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  • Il trucco del debito pubblico

    Il trucco del debito pubblico

    L’autore di www.deiricchi.it presenta uno studio per spiegare agli italiani come funziona il meccanismo del debito pubblico

    Il servo e il padrone

    Un giorno un servo entrò alle dipendenze di un nuovo padrone. Dopo un mese di lavoro si presentò per ricevere il primo stipendio. Il padrone gli si fece incontro e con modi amichevoli gli fece una proposta: “Io so che tu non adopererai questo stipendio, perché alla tua famiglia per vivere basta quanto guadagnano tua moglie e le tue figlie tessendo i miei filati. Io ti propongo questo allora: lasciami questi soldi e io te li ritornerò quando avrai bisogno aumentati degli interessi che avranno maturato”. Il servo accettò e così fece per tutti i successivi stipendi. Ora venne il momento di maritare la sua prima figlia. Il servo pensò ai soldi che aveva depositato dal padrone: dopo dieci anni avrebbe dovuto ritirare una somma pari a più di cento volte lo stipendio mensile, sufficiente per assicurare la dote e la festa per il matrimonio. Si affrettò quindi a richiedere il denaro al padrone, ma questi non era in casa. Passò il giorno dopo, ma gli dissero che era occupato.

    Ritornò ancora, ma sempre invano finché un giorno si decise ad aspettarlo fuori fino a notte fonda. Il padrone si fece vedere, stranamente dalla finestra dell’ultimo piano della sua villa. “Padrone, mi servono i soldi che ti ho lasciato in deposito”, chiese il servo. Il padrone restò a guardarlo. “Non ti ricordi, tutti gli stipendi che ti sei tenuto, mi servono ora perché devo maritare la mia prima figlia!” Il padrone guardò il servo e scrollò le spalle: “Mi dispiace, ma non ho quei soldi” disse. “Come, ma se te li ho lasciati ogni mese!”. “Lo stipendio che ti consegnavo erano sempre gli stessi soldi che tu mi ritornavi lasciandoli in deposito da me. Io ti davo lo stesso stipendio che tu mi riconsegnavi ogni volta. Ho cercato di investirlo, ma gli affari non sono andati bene, forse non sono stato fortunato, o forse neanche ho saputo amministrare bene la mia azienda. Ma non avevo il coraggio di dirtelo, e ho continuato a farti credere che ogni mese ti stavo pagando il salario per il tuo lavoro, mentre in realtà aggiungevo al nulla sempre la stessa somma.”

    Il debito pubblico come mezzo per contenere la tassazione

    Il racconto del servo che presta al padrone i soldi perché paghi il suo stipendio ci introduce alla storia del debito pubblico, lo strumento con quale gli Stati finanziano molte delle loro operazioni ipotecando i risparmi dei cittadini. Nella sostanza, una nazione chiede in prestito i soldi per pagare i servizi resi; lo fa rivolgendosi direttamente ai cittadini o alle banche che ne raccolgono i risparmi. In questo modo il cittadino pensa di avere depositato in banca una certa cifra di denaro, mentre invece essa è stata spesa non appena lo Stato ne è venuto in possesso.

    Formalmente l'estratto conto che il cittadino si vedrà recapitare riporterà sempre la cifra che da lui depositata, in realtà quella somma non esiste più perché in parte utilizzata per pagare i debiti nazionali. Questo però permette allo Stato di non chiedere le tasse nella quantità sufficiente a coprire le spese necessarie. In questo modo il prelievo fiscale può essere mantenuto basso, utilizzando anche sistemi proporzionali che fanno sì pagare di più ai cittadini meno abbienti, ma tengono le tasse ad un livello relativamente sopportabile.

    La pratica del debito pubblico è piuttosto moderna, in quanto necessita di un intermediario (le banche) che faccia arrivare i soldi dal cittadino allo Stato. Se ne servì per esempio l'Inghilterra dal 1690 in poi, con il risultato che il debito che passò da un valore praticamente nullo a più di 200 milioni di sterline dopo appena 100 anni. Ogni aumento per altro era conseguente ad una guerra in corso: "lo strumento del debito pubblico fu utilizzato con larghezza dalla monarchia inglese per finanziare la propria politica di potenza. Per assicurare il pagamento degli interessi il governo aumentò progressivamente le imposte indirette, che gravavano sui ceti meno abbienti. Ciò costituì un ulteriore stimolo all'accumulazione di ricchezza delle classi dominanti." [1]

    [....]

