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Dice il saggio ...
La bontà è un linguaggio che i sordi possono sentire e i ciechi possono leggere (M.Twain)

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  • Il manuale del primo soccorso del cane e del gatto Autore: Marco Benedet

  • "Massacro a Mazar" e "Jenin... Jenin"

    "Massacro a Mazar" e "Jenin... Jenin"

    Due film su la guerra asimmetrica di Busharon

    Asimmetrica, non convenzionale, globale, permanente, preventiva,...

    Gli addetti ai lavori da tempo si sbizzarriscono nell'offrirci le definizioni più originali della Guerra che già sta segnando questo XXI secolo. Ma ogni tentativo si rivela, a mio avviso, parziale perché in realtà "non ci sono parole per descrivere... l'orrore...", come mormora in punto di morte il Kurtz di Conrad/Coppola, definitivamente consapevole di essere stato ad un tempo strumento e vittima della barbarie colonialista (1).

    È indescrivibile l'orrore mostrato, meglio, suggerito dalle incerte riprese di due apprendisti filmmaker, i fratelli Jules e Gedeon Naudet, che l'11 settembre 2001 si trovavano a poche centinaia di metri dal World Trade Center intenti a girare un documentario sui vigili del fuoco di NY. Quegli stessi allegri e spavaldi giovanottoni ipernutriti e ipermuscolari, ciascuno in attesa del proprio "inferno di cristallo"(2) ma rassegnati per lo più ai fornelli dove sul fuoco sfrigolano sempre enormi bistecche, li ritroviamo attoniti e impotenti nell'atrio della Torre 1. La baldanza di un attimo prima è già spenta dai sordi ma violentissimi tonfi che provengono dai terrazzi, il rumore dell'impatto dei corpi di chi si è lanciato pur di sfuggire alle fiamme... Poi un rombo, forte e sinistro, e tutta quella polvere da disintegrazione, sottile e funebre(3)... tremila vittime, persone inermi, impastate con le macerie...

    Solo qualche giorno più tardi, nel presentare al Congresso il rapporto sulla Quadriennal Defense Review, il segretario della Difesa Donald Rumsfeld dichiarò che, di fronte ad un nemico che "non combatte in maniera leale"(4), la "asimmetria" deve costituire la logica di base della nuova dottrina militare degli Stati Uniti.

    Cosa intendeva il buon Rumsfeld esprimendo questo concetto "nuovo di pacca"?

    Semplicemente che gli USA (una iperpotenza che raggiunge da sola il 35% delle spese militari mondiali, il 50% di quelle per la ricerca e lo sviluppo bellico e che detiene il 60% del mercato dell'esportazione di armamenti) intendono, per dirla con il consigliere più autorevole di Bush, Condoleeza Rice, "capitalizzare le opportunità" scaturite dalla tragedia dell'11 settembre(5). Questa riuscitissima versione della "Operazione Northwoods"(6) (e non mi addentro nella disamina del ruolo dell'amministrazione Bush nell'attacco dell'11 settembre, rinviando ancora una volta all'esauriente indagine svolta da Nafeez Mosaddeq Ahmed in "Guerra alla libertà", Fazi Editore) ha avuto come scopo di "sdoganare definitivamente, e in barba al diritto umanitario e internazionale, certi metodi di aggressione, prevenzione e deterrenza non ortodossi, metodi non rivendicabili prima dell'11 settembre, come per esempio l'assassinio 'mirato' di leader stranieri" (che Israele, la longa manus statunitense in Medio Oriente, già applica con successo ormai da una trentina d'anni - ndr) "Gli interventi americani all'estero ormai supereranno un nuovo limite di violenza"(7).

    La novità sta tutta qua, perché per il resto già Teddy Roosevelt, nel lontano 1904, dichiarava di fronte al Congresso: "Malefatte croniche o un'impotenza che minacci la società civile possono richiedere in ultima analisi l'intervento di una nazione progredita. L'America può essere costretta, nei casi più flagranti, a esercitare i poteri di una polizia internazionale" e, qualche anno più tardi, il suo ministro della Giustizia, Philander Knox, a proposito dell'intervento dei marines a Panama (nel 1908 era già il terzo, l'ultimo, nel 1989, è stato il nono) precisava "Signor presidente, non permetta che una grande impresa come questa sia offuscata dalla legalità"(8).

    Bush e i suoi consiglieri non hanno inventato nulla.

    Per quanto poi riguarda l'aggettivo "asimmetrico" che viene usato, sostanzialmente al posto del più esplicito "vigliacco", per definire il devastante attacco terrorista al WTC, vorrei che Rumsfeld provasse a spiegare la presunta novità di tale concetto alle vittime di tante "asimmetrie" statunitensi in Giappone (1945), Corea (1950-53... e pare che ci risiamo!), Vietnam (1960-1975), Indonesia (1965), Cile (1973), El Salvador (1981-1992), Nicaragua (1981-1990), Panama (1989-1990), Iraq (1991-?), Ex Yugoslavia (1999), Afghanistan (2001)...

    Almeno i più "pragmatici" israeliani non si baloccano con le definizioni ma è dal 1948, se non da prima, che sperimentano sempre nuove "asimmetrie" sulla pelle dei palestinesi.

