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Macrolibrarsi.it presenta il libro: The China Study

Dice il saggio ...
Vorrei scongiurarti: vivi di vita. Non di banalità, di sciocchezze, di effimero, di frivolezze. Non lasciare che la vita vada avanti per conto suo. E tu a rimorchio. (A. Pronzato)

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  • Le cinque scimmie

  • Influenza della conoscenza sulla persona e dipendenza socia

    Influenza della conoscenza sulla persona e dipendenza sociale

    L’autore di www.deiricchi.it ci spiega quale influsso ha la conoscenza sull’Uomo di oggi e di ieri

    L'uomo è sempre meno a contatto con oggetti a lui esterni ed è piuttosto indirizzato dalle narrazioni che raccoglie nell'ambiente comunicativo che lo circonda; l’uomo dunque conforma le sue azioni secondo delle rappresentazioni piuttosto che applicandosi sugli oggetti esterni. Spesso in questo suo agire la mente si imbatte in problemi e incongruenze. Ciò accade se le definizioni che utilizza per agire sugli oggetti non sono appropriate o esaurienti. E a questo punto non è detto che l'individuo percepisca la causa dei propri problemi, deviando perciò il giudizio sull'oggetto esterno o addirittura su se stesso piuttosto che su un'errata definizione acquisita.

    Nel primo caso tende a scagliarsi contro l'oggetto esterno fino a distruggerlo, per dimostrare la sua non accettazione dell’oggetto stesso a favore della definizione che egli ne ha.

    Nel caso invece in cui non si riesca a risolvere la discrasia tra oggetto interno ed esterno, si mettono in discussione le capacità intellettive e operative. Ovvero è la mente stessa che entra in crisi di fronte ad una realtà esterna che non riesce a cogliere o su cui non ha capacità operative, con rischi psicologici di non poco conto. E tutto questo per non mettere in discussione gli oggetti interni, quegli elementi che diventano più importanti di qualsiasi altra cosa conosciuta. Perché?

    Per rispondere dobbiamo ritornare alla fase in cui cominciamo ad elaborare le definizioni, cioè a costruire gli oggetti interni del pensiero. Quando definiamo un oggetto infatti non facciamo altro che utilizzare delle relazioni con altri oggetti. La definizione rappresenta in genere una serie spesso innumerevole di legami con altri oggetti elaborati dalla mente. Così un "cane ha i denti" mette già in collegamento tre oggetti diversi: cane, avere, denti. Ma questa è solo un piccolo tassello dell'enorme puzzle che andrà a comporre la nostra (conscia o inconscia?) definizione di cane e che ci permetterà di riconoscere questo animale tra una miriade di altre specie, compreso il nostro cane da quello del nostro vicino.

    Mettendo a punto un oggetto interno, non facciamo altro che aumentare connessioni con altri oggetti. Con il risultato di ridefinire pure quelli. Perché se il cane ha i denti, allora significa che i denti sono fatti in un certo modo e non posso definire allo stesso modo anche le "spazzole" di una balena. Le relazioni sono inclusive o esclusive e, una volta fissate, hanno valore per entrambi gli estremi che vi sono collegati. E’ chiaro allora che ridefinire un oggetto non significa solo aggiungergli attributi, ma eventualmente anche toglierli o modificarli, accendendo spesso un processo con ricadute magari inizialmente impercettibili ma dagli effetti potenzialmente complessi e generali. Ridefinire può voler dire mettere in discussione un imponente castello di costruzioni cerebrali. Quindi mettere in discussione presupposti che hanno retto una vita intera o giustificato l’esistenza della collettività di cui quell’uomo fa parte. Può succedere allora che per un uomo siamo molto più facile (e meno faticoso) mettere in discussione quanto percepito o se stesso piuttosto che dubitare della sua mente.

    Eppure, da quanto abbiamo visto, è proprio dagli oggetti del pensiero che dovremmo ripartire per rifondare la nostra vita. Molti cambiamenti considerati "epocali" sono avvenuti proprio rivoluzionando una descrizione degli oggetti esterni, grazie ad una ridefinizione di quelli interni: quando Copernico sostenne che era la Terra a girare attorno al Sole e non viceversa, non aveva certamente mutato il movimento dei due astri. Nel frattempo i discepoli di Tolomeo si erano prodigati nell'elaborazione di schemi geometrici sempre più complessi per descrivere le orbite dei pianeti, mentre Keplero, utilizzando delle semplici ellissi e ponendovi il Sole su uno dei fuochi, non aveva che ridefinito l'immagine che gli astronomi avevano del sistema solare, contribuendo ad agevolare la previsione dei moti celesti e quindi a migliorare la conoscenza stessa nella fase operativa.