    Via via che aumentava la proporzionalità del prelievo fiscale (e diminuivano perciò la progressività e la tassazione delle fasce più ricche della popolazione), il debito pubblico è andato accumulandosi in maniera abnorme. Ciò ha permesso di contenere l'aumento della pressione fiscale sotto i valori che avrebbero impoverito le fasce a bassa ricchezza ma creando ben altri problemi: il risultato è che la pressione fiscale "cresce a fronte di servizi pubblici in calo perché, attraverso una colossale partita di giro o di raggiro, le tasse prelevate sulla produzione del reddito non servono più per il funzionamento dello Stato, ma per la remunerazione della rendita: circa 200.000 miliardi [in lire] di gettito annuale Irpef, Irpeg, Ilor servono infatti, per pagare circa 200.000 miliardi di interessi, dovuti su di un debito pubblico ormai pari a qualcosa come 2 milioni di miliardi." [2]

    La diminuzione del debito in rapporto al PIL è di una lentezza disarmante se paragonata alla sua crescita e valore che le notizie ci dicono crescere di continuo in termini assoluti: a febbraio 2002 "secondo i dati contenuti nel supplemento al bollettino statistico della Banca d'Italia - ha toccato quota 1.358.835 milioni di euro, un valore pari a 2.631.072 miliardi di vecchie lire. In un anno il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato del 3,7%, di oltre 48.000 milioni di euro." [3]

    La speranza dei nostri amministratori è che non scoppi alcuna crisi così da impegnare le generazioni future a recuperare negli anni i risparmi custoditi dalle nostre banche di fiducia. Gli effetti del debito pubblico, come vedremo tra poco, possono essere infatti di una pericolosità inaudita.

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    [1] Cfr. [Capitalismo] pag. 84.

    [2] Cfr. [Tremonti] www.santoro.it/forum/riv1994/riv1994_n4art26.htm.

    [3] Cfr. [Ansa] 10/05/2002.

    Effetti del debito pubblico

    Mentre in Argentina si scatenava nel 2002 una grave crisi economica, in Italia si viveva ‘stranamente’ un periodo scarso di interesse e approfondimenti televisivi sul debito pubblico; eppure proprio da quest'ultima crisi vi sarebbero stati interessanti analogie su cui meditare. Non entriamo nel merito dei motivi che l’hanno provocata, ma vediamo come essa è stata momentaneamente risolta.

    Nello Stato sudamericano vari rimpasti di governo succedutesi nel giro di qualche giorno generarono una manovra economica imperniata su una mossa principale: la sospensione del pagamento del debito estero (che ammontava a 142.3 miliardi di dollari). Avrebbe potuto il Fondo Monetario Internazionale avvallare una tale scelta? Sì, al punto che per una piccola parte (933 milioni di dollari) accettò di rinviare l'incasso di un anno. Ma un creditore, in questo caso l’FMI nei confronti dello Stato argentino, deve avere l'assicurazione di poter trovare il denaro che gli spetta. Come poteva fare l’Argentina per fronteggiare la mancanza delle finanze adeguate? Il denaro, si sa, viene conservato dalle banche il tempo necessario per essere rimesso in circolazione al momento della necessità. Esse sono le casseforti del risparmio cittadino. Ma se uno Stato ha contratto un debito verso l'esterno, allora significa che ogni suo cittadino deve soldi a qualcun altro. Lo Stato pagherà il debito chiedendo in prestito i soldi alle banche dove il denaro è stato ammucchiato; queste ultime non diranno mai al cittadino di aver utilizzato i suoi soldi per pagare il debito.