    Il fatto è che quando il terrorismo è di Stato, istituzionalizzato, diventa come d'incanto "simmetrico" ed è quindi cosa buona e giusta.

    Mazar-I-Jenin

    "Le ossa sono già sbiancate, come se fossero là da secoli. Eppure questi resti umani datano solo pochi mesi. Sono quanto rimane di alcune migliaia di uomini che contavano sulla tutela della Convenzione di Ginevra, e invece sono morti in circostanze spaventose, alcuni per asfissia, altri vittime di esecuzioni sommarie" - Jamie Doran, Gli inconfessabili massacri afghani (Le Monde Diplomatique, settembre 2002)

    "Sono entrato clandestinamente, e solo chi è stato lì può capire fino in fondo cosa è accaduto realmente. Il terrore della gente e l'intenzione di distruggere tutto, di uccidere da parte di una macchina da guerra che stava attaccando un piccolo campo profughi. Non voglio essere aggressivo nelle mie frasi ma è stato un massacro. Riprendere era molto difficile, i militari entravano e uscivano, circondavano tutto. Dentro potevi vedere la tragedia negli occhi dei sopravvissuti, sono stati giorni molto duri per me e non come palestinese ma da essere umano. Ero sconvolto, mi chiedevo continuamente come fosse possibile che un uomo facesse questo a un altro uomo, come fosse possibile tanta crudeltà." - Le cineprese clandestine della Palestina. Intervista a Mohammad Bakri, di Cristina Piccino (Il Manifesto - 15 giugno 2002)

    Oltre alle immagini dei fratelli Naudet, un'altra occasione per assaggiare visivamente l'orrore che, a meno di un poco probabile rinsavimento generale, ci accompagnerà in questo XXI secolo ci è offerta dai documentari "Massacro a Mazar", di Jamie Doran e Najibullah Quaraishi, e "Jenin... Jenin", di Mohammad Bakri. Si tratta di due lavori molto diversi tra loro ma ugualmente straordinari.

    Il primo mostra la complicità dei militari americani nel massacro di quasi tremila prigionieri taliban arresisi dopo la caduta di Kunduz, alla fine di novembre del 2001. Grande sconcerto al Parlamento europeo di Strasburgo, dove "Massacro a Mazar" è stato presentato in anteprima. Grande imbarazzo del governo statunitense. Non si può ignorare un reportage così convincente, rigoroso, così anglosassone... e poi l'irlandese Doran, autore di importanti inchieste sui desaparecidos in Cile e sul regime birmano, è un regista veterano della BBC... E cosa dire del suo collaboratore, quel tale Quaraishi che ha rischiato parecchie volte la pelle durante le riprese e che è stato anche insignito di un premio per il reportage più pericoloso? Boh, non viene quasi mai citato nelle recensioni e nei commenti al film... Di dov'è? Afghanistan?!? Ah, beh...

    Il secondo documentario descrive gli effetti, sulle cose e sulle persone, della prolungata aggressione israeliana alla città palestinese di Jenin, nel nord della Cisgiordania. L'attacco, durato per tutta la prima metà dello scorso aprile, si è concluso con la distruzione totale del quartiere centrale del campo profughi, un chilometro quadrato fitto fitto di abitazioni in cui vivevano stipate circa 15.000 persone. Dopo i massicci bombardamenti effettuati dai giganteschi tank Merkava e dagli elicotteri Cobra (che, con i micidiali Apache Longbow della Boeing, sono venduti ad Israele dall'"amico americano" in numero sempre crescente(9), sono stati i mastodontici CATerpillar blindati (anch'essi di fabbricazione statunitense) a spianare tutto ciò che era rimasto ancora in piedi. L'effetto finale non differisce molto dall'ammasso contorto di metallo e cemento a Ground Zero: centinaia di vittime, in maggioranza persone inermi, impastate con le macerie...

    Un film praticamente autoprodotto. Un autore, Mohammad Bakri, approdato da poco alla regia, assai più noto per i suoi intensi ruoli cinematografici. Un documento duro, incentrato sulle testimonianze delle vittime, un grido d'accusa corale contro la brutalità dell'occupante. Un artista da sempre scomodo, perché comunista, perché palestinese ma con passaporto israeliano, uno che non sta zitto e che denuncia. Non un film-inchiesta, all"anglosassone", semmai un film-urlo. Protagonisti le macerie e la rabbia dei sopravvissuti.

    Inutile dire che "Jenin... Jenin" non è stato mostrato ai parlamentari europei, non ha suscitato l'avvio di un'inchiesta indipendente, circola soltanto grazie all'impegno personale dell'autore. In Israele poi non circolerebbe affatto, visto che è stato colpito dalla censura governativa(10), non fosse per qualche vecchio pacifista come Uri Avnery che osa ancora sfidare certi divieti. Mohammad Bakri non ha ricevuto nessun premio, anzi, è stato fatto oggetto di pesanti intimidazioni da parte dei servizi israeliani. Il suo collaboratore e produttore esecutivo, Iyad Samoudi, è stato assassinato dall'esercito israeliano il 23 giugno, al termine delle riprese.

