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  • Vita di S. Martino

    Vita di S. Martino

    Pubblicata la traduzione moderna del poema di Venanzio Fortunato

    “Martino”, cioè piccolo Marte, santo-guerriero ricordato come un eroe che lega la “cultura latina, mediterranea e orientale a quella celtica”.

    La cristianità celebra San Martino l’11 novembre, giorno di solidarietà, ma anche di festa per l’agricoltura. Non è un caso che la nuova edizione della vita del santo sia realizzata in Provincia di Treviso, visto che Venanzio Fortunato è originario di Valdobbiadene e lo stesso santo solcò la terra veneta nelle sue peregrinazioni.

    L’immagine aneddotica più nota di San Martino è quella del mantello. In un giorno d'autunno, mentre usciva da una delle porte di Amiens, dove viveva, vide un povero vecchio, mezzo nudo e tremante per il freddo. Si impietosì, tagliò il suo mantello di lana e ne diede la metà al povero. Immediatamente il sole si mise a scaldare come in estate. Per questo, si chiama l'estate di San Martino quel periodo agli inizi di novembre in cui spesso la temperatura è più mite. Tradizionalmente durante questi giorni si aprono le botti per il primo assaggio del vino novello, che di solito viene abbinato alle prime castagne.

    San Martino ritorna a vivere grazie al libro “Vita di S. Martino” del poeta latino Venanzio Fortunato, a cura di Gian Domenico Mazzocato che ne ha realizzato la traduzione e l’introduzione, impreziosito da immagini iconografiche ricercate da Ivano Sartor. L’opera, che rievoca la vita e le vicende del Santo, nativo della Pannonia, attuale Ungheria, è edita da Piazza Editore di Treviso, realizzata con il sostegno della Regione del Veneto, nell’ambito del “Progetto San Martino”, elaborato dalla “Congrega del Tabàro”, sodalizio che da sei anni che si prodiga per rivalutare l’identità veneta e che ha in San Martino il suo patrono.

    Ma chi era Venantius Honorius Clementianus Fortunatus? Il poeta nacque verso il 530 a Valdobbiadene (Treviso). Studiò grammatica, retorica e diritto a Ravenna. Fu colpito da un'infermità alla vista, cui seguì una inspiegabile guarigione, che Venanzio attribuì all’intercessione di San Martino di Tours. Decide di andare a rendergli grazie presso la sua tomba in Gallia a Tours. Durante il viaggio viene ospitato da famiglie signorili che conquista dilettandole con i suoi versi composti in latino. A Tours prega sulla tomba di San Martino, cui dedica un suo poema. Da lì raggiunse Poitiers dove conobbe S. Radegonda, figlia del re di Turingia. In seguito alla protezione di Radegonda Venanzio si stabilì a Poitiers. Dopo la morte di Radegonda prende gli ordini sacri e assume la direzione spirituale del monastero. Nel frattempo continua a scrivere, ma i nuovi temi della sua poesia sono religiosi: il culto della Croce, la pietà mariana, il senso della morte e la guida spirituale dei fedeli. Approfondisce la conoscenza dei Vangeli e dei salmi, dei profeti e della patristica. Compone poi la storia della vita dei sette santi della Gallia, tra cui quella di Radegonda. Nel 595-97 venne consacrato vescovo di Poitiers, in un periodo di lotte intestine tra le famiglie locali. Muore il 14 dicembre probabilmente nel 607 e la devozione popolare lo venera presto come un santo. "Questo libro viene a colmare un vuoto di 200 anni nel quale non sono esistite traduzioni complete dell'opera di Venanzio Fortunato - ha spiegato il suo curatore Giandomenico Mazzocato, nel corso della presentazione avvenuta nel Palazzo della Provincia di Treviso -, per questo ho cercato di coniugare il giusto rigore scientifico alla leggibilità. San Martino è una figura emblematica, ha saldato la cultura gallo-romana a quella celtica. Ricordo inoltre che il santo è stato ordinato Primo Vescovo, realizzando un'importante organizzazione della realtà religiosa locale, soprattutto nelle campagne. Venendo a Venanzio Fortunato, è un peccato che come autore sia relegato solo agli studi specialistici, perché rappresenta una grande risorsa culturale per la latinità del nostro territorio". Ma la vita di S. Martino, secondo Mazzocato, rivela tra le righe anche altre profonde motivazioni: “Ritengo che essa – spiega lo studioso – non rappresenti in realtà lo scioglimento di un voto ma una sorta di manuale dedicato alla regina Radegonda. Figlia del re di Turingia, la nobildonna aveva sposato il re Clotario, artefice dell’unione delle Gallie. Alla sua morte, ella divenne un vero e proprio ago della bilancia del suo Paese. Fondò un monastero e si fece inviare le reliquie della Santa Croce che diedero poi il nome al monastero stesso. Divenne insomma una specie di ‘vescovo atipico’, al quale Venanzio Fortunato avrebbe dedicato la sua opera, ricca di istruzioni e suggerimenti sul come operare in tale ruolo”.

    L’opera si legge come un romanzo e rappresenta l’ultimo grande poema della classicità, vero e proprio anello di congiunzione tra il mondo antico e il magma dei numerosi Stati nazionali che si andavano allora formando.

    Per info sul libro www.giandomenicomazzocato.it

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    (05/01/2006 Tg0-positivo)