    Le banche possono continuare a comportarsi da false casseforti finché il denaro depositato supera quello richiesto per far fronte ai normali prelievi dei cittadini e a quelli dello Stato. In pratica, statisticamente, vi è probabilità quasi nulla che tutti i cittadini si presentino a ritirare i risparmi che avevano depositato, per cui il sistema sta in piedi. Ma in un momento di crisi cosa succederà se, presi dal panico e dal bisogno, i cittadini si riversassero in banca per prelevare le somme versate? Le notizie di agenzia ci dicono che "La Banca centrale argentina ha disposto la chiusura a tempo indeterminato di banche e agenzie di cambio a partire da lunedì, a causa della crisi di liquidità del sistema, gravato da continue corse dei risparmiatori al ritiro dei depositi, nel timore che rimangano bloccati. […] Nelle scorse settimane, la magistratura argentina aveva dato ragione ai risparmiatori che avevano intentato ricorso contro i congelamenti. Il presidente della Repubblica, Eduardo Duhalde, nel corso del suo programma radiofonico “Conversando con il presidente”, ha detto: "Corriamo il rischio che il sistema finanziario esploda se i giudici continuano ad autorizzare che si restituisca il denaro ai risparmiatori in base unicamente ad una sentenza". Dopo aver definito "molto fragile" la situazione delle banche, ha sottolineato che "tutto questo è irregolare". Intanto, il ministro delle Finanze Jorge Remes Lenicov è a Washington per tentare di ottenere dall’Fmi e dalla Casa Bianca lo sblocco dei finanziamenti sospesi nel dicembre scorso. Il Fondo monetario aveva imposto all’Argentina pesanti misure d’aggiustamento come condizione per la liberazione dei soldi; il ministro Lenicov vorrebbe convincere le autorità monetarie “a ridimensionare le pretese." [1]

    La situazione diventa quindi drammatica, e non ha un riflesso solo interno all'Argentina, come difatti viene previsto; "'La crisi argentina continua a condizionare l'economia mondiale. Nel 2002 il Pil subirà un calo del 12%. I 400 mila risparmiatori italiani che hanno investito 14 mld di euro in obbligazioni vedono ancora lontana la possibilità di recuperare il capitale e gli interessi'. Maurizio Guandalini, dell'Alta scuola di economia della Cattolica, è pessimista sulla ripresa, almeno a breve termine. Il rischio? 'Che i detentori di obbligazioni, con scadenza 2004 e anche prima, non rivedano nemmeno il capitale. Ma in verità tutta l'America latina è una polveriera, come la crisi venezuelana dimostra'." [2]

    Se alcuni cittadini italiani corrono dei rischi per gli effetti del debito pubblico in un Paese lontano come l’Argentina, a maggior ragione tutti dovremmo preoccuparci di quello di casa nostra. Il debito pubblico italiano non è stato contratto con l'estero, come nel caso dell'Argentina, ma direttamente con i cittadini italiani. Il fatto che l'amministrazione non riesca a pagare tutti i servizi erogati ai cittadini (ospedali, esercito, istruzione) e ricorra ai prestiti delle banche, evidenzia che il prelievo fiscale non è sufficiente per erogare i servizi ai cittadini. Lo Stato non ha il coraggio di aumentare le tasse per richiedere soldi ai cittadini, ma camuffa questa operazione utilizzando le banche come intermediari. Anche se i cittadini non cadono nel tranello e non comperano i fasulli titoli emessi dallo Stato, ci pensano le banche a mettere a disposizione parte della loro liquidità: esse infatti, come nel caso argentino, sopravvivono perché i cittadini non corrono tutti insieme a ritirare i propri risparmi e gli estratti conto sono solo valori nominali della liquidità disponibile. Ogni cittadino che non ha dunque l’effettiva certezza di poter ritirare quanto prima depositato in banca.

    Le tasse che ogni cittadino paga vanno perciò aumentate con la quota di partecipazione di ciascuno al pagamento del debito pubblico. Quanto è questo valore? Se il debito pubblico italiano ammonta a 1.358.835 milioni di euro significa che ogni cittadino ha a carico una cifra di circa 23 mila euro. Calcolata in termini di famiglie questa cifra equivale a circa 62 mila euro. Anche il debito è perciò una forma di tassazione, non progressiva, ma addirittura a prelievo costante sui risparmi di ogni cittadino. Solo che il cittadino non si accorge di questo debito.