    Ma tra i due documentari vi sono più convergenze che non differenze.

    Doran, che si rivolge chiaramente ad un pubblico occidentale, ha un gran mestiere, protegge le proprie fonti di informazione, scansiona ripetutamente i fatti, procedendo in un lento accumulo di importanti indizi... Ma avrebbe potuto anche risparmiarci di "autocertificare" l'esistenza di ulteriori e definitive prove video che non è stato in grado di procurarsi, mettendo oltretutto a repentaglio l'incolumità del proprio collaboratore afghano...

    "Massacro a Mazar" è quindi un lavoro molto serio ma non così "definitivo" come può apparire.

    Di "Jenin... Jenin" per qualche tempo ho pensato come a un'occasione mancata. Dentro di me avevo alimentato l'aspettativa di un macigno che potesse schiacciare gli israeliani, gli USA e l'intera comunità internazionale sotto il peso delle proprie responsabilità, rendendo giustizia ai palestinesi di 54 anni di occupazione militare... Davvero un po' troppo per un documentario, girato oltretutto in condizioni proibitive, in un luogo dove nemmeno una commissione ufficiale dell'ONU ha avuto accesso. Oggi credo che Bakri non potesse fare di più e di meglio; quel che gli importava, registrando le parole e gli sguardi di testimoni che non si coprono il volto e che anzi dicono il proprio nome e raccontano la propria storia, era descrivere il dolore e l'incredulità ma anche il coraggio e la voglia di vivere di "un popolo che ha sette anime: ogni volta che muore rinasce più giovane e bello" (Tewfiq Zayad).

    E le prove definitive ed inoppugnabili del massacro?

    Stanno lì, sotto i nostri occhi. Sono le immense macerie e la rabbia dei sopravvissuti.

    Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace(11)

    "Sarebbe sommamente deplorevole che gli stranieri in Afghanistan - quelli di al Qaeda, i ceceni e gli altri che hanno collaborato con i taliban - fossero rilasciati, con la possibilità di recarsi in un altro paese per commettere altri atti terroristici. Mi auguro che siano uccisi o catturati. Si tratta di persone che hanno commesso azioni terrificanti" - Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa degli USA, dopo la resa dei combattenti talebani a Kunduz, 21 novembre 2001, (riportato da Jamie Doran, citato)

    "Ci hanno preparato per la guerra ma non era un guerra. Oggi i generali e la stampa elogiano il nostro eroismo in combattimento... Quale eroismo? Quali combattimenti, a parte quelli nella casbah di Nablus e nel campo di Jenin? Ed anche lì... un tenente colonnello che è stato a Jenin mi ha detto che, a parte l'imboscata in cui abbiamo perso tredici soldati, neanche laggiù ci sono stati veri e propri combattimenti. Quest'operazione non era una battaglia, era un rastrellamento" - Testimonianza di un riservista israeliano partecipante all'operazione "Muraglia di difesa" (raccolta da Sylvain Cypel, Le Monde - aprile 2002, tradotta su Internazionale, n.440 - 7/13 giugno 2002).

    Alla fine di novembre del 2001, dopo settimane di massicce dosi di "libertà duratura" dispensate loro dai generosi B52 statunitensi, i combattenti taliban si arresero in massa a Kunduz.

    Da qui parte la storia raccontata in "Massacro a Mazar".

    Cerco di farla breve rinviando al già citato intervento di Doran su Le MD e all'innumerevole materiale reperibile in rete.

    La Terza convenzione di Ginevra prevede che i prigionieri di guerra mantengano il loro status di militari e siano trattati umanamente... Ma già sappiamo che gli USA se ne sbattono del diritto internazionale (nel caso specifico, Guantanamo docet) mentre i valorosi combattenti dell'Alleanza del Nord (quelli che nel 1996 abbandonarono Kabul ai taliban lasciandosi alle spalle 50.000 morti fra la popolazione civile(12) Ginevra non sanno nemmeno dov'è... Così, una volta riempite tutte le carceri disponibili fino all'inverosimile, si pose il problema di dove mettere le restanti migliaia di prigionieri. Per i miliziani di al Qaeda e gli "stranieri" (uzbechi, ceceni, arabi...) le soluzioni furono molteplici: alcuni spediti a Guantanamo, altri venduti ai servizi segreti dei rispettivi paesi, molti rinchiusi nella fortezza di Qala-i-Junghi, dove furono massacrati in seguito a un tentativo di ribellione (o così almeno si narra, visto che le immagini ci mostrano corpi con le braccia legate dietro la schiena)... Ai taliban afghani toccò una sorte non migliore: stipati a centinaia in decine di container privi di areazione, vennero trasportati in una località desertica nei pressi di Mazar-i-Sharif e lì, quelli che non erano già asfissiati, furono trucidati e sepolti in fosse comuni...

    Quel che Doran non racconta è che negli ultimi anni del conflitto afghano il supplizio del container "è stato impiegato sempre più frequentemente da entrambe le parti come mezzo di sterminio"(13). Nella primavera del 1997 lo usarono uzbechi e hazara (14) di Mazar ai danni dei taliban(15), l'anno seguente vi ricorsero questi ultimi nei confronti dei primi(16).