    Vulnerabilità della persona

    Finora abbiamo visto come l'uomo ampli la sua conoscenza e come una parte di essa sia costituita da rappresentazioni tramandate da una persona all'altra. Quanto incidano le rappresentazioni sulla vita di un uomo non è facilmente valutabile. Sappiamo però che esse, sostituendosi agli oggetti esterni e interni, incidono sulla capacità che ha l'uomo di relazionarsi con l'ambiente, in quanto determinano l'efficacia del suo agire. L'uomo che vive di sole rappresentazioni si accorge presto della loro inadeguatezza rispetto agli oggetti esterni anche se però non ne dà proprio questo giudizio. Ma per non sbagliare, limita addirittura la propria operatività convertendola in una semplice espressione di opinioni e giudizi che non incidono sull'oggetto esterno ma gli permettono solo di nascondere la sua incapacità ad adoperarli. Più la nostra realtà è costituita da rappresentazioni, maggiore è la possibilità che il nostro modo di rapportarci ad essa si avvalga di giudizi e non si applichi agli oggetti esterni stessi. Un individuo di tal fatta ha perciò una limitata capacità di agire sull'esterno e diventa succube di tutto quello che non gli viene passato dalla percezione ovvero dalle rappresentazioni di altri uomini. E più l'individuo si allontana dagli oggetti esterni, più aumenta in lui la diffidenza in essi perché sa di non conoscerli e di avere una limitata conoscenza di previsione e di operatività. Non traendo sicurezza dagli oggetti esterni - con cui in realtà ormai teme di confrontarsi – si affida sempre più alla fonte delle sue descrizioni, la sola che gli resti per aumentare la propria conoscenza e di conseguenza la propria sicurezza. E abbiamo capito con quali conseguenze.

    Scuola guida

    Facciamo un piccolo esempio: stiamo facendo la patente, abbiamo appena finito il corso di teoria e ci accingiamo a sperimentare la guida di un'automobile. Per qualche motivo accidentale abbiamo un piccolo incidente che ci spaventa non poco. La prima cosa da fare è rivolgerci al nostro istruttore, pensandolo disponibile e non irritato, affinché ci illumini sui nostri errori. Se ci fermassimo a questa fase, riusciremo davvero a guidare un'auto? No, dovremo piuttosto riaffrontare il pericolo e confrontarci con esso. Se non lo faremo, il nostro istruttore non riuscirà a trasmetterci la conoscenza necessaria per padroneggiare di nuovo il mezzo. Se l'istruttore ci rincuorasse e ci dicesse di non affrontare più l'automobile, non avremmo sicuramente concluso l'affare migliore della nostra vita.

    Informatori sanguisughe

    Stando così le cose, ci siamo resi conto quanto dipendenti siamo non solo dalle immagini - e dalla loro correttezza in quanto riferite indirettamente agli oggetti esterni - ma anche da chi ci fornisce le rappresentazioni stesse.

    Questo lo avevamo già appurato in CONOSCENZA - Primi passi verso la verità , stabilendo che l'analisi del testimone e del narratore possono costituire un fondamentale mezzo per stabilire la correttezza dell'informazione.

    L'informatore dunque può attirarci in una forma di dipendenza dalla sua conoscenza. Se noi vediamo infatti in un messaggio pubblicitario una mela che mangia un uomo, siamo rilassati perché siamo consapevoli di essere di fronte a una finzione (che magari ci diverte anche un po’) utilizzata per indurci ad acquistare quel tipo di mele. Ma se le rappresentazioni dell’informatore che abbiamo di fronte non sono completamente definite e noi veniamo in qualche modo convinti dell'impossibilità (magari sotto forma di paura) di accedere all'esperienza diretta e quindi alla conoscenza personale, è evidente che saremo tentati a indirizzare le nostre richieste di conoscenza sempre alla stessa fonte. Diventeremo così dipendenti dal nostro informatore perché baseremo su di esso la nostra sicurezza. Questo processo aliena la persona dalla conoscenza degli oggetti esterni e quindi la getta in pasto di quegli informatori che, fornendo le rappresentazioni sostitutive della realtà percettibile, possono approfittarne assoggettandola ad una dipendenza proficua per se stessi.