    Se un domani qualcuno pretendesse il saldo di questo debito, quasi il 50% delle famiglie italiane non riuscirebbe a pagarlo neppure vendendo tutto quello che possiede. Le simulazioni della [Società] avevano previsto tutto questo in maniera matematicamente convincente ed ora vengono confermate dalla realtà dei numeri: un prelievo fiscale iniquo, che non incida sulla ricchezza in maniera progressiva, rende povere consistenti fette di popolazione.

    Per rendersi conto della gravità del debito pubblico italiano si consideri che esso "sempre in volume finanziario, rappresenta da solo circa un terzo dei 4707,7 miliardi di euro di debito pubblico cumulato del totale di Eurolandia." [4]

    Il debito pubblico viene di solito paragonato al Prodotto Interno Lordo (PIL) cioè alla quantità di reddito accumulata in un anno da una nazione. E poiché quest’ultimo vale 1.09 volte il PIL, per estinguerlo tutti i cittadini d’Italia dovrebbero lavorare ‘gratis’ per più di un anno. Non essendo realistica questa prospettiva, la corsa intrapresa dall'Italia è tentare di diminuirlo; quanto siano efficaci i suoi sforzi lo si desume dalla velocità con cui scende la curva di Figura 1 di ECONOMIA - Il debito pubblico come mezzo per contenere la tassazione e dalle querelle accesesi sui metodi utilizzati dal governo italiano per convergere ai parametri europei: "Eurostat ha bocciato le cartolarizzazioni fatte nel 2001 dal governo italiano sul lotto e gli immobili. Per l'ente statistico dell'Unione Europea, entrambe le operazioni non possono essere incluse a riduzione del deficit. L'impatto delle due operazioni essendo pari allo 0,56% del Pil, questa bocciatura aggrava il rapporto deficit-Pil 2001 dell'Italia dall'1,6% a circa il 2,2%." [5]

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    [1] Cfr. [Rai news] 20/04/2002.

    [2] Cfr. [Rai news] 03/05/2002.

    [3] Cfr. [Bilanci famiglie 2000] pag. 63.

    [4] Cfr. [Rai news] 21/03/2002.

    [5] Cfr. [Ansa] 03/07/2002.

    Tassazione sulle imprese

    Finora abbiamo parlato di prelievo fiscale sulle persone fisiche e niente si è detto su quelle giuridiche. La normativa italiana prevede infatti forme di tassazione diverse per le due categorie di contribuenti. Alla prima categoria appartengono gli individui in quanto cittadini dello Stato, alla seconda tutte le imprese che in esso operano (ad esempio le società per azioni o a responsabilità limitata). Alla prima si applica l'Irpef (Imposta sul reddito del persone fisiche) alla seconda l'Irpeg (Imposta sul reddito delle persone giuridiche). Se per le persone fisiche abbiamo appena visto che è rimasta nel tempo parte della progressività, per le giuridiche la progressività non è mai stata considerata e il prelievo è ad aliquota fissa pari, nel 2002, al 36%.

    Dagli studi effettuati ci risulta ora chiaro che la moria di piccoli imprenditori non poteva che avvantaggiare la nascita di grosse imprese o multinazionali. Grazie ad un sistema di tipo proporzionale, senza ridistribuzione del prelievo effettuato, lo Stato non ha fatto che favorire l'accumularsi di ricchezza in mano a pochi, falcidiando i piccoli negozi in favore di ipermercati, decimando la concorrenza e favorendo il monopolio delle nuove oligarchie produttive e commerciali. Di riflesso è altresì chiaro che la progressività sui redditi personali viene vanificata dalla sua assenza nei redditi d’impresa, da cui quelli individuali dipendono. La battaglia per una reale progressività del sistema fiscale è quindi tutta in salita. Il dettato costituzionale e ancor prima le rivendicazioni delle classi deboli ma numerose, a partire dalle rivoluzioni inglese e francese, sono stati pian piano disattesi dallo Stato italiano.