    Ma ciò che fa veramente inorridire non è solo che in nome dell'hadal, la regola afghana della vendetta, coloro che oggi "governano" quel paese, così distante da noi, non esitarono a massacrare 3-4000 degli 8000 taliban arresisi a Kunduz... l'orrore ci assale quando Doran ci di/mostra che in quei giorni, in quelle ore, in tutti i luoghi menzionati erano presenti in numero consistente uomini delle Forze speciali anglo-americane: marines a Kunduz, marines e britannici nella mattanza di Qala-i-Junghi, marines e agenti CIA intenti a interrogare (e torturare) prigionieri, marines sui convogli della morte, marines che assistono alle esecuzioni dei sopravvissuti ai container...

    Il Pentagono ha sempre negato, anche l'evidenza. Non solo Human Rights Watch, Amnesty International e il Parlamento europeo hanno chiesto che venisse aperta un'indagine... anche il commissario ONU per i diritti umani Mary Robinson ci ha provato: è stata destituita dal suo incarico(17).

    "Gli USA non c'entrano", dice Donald Rumsfeld, colui che di fatto ha dato il via libera per i massacri, "sono stati gli afghani. Non potevamo sapere che uomini da noi armati ed addestrati avrebbero potuto fare cose così orrende...". In questo caso il virgolettato è farina del mio sacco ma comunque esprime correttamente la posizione ufficiale americana(18).

    La stessa frase esatta potrei invece tranquillamente attribuirla ad Ariel Sharon, colui che nel lontano 1982 diede l'ordine di massacrare i civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila: "Gli israeliani non c'entrano, sono stati i falangisti libanesi. Non potevamo sapere che uomini da noi armati ed addestrati avrebbero potuto fare cose così orrende..."(19).

    Del massacro di Jenin, invece, il governo israeliano, pur essendo un maestro nella cosiddetta "propaganda nera"(20), non poteva certo incolpare qualche "non-ebreo". Così, per evitare l'"effetto Sabra e Chatila" (nel 1982 vi fu una forte reazione dell'opinione pubblica internazionale e israeliana, una pur blanda commissione d'inchiesta interna, Sharon dovette dimettersi da ministro della Difesa...), ha molto semplicemente sigillato l'area, cancellato prove e impedito qualunque inchiesta indipendente. Eppure lo stesso ministro degli Esteri, la "colomba" Shimon Peres, secondo il quotidiano Ha'aretz, era preoccupato delle "reazioni internazionali ostili, non appena saranno conosciute le dimensioni della battaglia nel campo profughi di Jenin, in cui sono stati uccisi oltre cento palestinesi. In conversazioni a porte chiuse, Peres ha definito l'operazione un 'massacro'"(21). Anche Zeev Schiff, giornalista esperto in questioni militari, riferì che "alla fine dei combattimenti, durante gli scavi iniziali, sono stati trovati 80 cadaveri. Si stima che il numero delle vittime sia di circa 200 palestinesi, compresi i civili, una parte dei quali è rimasta sepolta sotto le macerie delle case crollate"(22). La stessa cifra fu in un primo momento confermata pure dal colonnello Ron Kitri, portavoce dell'esercito(23).

    Poi tutti quanti furono richiamati all'ordine da un incazzatissimo Sharon(24).

    Ma dalle agenzie di stampa internazionali rimbalzavano notizie raccapriccianti: civili usati dai soldati come "scudi umani", feriti lasciati ad agonizzare, esecuzioni sommarie, cadaveri fatti sparire e sepolti in gran segreto nel cosiddetto "cimitero dei terroristi", un'area sotto stretto controllo israeliano vicino al ponte Damiah, nella valle del Giordano...(25). Il direttore dell'UNRWA Peter Hansen dichiarò che "non è esagerato definire un massacro quello che è successo. Ho evitato di parlare di massacro fino a ora ma ormai ho visto con i miei occhi e non posso usare altro termine. Ho visto famiglie strappare i propri morti alle macerie, pezzo a pezzo"(26).

    "Ci hanno detto con chiarezza: 'Distruggeteli!'. Da quel momento, gli abbiamo sparato addosso con tutte le armi che possiede l'esercito, tranne l'artiglieria. Abbiamo sparato decine di missili all'interno delle case, abbiamo fatto fuoco contro ogni finestra con le mitragliatrici pesanti. Abbiamo centrato perfino un cavallo che passava per strada. (...) Gli ultimi giorni, quelli che sono usciti dagli edifici erano soprattutto vecchi, donne e bambini che avevamo tenuto costantemente sotto tiro. Non abbiamo lasciato loro nessuna possibilità di uscire dal campo; era un gran numero di persone. Una notte, ho montato di guardia (in un appartamento in cui ci eravamo installati). Per tutta la notte ho sentito una bambina che piangeva. Laggiù, c'è stata una disumanizzazione.

    Certo, abbiamo subito sparatorie intense, ma in compenso abbiamo cancellato un'intera città"(27).

