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  • La lentezza della giustizia

    La lentezza della giustizia

    Come un Paese può arrivare a perdersi nei meandri delle sue stesse leggi...

    Cosa non è stato fatto in Italia negli ultimi 5 anni per rendere più celere la giustizia? E perché oggi la giustizia è oggetto di dileggio? Siamo davvero in uno stato di coma dove non si fanno le cose che dovrebbero esser fatte? Se n’è parlato lo scorso 10 febbraio a Treviso, durante il convegno-dibattito “La lentezza della giustizia”, organizzato dal Circolo Culturale Bertrand Russell, dall’Associazione Amici di Treviso e dall’Associazione Mazziniana di Treviso.

    Ospiti dell’incontro Gianfranco Candiani, ex procuratore della Repubblica, e Angelo Mascolo, giudice.

    “Non si può parlare di giustizia e della qualità del servizio che rende e dei suoi meccanismi senza un quadro di riferimento – ha asserito Gianfranco Candiani - Innanzitutto cosa sono i beni sociali? Sono i servizi e i modi con cui lo Stato soddisfa le esigenze primarie dei cittadini (ambiente, salute, cultura, giustizia). L’ondata privatistica e il trionfo dell’etica del mercato che stiamo conoscendo in questi ultimi decenni non ha ridotto l’importanza di questi beni, ma ha introdotto nuovi problemi su quelli già esistenti. E’ infatti ovvio che se l’economia di mercato predomina, per tali beni sociali si spende meno e per investire su di essi bisogna che i governanti siano davvero interessati a farlo.”

    Ma cosa è stato fatto in Italia negli ultimi 5 anni (e anche prima) per rendere più celere la giustizia, per esempio? “Tra tante leggi promulgate – ha aggiunto Candiani - non ve n’è una che sia stata fatta appunto per accelerare il corso della giustizia. Casuale? Non lo credo, non quando si tratta del mondo politico, almeno. E se non si è intervenuti, tranne che per quelle ‘famose leggi’ che per amor di Dio non voglio neppure ricordare e che non c’entrano con l’efficienza della giustizia, vuol dire che non c’era l’interesse a far sì che la giustizia funzionasse celermente”.

    Che i magistrati non abbiano mai avuto le simpatie pubbliche è storia, ma che oggi siano considerati fannulloni e folli deprime. Ma perché oggi la giustizia è oggetto di dileggio? “Perché conta poco – ha sottolineato l’ex procuratore della Repubblica - rispetto a chi ha mitizzato il denaro, il successo. E intanto vediamo campioni di umanità che predominano sul globo e che se ne fregano della giustizia. Se ne preoccupa il cittadino comune però...”

    Eppure una possibilità di uscire da questa situazione ci sarebbe: “Sì, attraverso rimedi graduali ma attuati con impegno per far funzionare questo sistema che da segni di coma. La lentezza della giustizia è un male epocale per l’Italia e deriva da uno sconvolgimento culturale dove la giustizia è ai margini ed è preparata dai mass media a essere subalterna a un certo potere che vede nell’aspetto economico il miraggio da rendere concreto. Bisogna lavorare su questo, bisogna ricostituire i beni sociali depauperati e defraudati. Certo, l’ultima espressione de manifestazione del Governo attuale in tema di giustizia (legge sulla legittima difesa, inappellabilità etc.) non ha dato alcuna indicazione in tal senso...”

    Meno ottimista sulla capacità del nostro Paese di riprendersi in mano la propria giustizia è Angelo Mascolo: “L’Italia sembra impregnata di valori liberali, ma non lo è. I pochi che vorrebbero decidere non per sé ma per lo Stato potrebbero riunirsi tutti in una cabina telefonica, tanto per dare l’idea dei numeri... L’ultima legislatura ha affossato quasi del tutto la giustizia. Non condivido l’ottimismo di Candiani: la situazione è peggiorata e continua a peggiorare. La vivo in prima persona come modesto giudice penale e vedo intorno a me tanti sintomi di disfacimento. E mi chiedo: se qui al Nord mancano i mezzi per lavorare, come sarà la situazione a Catania? Di solito un processo si concludeva in 2 mesi, adesso solo per iniziarlo servono dai 5 ai 6 mesi. Ecco cosa succede nel Paese della devolution: se il Tribunale o la Procura cita a giudizio e chiama a testimoniare previa raccomandata, dopo averla mandata al cittadino, la raccomandata viene inviata a Roma e da lì poi ritorna qui. Il 50% si perde per strada e il 50% arriva quando vuole, mentre i processi procedono a singhiozzo. Quello che sta cambiando sta cambiando in peggio. Non dico lo si faccia apposta, però...”