    Quest'arte di approfittare delle persone è antica quanto la capacità che ha l'uomo di comunicare con i suoi simili. Non è il caso di iniziare qui una sequenza di esempi esemplificativi dell'uso sociale fatto della rappresentazione. Certo è che il problema è tanto più pregnante quanto più una società si basa sull'uso della rappresentazione, cioè dell'informazione stessa; e quindi è sintomatico esattamente per la società in cui viviamo. In questo capitolo ci è premuto per il momento evidenziare i meccanismi che regolano l'arte di creare una dipendenza tra le persone.

    Informazione e giudizi

    Una conoscenza basata principalmente sulle rappresentazioni comporta alcune considerazioni: dato che la rappresentazione non può mai essere collegata direttamente all'oggetto esterno ma lo è all'oggetto interno della mente che lo ha generato, vi è una diminuzione e anche una distorsione di informazione passando dall'oggetto esterno a quello interno fino alla rappresentazione. Avendo ben chiari questi passaggi possiamo comprendere quali sono gli atteggiamenti attuali in una società che vive immersa in un mare di rappresentazioni. Per quanto esse si presentino come un mare magno, sono invece informazioni limitate e soprattutto deteriorate rispetto agli oggetti di cui ci vorrebbero fornire notizie.

    Abbiamo visto che però più aumentano gli oggetti della conoscenza e più questa rischia di divenire generica, in quanto l’aumento dovrebbe essere accompagnato anche dal tempo necessario per collegare le varie immagini mentali degli oggetti esterni. Questo significherebbe migliorarne le definizioni e di conseguenza anche le rappresentazioni. Invece la mancanza di tempo non ci permette che di usufruire di migliaia di informazioni ma di qualità deteriorata. In pratica la nostra visione del mondo si sta riempiendo di numerosi elementi non connessi, fino a formare l’insieme disordinato di un dipinto offuscato.

    In questo modo diminuisce per noi la capacità di agire sugli oggetti esterni - essendo essi per lo più solo rappresentati – fino a restringere quelli a nostra disposizione. In pratica veniamo costretti a formulare più opinioni che azioni sugli oggetti esterni essendo questi sempre più limitati.

    L'informazione giornalistica e televisiva per esempio ne è la prova: essa infatti non fa che saziare questa sete di opinione su quanto viene rappresentato senza darcene una conoscenza diretta. La conoscenza dell'uomo del III millennio insomma non sembra qualitativamente migliore di quella dei suoi più antichi predecessori.

    Forse per questo ci sono ancora i "cattivi"?

    Istruzione

    Il ruolo dell'istruzione diventa cruciale per accrescere il nostro bagaglio conoscitivo e dunque la fetta di realtà in cui viviamo.

    Ma quale grado di conoscenza viene messo a disposizione degli alunni e soprattutto quali criteri per distinguere i tre stadi di approccio agli oggetti della conoscenza (esterno, interno e rappresentato) vengono insegnati? In realtà non accade niente di tutto ciò perché non viene chiarito con quale di queste forme l'alunno sia messo a contatto.

    Di solito a scuola ci vengono fornite per lo più rappresentazioni. Solo in qualche laboratorio e usufruendo di qualche uscita, l'alunno percepisce gli oggetti esterni e prova a cimentarsi con essi. Un salto tra oggetti rappresentati ed esterni è percepibile però solo alla fine del corso di studi, quando la persona viene immersa nel mondo del lavoro. Prima di tutto ci si accorge di non "conoscere abbastanza" o di possedere un bagaglio d'informazioni "inutili" rispetto a quanto si deve affrontare ogni giorno. Sebbene questi atteggiamenti siano stigmatizzati per ‘svalutare’ il sistema formativo attuale, quello che invece non si considera abbastanza è la necessità di ‘preavvertire’ lo studente in procinto di entrare nel mondo del lavoro. Egli rischia di farsi prendere dallo smarrimento e dallo sconforto pensando di aver trascorso anni di studio senza qualcosa di concreto. Ma questa valutazione potrebbe essere tranquillamente rivisitata spiegando preventivamente agli studenti che quanto appreso a scuola sono innanzitutto rappresentazioni, magari anche complete, ma comunque oggetti esterni a menti che le hanno prodotte da proprie immagini interne. Ma così non accade.