    Kofi Annan per qualche tempo balbettò dell'imminente invio di una commissione investigativa la cui composizione fosse "gradita" ad Israele, poi il governo di Tel-Aviv cominciò a sbraitare che l'inchiesta non era che una trappola(28), alla fine l'ONU si dichiarò sconfitta e rinunciò alla missione. Human Rights Watch e Amnesty International hanno incontrato non poche difficoltà a redigere i loro rapporti (quello di AI è stato pubblicato addirittura cinque mesi dopo i fatti), hanno potuto conteggiare "solo" 54 morti fra i palestinesi ma, nel contempo entrambe le organizzazioni hanno espresso durissimi giudizi contro Israele per le atrocità commesse dall'esercito a Jenin(29).

    Il caso può comunque considerarsi archiviato, con buona pace di Sharon.

    Ma se a Jenin "Arik il Sanguinario" intendeva coronare il sogno di una vita, quello di distruggere la nazione palestinese, in realtà è riuscito ad ottenere il risultato contrario. Come nota lucidamente Ury Avnery, storico esponente del gruppo pacifista israeliano Gush Shalom, "Alle prese con l'attacco furibondo della macchina militare più grande della regione, e delle armi più moderne del mondo, immersa in un mare di sofferenze, circondata da cadaveri, la nazione palestinese ha sollevato la testa come mai aveva fatto prima. A Jenin Sharon ha fondato lo Stato dei palestinesi"(30).

    È quanto ci confermano i protagonisti del film di Bakri: "Noi resteremo qui fino al giorno del Giudizio", dice un medico di mezz'età; "Fino alla fine dei suoi giorni Sharon dovrà fare i conti con il campo di Jenin", dice una fierissima bambina seduta sulle macerie; "Qui da noi si può rimediare a tutto... ma loro come faranno a rimediare a tutto ciò che hanno fatto, affinché si possa tornare al tempo in cui eravamo pronti a convivere? Come faranno a cancellare l'odio dai nostri cuori? Queste persone non sanno fare bene i loro conti.", dice un giovane sulla trentina; "Quando hai 72 anni significa che hai finito di vivere, ma grazie ai giovani che stanno crescendo e con l'aiuto di Dio ricostruiremo tutto, che lo vogliano o no", dice un vecchio che ha già vissuto le persecuzioni e l'esodo del 1948.

    Sparare per primi

    "Nel nuovo mondo di Bush le grandi potenze chiudono un occhio sulle malefatte dell'una e dell'altra, ogni minaccia è imminente, autodifesa significa azioni preventive all'estero, gli interessi sono camuffati da valori e cooperazione significa collaborare con gli USA" - William Saletan, "Sparare per primi", Slate USA, tradotto su Internazionale n.456, 27 settembre/3ottobre 2002.

    Mentre l'esercito israeliano era impegnato a radere al suolo il centro del campo profughi di Jenin, a New York si teneva la cerimonia di nascita della Corte Penale Internazionale, istituita già nel 1998.

    "Busharon" alla sbarra? Finalmente dei colpevoli per crimini come quelli di Mazar-i-Sharif e Jenin? Niente affatto! Già la CPI è nata un po' zoppa di suo: non ha una "polizia internazionale", può giudicare solo per crimini commessi dopo il 1 luglio scorso, deve ottenere il permesso a procedere da parte degli Stati, i quali peraltro possono non avere sempre l'"interesse" a collaborare e che comunque, per tutti i prossimi sette anni, potranno chiamarsi fuori dalla giurisdizione della Corte sui crimini di guerra...

    Ma chi è abituato a "sparare per primo" non ha mai il culo abbastanza protetto.

    Inutile dire che né Israele né gli Stati Uniti hanno ratificato il trattato.

    Gli israeliani, come sempre, non si fanno molto problemi: i "Territori Occupati" sono per loro semplici "Zone Amministrate" che si sono presi perché non erano di nessuno (ricordate il vecchio motto sionista "Una terra senza popolo per un popolo senza terra"?), non ritengono di dovervi applicare nemmeno la quarta convenzione di Ginevra, delle condanne dell'ONU se ne sono fatti un baffo per cinquant'anni(31)... non temono certo la neonata CPI... Tuttavia meglio non rischiare di trovarsi un giorno a subire un "processo politico" da parte dei nemici internazionali del "focolare ebraico"!

    Per gli USA invece, sempre più coinvolti nel portare "libertà, democrazia e benessere" in ogni angolo del pianeta, l'entrata in funzione della CPI avrebbe potuto dare qualche fastidio in più... Se la sono comunque cavata egregiamente anche loro: a maggio Bush ha ritirato l'adesione al trattato istitutivo, poi ha cominciato a minacciare il ritiro americano dalla missione di pace in Bosnia, quindi, ai primi di luglio, ha costretto il Consiglio di Sicurezza dell'ONU a votare una risoluzione (la 1422) che concede ai "peacekeepers" l'immunità per 12 mesi, infine si sta dando un gran da fare per siglare con diversi Stati accordi bilaterali che neutralizzino ogni eventuale azione della CPI(32)...

    Unilateralismo e imperialismo contraddistinguono il pensiero e l'agire politico di "Busharon", l'accoppiata "simbiotica" Israele-Stati Uniti, e non dal fatidico 11 settembre ...

