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  • Arriva un cucciolo Autore: Valeria Rossi

  • Modi de dir modi de far

    Modi de dir modi de far

    Viaggio nel dire e fare di un tempo fra Prealpi Trevigiane e Bellunesi in un libro di Mariano Lio, edito dalla Libreria Editrice Agorà

    A studiare la condizione di salute e l'identità del dialetto veneto, sono ormai in molti, chi con la laurea universitaria chi, invece, con il semplice diploma dell'amore. Parlo di quell'attaccamento al proprio paese, al modo di essere e di parlare della gente, insomma al bisogno morale di scoprire, come si dice, le proprie radici. Questo termine è spesso abusato da chi si accontenta di togliere appena la polvere che copre il passato, non va oltre, si ferma alla superficie delle cose.

    Non è il caso di Mariano Lio che si presenta con il suo quarto lavoro, una raccolta di modi di dire, spigolati a Segusino, dove si parla un dialetto che si specchia nella parlata di Chipilo, in Messico, in bocca agli emigrati di oltre un secolo fa. Si tratta della quarta tappa di un cammino coerente, iniziato con Un saluto da Segusino, seguito da Setu de chi pò ti, céo? e Proverbi de confin, un'opera quindi che si completa libro dopo libro, con una puntualità che ne aumenta la testimonianza e il valore. In particolare, cercare e raccogliere i modi di dire di una comunità, vuoi dire penetrarne, attraverso la parola, i rapporti sociali e la memoria collettiva che li documenta. Per questo, se si spegne la memoria, si perde anche la parola, e i primi a scomparire sono i modi di dire.

    I modi di dire sono, infatti, la forza del linguaggio, la sua espressione lirica, che apre la parola, ne scopre il significato nascosto, il colore, il legame con l'ambiente. Questo succede in particolare con il dialetto che, secondo Cortelazzo, non è fatto solo di singole parole, ma da una infinità di sfumature e metafore. Proverbi, modi di dire e locuzioni sono parte viva dell'oralità, ma non appartengono esclusivamente alla cultura popolare; le lingue dotte ne possiedono, infatti, un grande patrimonio. Si deve però considerare che il dialetto consente una più ampia libertà al "parlante" e ha in sé una notevole forza creativa che si riversa, appunto, nei modi di dire. (Coltro, L'altra lingua).

    Gli anziani dialettofoni possiedono, ancora oggi, una vasta gamma di modi dire, una capacità sorprendente nel loro uso, a seconda delle circostanze e delle situazioni nelle quali vengono a trovarsi. Il fatto è che in un ambiente dove ormai pochi parlano il dialetto e che, comunque, non saprebbero capire il loro modo di esprimersi, anche i modi di dire si spengono. Una volta si potevano incontrare persone capaci di creare e ricreare modi di dire con grande facilità, usando termini comuni sia al mittente sia al destinatario del messaggio, che veniva capito secondo la situazione cui si riferiva. Non è più così, anche se ci illudiamo di parlare in dialetto, perché le parole che usiamo sono limitate a una comunicazione appena accennata, limitata a situazioni, ripetute, di tono amicale o familiare. Manca il colloquio, la ciacola, il colore del discorrere libero e creativo dei nostri nonni, le forme più genuine e autentiche del parlare. Si parla italiano dove prima si parlava dialetto, abbandonato per una creduta promozione sociale, una distinzione imposta dall'esterno e non maturata come fatto culturale. Sicché, l'italiano che spesso si parla è una parola vuota, ripetuta su schemi televisivi e consumistici. Manca all'italiano proprio il serbatoio del dialetto che da sempre lo ha arricchito di parole, gli ha dato colore di espressione.

    La lingua italiana è oppressa da neologismi, da parole imposte dall'informatica, da una società tecnologica, appunto delle tre "i" moderne: Inglese, Internet, Impresa. Nasce, quindi, il problema di una rieducazione dei parlanti, ma non si riesce a scoprire come, quali strumenti siano i più efficaci. Intanto assistiamo alla gara tra autori di vocabolari, a chi imbarca il numero maggiore di neologismi, mentre, all'opposto, gli appassionati di dialetto vanno alla riscoperta di un passato recente, ma troppo presto dimenticato. C'è stato un primo momento, quello degli studiosi che si sono dedicati alla compilazione di vocabolari dei dialetti locali, poi sono venuti gli esperti in dialettologia che si sono dedicati alla compilazione di dizionari etimologici e di grammatiche, un tempo ritenute impossibili.

    Oggi, l'interesse al dialetto si è allargato e ci troviamo di fronte a ricercatori "testimoni" dei più svariati aspetti della tradizione orale.

    Di fronte alla scomparsa della parola comune, di una fiaba, di una canta, gli adulti si sono impoveriti, non sanno cosa tramandare ai più giovani e, mancando ormai la tradizione, sentono il bisogno del libro per documentare una memoria debole, spesso esaurita. Per questo, sono encomiabili autori come Lio che scavano nel passato e ci riportano la parola e tutto ciò che lega al proverbio, ai modi di dire.

    Il suo non è un semplice elenco di frasi, ma ogni espressione si arricchisce di un'ampia piattaforma di informazioni che ne allarga il senso e lo completa. Sono descrizioni di fatti accaduti, di esperienze accumulate da generazioni, in particolare quelle dei mestieri del paese, la loro specificità locale, con i termini "tecnici", la storia tramandata e, in questo caso, quella dell'emigrazione, un fenomeno diffuso nel Veneto, così la parola "antica" ritorna in patria dai paesi lontani, portandosi dietro la memoria e il cuore degli emigrati.

    Dino Coltro

    (Dalla Prefazione al libro “Modi de dir modi de far” di Mariano Lio, 2004)

    Mariano Lio, autore del libro sui modi di dire e di fare fra Prealpi Trevigiane e Bellunesi.

    (04/01/2006 Tg0-positivo)