    La scuola, che è dunque una comunicatrice di immagini, per farlo dovrebbe ammettere fin dal primo giorno una propria definizione di "cinema", cioè di una paradisiaca casa di rappresentazioni. Dovrebbe cioè porre in guardia gli alunni che quanto riceveranno sarà una piccola parte (e neppure reale) immaginata da altri individui come realtà. Forse è proprio questo il suo ruolo, che non vogliamo in questa sede criticare, che però non tiene conto del fatto che gli alunni tendono a confondere quello che la scuola insegna loro con gli oggetti esterni. Questo atteggiamento si ripete poi nella vita, quando l'alunno diventato adulto e continua a confondere le rappresentazioni con gli oggetti esterni. Con il rischio di entrare in crisi accorgendosi che molte sue azioni di conoscenza attiva non funzioneranno una volta applicate a oggetti che si comportano in maniera ben diversa da come erano stati rappresentati.

    La scuola dovrebbe allora abbandonare questo suo atteggiamento di dispensatrice di rappresentazioni? Certo che no perché le rappresentazioni stesse, derivando dagli oggetti interni, sono spesso molto più maneggiabili degli oggetti esterni. Per fare un esempio, un professore di Geografia non può certamente far fare ai ragazzi il giro di un intero continente per spiegare loro cosa si trova in esso: è molto più semplice e veloce studiarlo con l'atlante geografico in mano. Nel caso della Matematica, costruzione mentale per eccellenza, non vi sono altri strumenti di spiegazione se non le rappresentazioni stesse. Quando parliamo invece di Fisica dobbiamo sperimentare l'efficacia delle rappresentazioni, costituite proprio da formulazioni matematiche degli oggetti esterni che sono i fenomeni di studio della materia.

    Rappresentazioni e Storia

    Un discorso a parte merita invece la Storia, quell'insieme cioè di informazioni che vengono date su eventi accaduti in passato cui il pubblico non ha mai partecipato (tranne nei casi di testimoni viventi, ovviamente).

    Dato che la nostra conoscenza deriva da un accumulo di descrizioni senza contatto diretto con gli oggetti esterni cui queste presuppongono di riferirsi, cosa succede quando cerchiamo di studiare qualcosa che viene dal passato più o meno recente cioè da eventi spesso lontani dalla nostra età decine, centinaia o migliaia di anni? Che cosa ne è rimasto se non racconti tramandati da uomini alle generazioni successive e quindi rappresentazioni che sono state modificate continuamente dai narratori? Come fare per ricostruire quanto accadde veramente anche solo qualche giorno fa?

    Il problema della ricostruzione di questi passaggi all'indietro nel tempo non è da poco, ma non sembra che questo sia di interesse per chi fa imparare migliaia di nomi e date agli studenti che vogliono sapere qualcosa del passato più o meno recente. Agli studenti il dato storico viene offerto come una verità matematica, come il pranzo del giorno: è accaduto questo e quello, in quell’anno. Punto.

    L'abitudine di tramandare il passato come fosse una realtà presente ha fatto sì che in mezzo ad una miriade di fatti che avevano una certa attendibilità si siano infiltrate notizie spacciate per realmente accadute. E allora come distinguere la verità, cioè quelle rappresentazioni che corrispondono ad una certa parte dell'oggetto esterno costituito in questo caso da un fatto accaduto? In realtà questo non si insegna almeno fino all’università dove si possono trovare pochi corsi specialistici. Dobbiamo quindi abbozzare un qualche metodo per appurare se i racconti che ci pervengono dal passato si riferiscono a fatti accaduti e in quale misura.

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    Per approfondire ulteriormente questa delicata tematica, anche attraverso tabelle e modelli, vi rinviamo allo studio pubblicato alle pagine

    www.deiricchi.it

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    (09/02/2006 Tg0-positivo)