    Ad esempio, oggi gli USA sono molto incazzati perché quella "canaglia" della Corea del Nord minaccia di tornare ad essere "atomica", ma si guardano bene dal ricordare che il loro pupillo Israele non ha mai aderito al Trattato di non Proliferazione Nucleare del 1968 e che insieme hanno snobbato anche l'accordo del 1996 sulla messa al bando dei test nucleari(33)... E ancora, pochi rammentano il prezioso apporto degli israeliani alla "guerra sporca" statunitense in Centro America, nel Guatemala di Rioss Mont, nel Nicaragua di Somoza e dei "Contras", nel Salvador di D'Aubisson, nella Colombia dei narcos e dei paramilitari(34)... Se poi parliamo di radicalismo islamico, non si può dimenticare che gli USA, da Brzezinski(35) in avanti, hanno incoraggiato e stimolato la "guerra santa" antisovietica, nel cui humus si è rapidamente sviluppata quella "internazionale del terrore" che è oggi spauracchio dell'Occidente e pretesto per nuove guerre. E Israele, dal canto suo, non è stato da meno: la sua politica di occupazione, mal celata dietro un estenuante processo di pace che ha portato finora ai palestinesi solo nuove colonie, "omicidi mirati", "bantustan", repressione e miseria(36), ha prodotto, già a partire dalla prima Intifada, il progressivo radicarsi nei Territori Occupati dei movimenti islamisti a scapito dell'OLP e dei nazionalisti laici(37). E "Arik il Sanguinario", dal massacro di Qibya del 1953, passando per l'avventura libanese e Sabra e Chatila (1982), fino ad arrivare alla provocatoria marcia trionfale sulla Spianata delle Moschee, nel settembre del 2000, e alla distruzione del campo profughi di Jenin, si è sempre mosso in questa precisa direzione: non dare tregua a tre milioni di palestinesi, sradicarne ogni capacità organizzativa e ogni speranza, fomentarne l'odio per poi usarlo come pretesto per seminare ancora distruzione, ancora lutto, in una folle spirale di morte.

    "Dylan Thomas ha scritto un poema intitolato La morte non ha governo. In Israele la morte ha un governo. Qui è la morte che governa e questo governo è un governo di morte"(38).

    Credo che questa triste e durissima constatazione della pacifista israeliana Nourit Peled potrebbe fare da sottotitolo non solo al film di Mohammad Bakri "Jenin... Jenin", ma anche a "Massacro a Mazar". C'è in particolare un personaggio dell'attuale amministrazione americana, intervistato nel film di Jamie Doran e Najibullah Quaraishi, che evoca le tenebre mortifere che gli USA vanno dispiegando sul mondo.

    Richard Perle, l'attuale responsabile del cosiddetto "Armageddon Network", nome di battaglia dell'Ufficio Politiche di Difesa del Pentagono, appare davanti alla telecamera di Doran come un sessantenne un po' boffice, segnato da profonde occhiaie, tutto sommato un tipo abbastanza alla mano: un po' di sapiente "dico-senza-dire-nulla" (del tipo: "Certo, ci sarà senz'altro un'inchiesta su Mazar-i-Sharif ... se qualcuno ci porterà prove inconfutabili del nostro coinvolgimento!"), una dose di ironico cinismo (sì, quelli dell'Alleanza del Nord sono dei banditi "ma a noi sarebbe piaciuto poterci alleare con Madre Teresa di Calcutta!") , un pizzico di retorica di guerra ("Volevamo per l'Afghanistan una dirigenza più umana e democratica, questo era il nostro obiettivo")...

    Perle è soprannominato "il principe dell'oscurità", e non a caso.

    Ex braccio destro di Ronald Reagan, Perle oggi fa riferimento a una lobby che gli addetti ai lavori chiamano la "cabala di Wolfowitz", alludendo al ruolo di referente rivestito dal vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, composta da personaggi del calibro di Cheney, Rumsfeld e Kissinger, tutti strenuamente impegnati a trasformare l'attuale "guerra al terrorismo" in una "guerra globale permanente".

    Perle, un paio di anni fa, ha redatto, insieme ai suoi "compagni di merende", il famigerato "Project for a New American Century" (PNAC), un progetto di largo respiro in cui, fra l'altro, si raccomandava al governo un aumento della spesa militare di circa 48 miliardi di dollari (fatto!), un ricorso sempre più massiccio ad armi "arricchite" all'uranio (dalla guerra del Golfo un dato ormai acquisito) e un'accelerazione al progetto di "scudo stellare" (in corso!). Per finire, si indicava l'Iraq come obiettivo militare prioritario (e ci siamo...)(39).

    Perle è inoltre consigliere di alcuni centri studi ultraconservatori e filosionisti, come il "Jewish Institute for National Security Affairs" (JINSA), il "Center for Security Policy" (CSP) e l'"American Enterprise Institute" (AEI), i cui orientamenti includono l'unilateralismo spinto, l'opposizione ai trattati per il controllo degli armamenti, l'incremento della dotazione di armi di distruzione di massa, il sostegno incondizionato a Turchia e Israele, l'energico "superamento"degli attuali assetti di potere in Iraq, Iran e Arabia Saudita e l'annientamento dell'Autorità Nazionale Palestinese(40).