    Tendenze in atto

    Abbiamo visto che negli anni la progressività è stata fortemente compromessa da politiche fiscali che hanno condotto i ricchi a pagare sempre meno e i meno abbienti a vedersi aumentare le tasse. La continua riduzione delle aliquote e degli scaglioni Irpef insieme alla fissazione di un’aliquota unica per la tassazione delle imprese indicano chiaramente l'incapacità di cogliere il problema della perequazione della ricchezza, imperizia che ha accomunato più classi politiche ed è andata accentuandosi col passare degli anni dai tempi della costituzione della Repubblica.

    Se con la riforma in atto adesso diminuirà il gettito fiscale da imposta diretta, attraverso le imposte regionali, provinciali e comunali verranno aumentati gli incassi da altre fonti. Ad esempio aumentando l'ICI sui fabbricati e terreni. Ma soprattutto aumentando il costo dei servizi di asporto e smaltimento dei rifiuti, le tariffe dell'acqua e delle fognature, i servizi ospedalieri, e perché no, il costo dell'energia, dai combustibili e carburanti fino all'energia elettrica, sui quali lo Stato incassa notevoli accise. Così capita che "La pressione fiscale cala, ma il fisco locale è sempre più vorace. Le imposte che alimentano le casse di Regioni, Province e Comuni saranno di 73.033 mln di euro alla fine del 2002. E il prelievo 'federalista' è aumentato del 31,5% tra il '99 e il 2002."

    Ma tutte le imposte diverse da quella sul reddito non sono assolutamente progressive: un ticket sanitario, un litro di benzina o d'acqua lo pagano allo stesso prezzo sia l'ultra miliardario che il comune cittadino, che vivono però con ricchezze ben diversi. Questa enorme disparità, come si è più volte ribadito, aggraverà inevitabilmente la disuguaglianza sociale portando a un sempre maggiore aumento della povertà. Più incideranno questi costi sul contributo del cittadino alla comunità e più aumenterà la sperequazione sociale. Il cittadino che ha appena pagato l'imposta sul reddito non ha quindi finito di dare il suo contributo allo Stato. La persona versa infatti tributi attraverso imposte dirette, indirette e contributi sociali: all’IRPEF (o IRPEG per le persone giuridiche) si aggiungono IVA, imposta del registro, imposta sulle successioni e donazioni, imposte comunali (come le tasse per lo smaltimento dei rifiuti), provinciali (come l'iscrizione dei veicoli al PRA), regionali (come l'IRAP) e altre ancora. L'imposta sul reddito è quindi solo una delle tante tasse e la sola a cui è stata concessa una vera e propria natura di progressività. Purtroppo la pressione fiscale sulle famiglie dovuta all'IRPEF è stata solo del 14.7% nel 2000 . Le imposte dirette (di cui l'IRPEF fa parte) erano solo il 33% del totale delle entrate delle amministrazioni pubbliche nel 1997. Mentre invece l’addizionale Irpef, l’ICI e la tassa sui rifiuti (tasse di tipo proporzionale o addirittura a quota fissa) possono aumentare il peso fiscale sul cittadino di più del 10%. L'IVA infatti non guarda in faccia nessuno, ricchi e poveri pagano la stessa percentuale sugli acquisti che effettuano. Ma con differenze di redditi e patrimoni spesso enormi.

    L'IRPEF non contribuisce quindi a moderare gli squilibri sociali, in quanto una serie di altre imposte ne vanificano il metodo progressivo. L’utilizzo delle imposte dirette accentua la caduta di intere fasce di popolazione verso le soglie di povertà, che non sono evidenti solo perché lo Stato camuffa il proprio operato iniquo tramite l'uso del debito pubblico.

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    [1] Il prezzo della benzina è 3 volte il suo costo in quanto oberato da accisa sulla produzione e IVA che finiscono nelle casse dello Stato.

    [2] Cfr. [Ansa] 03/05/2002.

    [3] Cfr. [Ansa] 23/1/2002

    [4] Cfr. [CorrierEconomia] 24/06/2002.

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    Per approfondire ulteriormente questa delicata tematica, anche attraverso tabelle e modelli, vi rinviamo allo studio pubblicato alle pagine seguenti

    www.deiricchi.it

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    (09/02/2006 Tg0-positivo)