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Dice il saggio ...
Per quanto bene dicano di noi stessi, non ci diranno mai nulla che già non sappiamo (La Rochefoucauld)

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  • Dare voce a chi non ne ha

    Dare voce a chi non ne ha

    A Treviso una tavolta rotonda con le testimonianze di chi vive la malattia mentale

    Dare voce a chi non ne ha, per raccoglierne le emozioni e farne proprie le esperienze. E’ quanto si è proposto l’insolito incontro organizzato dall'Associazione dei Familiari "Progetto Ulisse" il 4 e il 5 ottobre scorsi a Treviso, col patrocinio di Comune e Provincia. Al tavolo dei relatori infatti, questa volta, c’era chi in genere siede tra il pubblico e assiste: gli stessi malati mentali, utenti di vari servizi Usl (Treviso, Mogliano, Oderzo e Musano) o inseriti in alcune cooperative del territorio. Proprio a loro sono state dedicate le due giornate di confronto e approfondimento, che hanno visto alternarsi alla tavola dei relatori anche il dottor Gerardo Favaretto, nuovo direttore del Dipartimento mentale dell'Usl 9, il sociologo Giuseppe Manzato, Angelo Bonfanti (presidente della cooperativa Solco), Antonio Durante (responsabile del consorzio Altamira) e Roberto Lezzi (responsabile del Centro salute mentale Treviso centro), coordinati dalla giornalista Laura Simeoni. L’obiettivo era ascoltare dalla voce dei diretti interessati quali sono i benefici e le difficoltà del cammino di vita che stanno percorrendo, fare il quadro della situazione odierna nell’Uls 9 e illustrare le possibili nuove strategie atte a favorire l’inserimento dei malati mentali nel mondo professionale e civile.

    A tutti potrebbe capitare…

    La depressione non è una malattia che capita solo a gli altri. Si è calcolato che nel 2010 la depressione sarà la seconda malattia dei Paesi Occidentali. Sappiamo anche che il suicidio è la seconda causa di morte nei giovani e che in tutto questo malessere cominciano a cadere vittime anche nuovi abitanti del nostro territorio, i cittadini immigrati. Raccontare la propria storia senza essere giudicati dall’alto, trovare un lavoro in cui sentirsi utile, condividere le proprie emozioni e impressioni con gli altri può essere davvero di grande aiuto, come ha dimostrato l’importante lavoro svolto dal “Progetto Ulisse” in questa due giorni di confronto.

    Finire in un buco

    “Mi chiamo Nicola e l’anno scorso sono finito in un buco. Soffrivo di disperazione continua e forte crisi d’ansia in comunità. Faticavo ad accettare i consigli. Questa esperienza ora mi ha aiutato a crescere: ho perduto dei chili, la pressione arteriosa è tornata normale, ora prendo anche l’autobus. Non vuol dire che sono guarito ma che ho strumenti in più, oltre alle medicine, per controllarmi. Sento di aver fondato una casa sulla roccia. Il centro di Musano è stato per me un incubo che poi si è sciolto. Ho imparato ad abbassare la testa e ad ascoltare. La differenza tra prima e oggi è abissale ed è meglio così perché vuol dire che la realtà di Musano mi ha fatto bene. Mi hanno detto che sono stato bravo ma bravi sono stati anche gli specialisti e tutti i vecchi medici che ho incontrato. Ora spero solo di riuscire a lavorare, se mi daranno da lavorare. Intanto scrivo poesie e dipingo e ne ho soddisfazione”.

    Paura per il domani

    “Mi chiamo Isabella e da quest’anno sono nella Cooperativa Capogiro. Siamo in 11 e facciamo lavori di sartoria. Si tratta della mia prima esperienza di lavoro ed è positiva perché sto in mezzo agli altri per condividere le idee. Ho anche più cose di cui parlare con la mamma e la zia. Nel tempo libero frequento anche il gruppo Liberamente dove passo del tempo con altri ragazzi e ragazze. Ho però paura per un domani, paura di non riuscire a mantenere il lavoro”.

    Lavorare per riprendere a vivere il quotidiano

    “Mi chiamo Sabrina e anch’io lavoro alla Cooperativa Capogiro. Il lavoro per me è molto importante perché da valore a quello che faccio. Durante la malattia, non mi sentivo più in grado di fare le cose. Il lavoro è adesso un’occasione per riprendere il ritmo regolare. Mi sento spontanea e generalmente accettata dalle colleghe. Ma questo è un periodo di formazione e non riesco ancora a immaginare quale potrà essere il mio futuro lavorativo. Dialogando e stando con altre persone mi sento più gioiosa e le soluzioni mi appaiono come luci nella nebbia”.