    Nel 1996, pochi mesi dopo l'assassinio di Rabin per mano di un militante della destra ultraortodossa ebraica, fu Perle a consigliare al neoeletto premier israeliano Benjamin Netanyahu di procedere ad "una netta rottura del processo di pace"(41). D'altra parte Perle siede, insieme a Kissinger ai vertici dell'Hollinger Corp, l'impero massmediale che pubblica tra l'altro Daily Telegraph e Jerusalem Post. Con i suoi amici Perle ha insomma dato vita a un "mucchio selvaggio" come non se ne vedeva dagli anni '50, tempi bui di forte repressione interna (il maccartismo) e di politica estera spudoratamente aggressiva (i golpe in Iran, Iraq, Guatemala, gli assaggi della sconsiderata avventura in Indocina...)(42).

    Tutto questo per arrivare tristemente a concludere che "Busharon" non subirà una sola inchiesta, un solo processo, una sola condanna né per Jenin né per Mazar-i-Sharif né per tutto l'orrore che dissemina per il mondo.

    Un vecchio incontrato da Bakri fra le macerie del campo profughi di Jenin fissa la cinepresa e, con aria tra l'irritato e il disilluso, apostrofa il regista: "E tu pensi davvero di poter fare qualcosa con quella?"... Forse no, ma restano il diritto alla resistenza e il dovere della denuncia, per quanto possano sembrare poca cosa...

    Alessandro Nevache nevake@inwind.it

    15/01/2003

    (tratto da http://www.lacaverna.it/palestina/israele/guerrasimm.html)

    NOTE

    (1) "Cuore di tenebra", di Joseph Conrad, Feltrinelli UE 1999

    Apocalypse Now (Redux), di F.F. Coppola, USA 1979 (2001)

    (2) "The Towering Inferno", di John Guillermin, USA 1974

    (3) 9/11, di Jules & Gedeon Naudet e James Hanlon, Goldfish Pictures 2001

    Recensione di Giulia D'Agnolo Vallan, Il Manifesto,12 Marzo 2002

    (4) "L'era dei conflitti asimmetrici", di Marwan Bishara, su Le Monde Diplomatique - ottobre 2001

    (5) Così riferisce Nicholas Lemann sul New Yorker, aprile 2002

    (6) Identificativo del piano che nel 1963 i vertici militari escogitarono per giustificare un'invasione di Cuba. Si fondava su una campagna terroristica "autogestita"contro interessi e cittadini americani. Il Presidente Kennedy rifiutò il piano. Venne assassinato pochi mesi dopo. (riferito da John Pilger, Il tentativo americano di dominio globale, su The New Statesman - 12 Dicembre 2002 e tradotto su Znet, http://www.zmag.org/Italy/index.htm

    (7) "L'era dei conflitti asimmetrici", citato

    (8) Riportato da Ennio Caretto, Corriere della Sera, 31 dicembre 2002

    (9) Ha'aretz, 3 ottobre 2001, e Robert Fisk su The Independent, 7 aprile 2002

    (10) NPR Profile: Israel's Movie Censorship Board Bans Documentary http://www.npr.org/programs/morning/transcripts/2003/jan/030101.gradstein.html

    (11) Tacito, a proposito della conquista romana della Britannia

    (12) Robert Fisk su The Independent, 14 novembre 2001

    (13) Ahmed Rashid, "Talebani", Feltrinelli 2001, p.86

    (14) Gruppo etnico afghano di lingua persiana e religione musulmana sciita

    (15) Afp, "Taliban massacre site dicovered in Afghanistan", 16 dicembre 1997

    Peters Gretchen, "Massacre prompt fears of ethnic escalation", Ap 15 febbraio 1998

    (16) Human Rights Watch Report, "Afghanistan: the massacre in Mazar-i-Sharif", novembre 1998

    Comunicato di Amnesty International, Londra 3 settembre 1998

    (17) Oliver Burkeman, "America Forced Me Out", The Guardian, Londra, 31 Luglio 2002

    (18) "Le menzogne di Bush sul massacro di Mazar. Intervista a Jamie Doran", di Patricia Lombroso, Il Manifesto 3 settembre 2002

    (19) Amnon Kapeliouk, "Sabra e Chatila. Inchiesta su un massacro" Edition du Seuil 1982 (CRT 2002). Il capitolo VI si apre con una frase pronunciata dall'allora primo ministro Begin, e condivisa da Sharon e dall'intero governo: "Dei non-ebrei ammazzano altri non-ebrei e si accusano gli ebrei!"

    - Si veda anche il documentario di Fergal Keane "Sharon, l'accusato", GB 2001

    - Importante infine l'inchiesta condotta da Alain Ménargues, corrispondente a Beirut dal 1982 al 1995 per Radio France, che nel libro "Les secrets de la guerre du Liban", recentemente pubblicato in Francia da Albin Michel, sostiene, sulla base di perizie balistiche, nuovi elementi ed indizi allora trascurati, che i primi ad entrare nei campi profughi furono i soldati israeliani dell'unità speciale Sayyeret Matkal, quella ancora oggi impiegata negli "omicidi mirati" di dirigenti palestinesi. Secondo Ménargues, gli israeliani avrebbero ucciso a sangue freddo 63 persone, lasciando poi ai falangisti libanesi il compito di completare la "pulizia".

