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  • Vie di fuga per il week-end Autore: Bortolotti-Garosci

  • Marie Antoinette

    Marie Antoinette

    Un film per capire meglio cosa succede quando chi governa perde di vista il suo popolo

    Maria Antonietta, sorella del futuro Imperatore Francesco Giuseppe, va in sposa al Delfino di Francia, Luigi XVI, con il beneplacito consenso del nonno di lui, Re Luigi XV, e della madre di lei, l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria.

    E’ ancora giovanissima quando lascia le sue terre e si dirige in Francia, guardata fin da subito con sospetto come ‘l’austriaca’ e ‘la straniera’.

    In questo film - mirabilmente diretto da Sofia Coppola e interpretato dai bravissimi Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Rip Torn, Judy Davis e dalla nostra Asia Argento nelle vesti di Madame Du Barry, favorita di Luigi XV – poco c’entra la politica e poco il contatto col proprio popolo.

    La principessa lascia un’Austria della quale ha conosciuto solo i fasti di corte, mentre gli affari di Stato sono rimasti ben stretti nelle mani della madre e del fratello.

    Arriva in una Francia che sta collassando per il debito pubblico e che avrebbe bisogno di una figura forte che ne prenda in mano le redini. Invece il suo re, Luigi XV, è vecchio e intento alle proprie trame, poco si cura del futuro erede che preferisce dedicarsi alla caccia e al divertimento tipico della sua giovane età. Quando i due principi si incontrano non scatta, come succede per lo più nei matrimoni combinati, alcuna scintilla d’amore ma fin da subito li unisce rispetto, dedizione e complicità in quella condizione di ‘regali prigionieri’ che condividono. Sembrano due giovani del Terzo Millennio e le musiche moderne utilizzate in qua e in là durante i loro spassi e divertimenti ce li fanno sentire ancor più tali. Potrebbero divenire grandi regnanti ma gli adulti che hanno al loro fianco e sopra di loro non sono di alcun esempio, anzi.

    Trame, tresche, pessimi consigli e consiglieri faranno da corollario lungo il corso del breve regno di Luigi XVI, ereditato troppo presto per la prematura morte del nonno. “Dio aiutaci, perché siamo troppo giovani per governare” dirà il giovane Luigi XVI ricevendo la corona.

    Il pubblico in sala assisterà quasi incredulo al precipitarsi degli eventi che poi porteranno la corte di Francia sulla ghigliottina. Vedrà una Maria Antonietta sempre più sola e isolata che si tuffa nelle frivolezze e negli spassi della sua giovane età per sentirsi viva; vedranno il suo desiderio di compiacere la madre che continua anche dall’Austria a dirigere la sua vita, per ottenere un erede maschio. Maria Antonietta è Regina di Francia solo per assicurare la discendenza, rafforzare l’alleanza con l’Austria e salvaguardare la propria posizione. Nulla che abbia a che vedere col popolo o con la sua felicità. Del popolo si occupa il giovane, sentimentale e debole Luigi XVI che sceglie sempre pessimamente, perché incapace di governare: “Maestà, non possiamo continuare a inviare soldi agli americani perché il popolo ha fame”, ammonisce un cauto consigliere con una frase che anche oggi fa riflettere e che non sembra esser stata inserita casualmente. “Continueremo a inviar loro i nostri soldi”, risponde il re mal consigliato, nulla sapendo dei bisogni del proprio popolo che non ha mai incontrato, chiuso nei fasti di Versailles.

    Solo lo spettatore sa che la corte di Francia siede su di una polveriera pronta a scoppiare.

    Maria Antonietta è passata alla storia per la sua civetteria, la sua superficialità e il suo scialacquare. Il film invece riesce a entrare sin dentro il suo animo e le sue speranze, dimostrando come questo suo atteggiarsi fosse il frutto dell’adattamento a una corte che la voleva fatua e sciocca, negandole qualsiasi legame profondo e utile alla crescita personale cui aspirava.

    In realtà la regina appare in tutta la sua grandezza d’animo quando, di fronte alla possibilità di fuggire e mettersi in salvo attesa di certo dal suo amante il Conte di Fersen, si schiera dalla parte del re, garantendogli la sua presenza e il suo affetto, sino alla fine.

    In questo sta tutta la sua regalità e la sua forza, doti che troppe donne di ogni tempo non hanno potuto esercitare perché costrette ad adattarsi a un ruolo sottomesso e di apparenza.

    Il film induce anche a una profonda riflessione sulla vita condotta dai Paesi Occidentali sviluppati.

    I loro sprechi, le loro vacuità, le loro superficialità vengono ogni giorno osservate con attenzione da chi da questo mondo è escluso e chi prima o poi si presenterà per chiedere il conto.

    Senza una guida lungimirante condotta da principi puri e volontà di cambiare per il bene di tutti, c’è il rischio che questi derelitti non si presentino bussando, ma agitando forche e bastoni.

    Paola Fantin

    (27/11/2006 Tg0-positivo)