    La riforma della giustizia ‘alla americana’ avrebbe dovuto introdurre un sistema, non solo più spettacolare, alla Perry Mason, ma anche più efficiente e celere. In realtà si è prodotto soltanto un ibrido: “In America c’è un giudice che fa da arbitro per i giurati. Poi, chi ha l’avvocato più istrione vince, colpevole o meno. Noi siamo a metà – spiega il giudice Mascolo - Così capita che i giudici non sappiano nulla del caso che affrontano e se gli avvocati non fanno bene il loro dovere distruggono il cliente. Una volta questo non succedeva. Non solo: un rapinatore, magari povero e nullatenente, ha diritto a un avvocato d’ufficio che può scegliersi. Il migliore per esempio che viene pagato dallo Stato, per tutte le fasi processuali. Ecco allora che magari può anche venire la tentazione di allungare apposta il procedimento... La verità è che siamo di fronte all’abrogazione dei singoli che cercano di fare il loro dovere. E’ uno stato di coma. Un esempio? Per tre anni noi non sapremo se chi stiamo giudicando ha pendenze penali, perché il casellario giudiziario di chi è condannato viene compilato a mano e inviato a Roma. Figuriamoci al Sud...”

    La giustizia è dunque lenta, anzi lentissima, abdica al suo ruolo e perde in fiducia nella gente: “Non ispiriamo fiducia alla gente – replica Mascolo - Perché ci insulta? Forse perché ce lo siamo meritati? Parliamoci chiaro: abbiamo assistito all’ingresso della politica tra noi, non possiamo avere la coscienza pulita. E ora vediamo davanti a noi un grande sistema che si autoalimenterà solo finché ci saranno i soldi, questa è la realtà”.

    Niente sfugge a questo sfacelo, neppure servizi utili al cittadino come ‘i giudici di pace’: “Un tempo i giudici di pace dovevano occuparsi di cause da pochi soldi – aggiunge Mascolo - Laureati, persone per bene o anziani avevano il compito di stabilire solo una cosa: se uno aveva ragione oppure no, in modo rapido. Ora le procedure che li riguardano sono peggiori delle nostre, complicate. Dopo il Giudice di pace, adesso, si va dritti al Tribunale e in Cassazione. E mi chiedete se sono pessimista? Io so solo che il lavoro che prima facevo in 2 mesi, ora lo faccio in 8. Ma badate bene: ognuno ha le sue responsabilità. Anche la gente è diventata più cattiva, ci si fa causa magari solo per infliggere 50 euro di multa, solo perché uno vuole accanirsi, vuole colpire, vuole punire l’altro. E i processi con 50 imputati di mafia e 100 difensori? Un caos. Non arriveranno mai alla fine, con questo tipo di procedura. Si spera allora che un domani la procedura verrà cambiata: ma la cambieranno per davvero? Certo, la voce dell’imputato è importante ma della voce della vittima non sembra fregare più nulla a nessuno, questa è la verità...”

    E le responsabilità dell’attuale classe politica? “Questa è la contraddizione – spiega a sua volta Candiani - C’è una classe politica che non ha cura di questi interessi, fa finta di fare le cose. Se c’è volontà, le cose si fanno. Ma se le cose non vengono riprese da qualcuno che ha a cuore il problema, c’è da disperarsi. I Ministri possono fare molto, hanno fatto bene, hanno fatto male, in buona fede. Per rendere la giustizia più celere bisognerebbe stabilire per quali cause si può semplicemente decidere: hai ragione, hai torto. Almeno metà di esse verrebbero snellite”.

    La domanda più importante rimane allora senza risposta: ma chi e quando lo farà?

    Paola Fantin

    (28/03/2006 Tg0-positivo)