    (20) John Pilger, "Propaganda nera", su Internazionale n. 467, 13 dicembre 2002

    (21) Ha'aretz, Tel Aviv, 9 aprile 2002

    (22) Ha'aretz, 12 aprile 2002

    (23) Ha'aretz, 15 aprile 2002

    (24) Vedi rif. a nota (21)

    (25) Amnon Kapeliouk, "Jenin, inchiesta su un crimine di guerra", su Le Monde Diplomatique, maggio 2002

    (26) Il Manifesto 29 aprile 2002

    (27) Intervista ad un anonimo riservista israeliano, Yedioth Aharonoth, Tel Aviv, 19 aprile 2002

    (28) "Dall'ONU non potrà venire nulla di buono perché l'ONU è un'organizzazione anti-Israele (...) È stato predisposto tutto contro Israele in modo da incastrarci", dichiarazione di Gideon Meir, funzionario del ministero degli Esteri, su Jerusalem Post 24 aprile 2002

    (29) Human Rights Watch, "Jenin: IDF Military Operations", Rapporto maggio 2002 in http://www.hrw.org/reports/2002/israel3/

    Amnesty International, "Israel and the Occupied Territories Shielded from scrutiny: IDF violations in Jenin and Nablus", Rapporto novembre 2002, in http://web.amnesty.org/ai.nsf/recent/MDE151492002!Open

    (30) Uri Avnery, "Jenin è la Masada dei palestinesi", Il Manifesto 20 aprile 2002

    (31) Significativa la posizione di Shamir, uno dei falchi del Likud, premier ai tempi della prima Intifada: "Se Israele avesse dovuto rispettare le risoluzioni dell'ONU non esisteremmo più!". Da un'intervista tratta dal documentario "Uprising", di Alajos Chrudinak, TV Ungherese 1988

    (32) Amnesty International, luglio 2002

    Franco Pantarelli su Il Manifesto, 4 luglio 2002

    (33) Richard Duboff, "Gli Usa, uno Stato fuorilegge", Il Manifesto 15 Febbraio 2002

    (34) in Andrew e Leslie Cockburn, "Amicizie pericolose. Storia segreta dei rapporti tra Stati Uniti e Israele", Harper Collins NY 1991 (Gamberetti Editrice 1993)

    (35) tratto dalle "storiche" dichiarazioni di Zbigniew Brzezinski, consigliere nazionale per la Sicurezza Nazionale dell'amministrazione Carter, all'Agenzia France Presse (Afp), 14 gennaio 1998 e 12 dicembre 2000: "È vero, abbiamo fornito aiuti ai mujaheddin prima dell'invasione (sovietica dell'Afghanistan nel 1979). (...) Pentirmi di cosa? Quell'operazione segreta fu un'idea eccellente. Ebbe l'effetto di trascinare i russi nella trappola afghana e lei vorrebbe che me ne pentissi? (...) Cosa era più importante rispetto alla storia mondiale? I taliban o la caduta dell'impero sovietico? Un manipolo di musulmani esagitati o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?"

    (36) René Backmann, "Camp David. Com'è andata veramente", Le Nouvel Observateur, tradotto su Internazionale n.422, 1/7 febbraio 2002

    Edward Said, "Quello che ha fatto Israele", su Internazionale n. 433, 19/25 aprile 2002

    Foundation for Middle East Peace (http://www.fmep.org/maps/): tutte le mappe del processo di pace

    (37) Dominique Vidal, "Israele contro Israele", Le Monde Diplomatique, gennaio 2002

    (38) Nourit Peled, docente universitaria, scrittrice e pacifista israeliana, su Yediot Aharonot, Tel Aviv, 3 dicembre 2001

    (39) John Pilger, citato alla nota (6)

    (40) Jason Vest "The Men From JINSA e CSP", The Nation, 2 settembre 2002

    (41) Maurizio Blondet, "I duri della destra puntano ad influenzare la Casa Bianca", Avvenire - 4 ottobre 2001

    (42) Ibrahim Warde, "Non ci sarà pace prima dell'avvento del messia", su Le Monde Diplomatique, settembre 2002

    Nella pagina web http://www.cinemah.com/quick-ones/mazar/index.html questo articolo è corredato da foto molto significative.

    ALCUNI RIFERIMENTI

    "Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere", a cura di Roy Gutman e David Rief, Edizione Contrasto/Internazionale 1999

    Antonio Moscato e Cinzia Nachira, "Israele sull'orlo dell'abisso", Edizioni Sapere 2000, 2002

    Noam Chomsky, "Egemonia americana e Stati fuorilegge", Edizioni Dedalo, 2001

    Noam Chomsky, "Terrore infinito. La questione palestinese dalla guerra del Golfo all'Intifada", Edizioni Dedalo, 2002

    (04/10/2006 Tg0-positivo)