico, sociale che gli dia punti di riferimento certi. A Treviso, invece, la partecipazione religiosa è vissuta con maggior disimpegno rispetto al resto del Paese: “Il dato va soppesato con attenzione – spiega Risso – Non si può non considerare che, in questa realtà, per effetto dello storico legame con la Chiesa e per il ruolo svolto dalla religione nella dimensione valoriale collettiva, oggi si possa registrare non tanto un affievolirsi del credo, quanto un processo di disincanto”. Nel complesso, però, i dati nazionali e locali non si discostano molto tra loro: le persone che ritengono importanti e si riconoscono in modo deciso nei valori espressi dalla religione cattolica rappresentano il 48% nel Paese e il 43% nella Marca, mentre quasi i due terzi degli italiani (73%) si riconosce e ritiene attuale l’indirizzo della Chiesa, contro il 69% dei Trevigiani. A Treviso, ad allontanarsi dalla partecipazione religiosa sono soprattutto giovani sotto i 25 anni e persone colte, ma chi continua a impegnarsi dichiara di farlo sempre con interesse e motivazione. Fa riflettere invece il motivo dell’allontanamento, la delusione nell’istituzione, che viene segnalata soprattutto da persone impegnate nel volontariato, da donne e da quarantenni.

    Treviso, una società socievole?

    Nella Marca, il volontariato continua a essere una scelta ponderata e impegnata. Il 55% delle persone (rispetto al 35% del dato nazionale) si dedica a una qualche attività no profit. Appartengono a un po’ tutte le fasce di età, hanno titoli di studi e sono lavoratori dipendenti. Quando qualcuno lascia l’attività volontaria scelta, per lo più, lo fa per motivi personali e non per delusione. La ‘socialità’ trevigiana si manifesta poi anche nei rapporti di amicizia. Il 44% degli intervistati ha ammesso di avere molti amici che vanno via via sostituendosi ai parenti. Il 45% infatti ha dichiarato di aver potuto contare proprio sugli amici nei momenti critici della propria esistenza. D’altro canto però gli aggettivi che connotano questi rapporti hanno spesso un sapore amaro: invidia, superficialità, egoismo, individualismo, indifferenza, ipocrisia. Treviso appare dunque nelle sue luci ed ombre: è socievole ma preda della competizione, del senso di inferiorità e del sentirsi inadeguati rispetto agli altri, sentimenti che la rendono inevitabilmente diffidente verso il prossimo: “Treviso si pone come la società contemporanea in generale – ha spiegato Risso – I valori della società consumistica stanno inaridendo i rapporti tra figli e genitori e stanno consumando le persone. In Occidente ormai se ne vedono gli effetti e anche qui”.

    Paola Fantin

    (21/02/2007 Tg0-positivo)