    Altre testimonianze

    “Mi chiamo Mauro e sono un malato mentale, ma ho molto da dare e per fortuna ho trovato finalmente delle persone che non mi considerano un numero o una cartella sanitaria”. Non è facile prendere coscienza della malattia, accettare le cure, aver a che fare con medici e specialisti che mettono a soqquadro la propria vita. Né è facile tantomeno rientrare nella vita di tutti i giorni, trovare un lavoro, riprendere un ritmo regolare: ne hanno parlato Mauro e Giancarlo inseriti della cooperativa Alternativa Ambiente ma anche Marco e Christian che operano presso "Il Solco". Trovare un’occupazione diventa infatti la chiave per guarire, perché permette di sentirsi utili e di esprimere il proprio mondo interiore, attraverso manualità e creatività. “Non avevo più voglia di vivere, poi ho incontrato persone speciali che mi hanno fatto cambiare idea e oggi sono qui”. Un’esperienza felice quella di Emma, 70 anni, avviata presso Casa Calamai dell'Usl 9. Seguita dagli operatori dell'Usl 9, Emma ha aperto oggi a casa propria un laboratorio di sartoria e pittura su stoffa, coinvolgendo altre utenti di Casa Calamai.

    Socialità e lavoro

    “I malati hanno raccontato come vanno le cose nelle cooperative e nei loro gruppi – ci riferisce Maria Franconetti, presidente di "Progetto Ulisse" – I malati hanno trovato beneficio da questa esperienza perché hanno utilizzato una via di comunicazione per esprimersi. Chi lavora ed è nei gruppi si trova bene e si avvia verso la guarigione. Per loro era già un avvenimento esser qui, a prescindere dal fatto che hanno parlato tra loro. Erano davvero pieni di parole. Questi due giorni sono stati per noi anche l’occasione per lanciare il nostro messaggio: bisogna rivolgere l’attenzione al malato lavoratore e dargli delle possibilità. E per far questo serve sì una normativa ad hoc da parte delle istituzioni, ma anche un lavoro che sia tale, un lavoro vero. Queste persone non possono vivere con 160 euro al mese, perché questo prendono nella fase di apprendimento. E dopo?”.

    “Tante persone aspettano un lavoro da anni – racconta Emma, una testimone in sala -, magari lo si trovasse nelle cooperative. Sono in tanti a chiederlo ma non c’è, non si trova o non si fa nulla per risolvere questo problema”. Il lavoro, insomma, non serve a far passare il tempo, ma per dare gli strumenti necessari al reinserimento di queste persone nella società da cui si sono, momentaneamente, appartate: “Arrivano attraverso i Centri di salute mentale – racconta Angelo Bonfanti, presidente della cooperativa Solco -, situazioni gravi per le quali dobbiamo creare un percorso riabilitativo e formativo. Per me sono persone con problemi mentali, non malati mentali. Li trattiamo per questo come noi, con le limitazioni che impongono i loro casi certo, ma come noi. La nostra cooperativa lavora per il settore industriale e quando ci entri sembra di entrare in un’azienda a tutti gli effetti. Sappiamo coniugare i limiti con i risultati, magari con un rendimento minore, ma con una qualità pari. E’ un fatto però che non possiamo continuare ad andare avanti da soli, serve un supporto nel territorio, la collettività deve assumersi questa responsabilità”.

    Essere attivi protagonisti

    Qualcosa di nuovo, proprio nel corso della due giorni, si è intanto verificato. Per la prima volta gli utenti entreranno a far parte del Consiglio di Dipartimento di salute mentale dell'Usl 9, con diritto di voto come tutti gli altri. La novità è stata anticipata dal dottor Gerardo Favaretto relatore al convegno e nuovo direttore del Dipartimento. Una scelta molto importante che coinvolgerà i rappresentanti individuati tra i 4 mila utenti seguiti dai servizi socio-sanitari trevigiani e che è già stata inserita nel nuovo regolamento dipartimentale, approvato nei giorni scorsi. Ma perché questa decisione? “Semplicemente perché in Consiglio devono poter esprimere il proprio parere e avere il potere contrattuale per farlo – ci ha spiegato il dottor Favaretto – Vogliamo favorire la partecipazione diretta degli utenti perché essi vivono di persona queste situazioni e devono poter avere gli strumenti per operare insieme a noi, da protagonisti”. Una linea di condotta che il nuovo direttore ha deciso di adottare, avviando anche altre iniziative in tal senso: “Vogliamo combattere il pregiudizio, uno degli ostacoli maggiori, e lo faremo per esempio il 5 dicembre prossimo, in occasione di una giornata nazionale dedicata a queste tematiche. Ma ci attiveremo anche attraverso i centri di aggregazione per promuovere il protagonismo dei pazienti così come attraverso le scuole, per creare una rete. Alla base di tutto, c’è la necessità di fondare una cultura di solidarietà e di partecipazione”.

    Paola Fantin

    (25/10/2006 Tg0-positivo)