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  • La biologia delle credenze Autore: Bruce Lipton. Editore. Macroedizioni.

  • La bacchetta dell’Albatros

    La bacchetta dell’Albatros

    Storia del bambino disabile divenuto uno dei più grandi maestri d’orchestra

    Nello spazioso camerino del Parco della Musica di Roma, Jeffrey Tate sta sprofondato su una poltrona. Tra poco avrà una prova con l'Orchestra dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia. Sul tavolo, accanto alla bacchetta, il maestro Tate tiene aperta la partitura del poema sinfonico Ein Heldenleben ("Una vita d'eroe") di Richard Strauss, uno dei suoi autori prediletti. La pagina è piena di note e appunti. A 60 anni, Jeffrey Tate continua a studiare e approfondire.

    Il critico musicale Paolo Isotta lo ha definito «direttore illustre, colto, severo con se stesso e mite con gli altri».

    Oggi Tate è tra i più apprezzati direttori d'orchestra in circolazione, ma la sua storia è diversa da quella della maggior parte dei suoi colleghi. Claudio Abbado, ad esempio, è figlio di un violinista, ha studiato fin da ragazzo al Conservatorio, ha vinto i concorsi giusti e a 35 anni dirigeva già alla Scala. Anche Riccardo Muti ha seguito un percorso simile.

    Per Jeffrey Tate è stato tutto più difficile, fin dalla nascita. Tate soffre infatti di una grave malformazione ossea. Quando cammina si appoggia a un bastone e dirige stando seduto. Le sue lunghe braccia, quando si estendono, sembrano le enormi ali di un albatros. «I miei problemi», racconta il maestro, «sono stati evidenti fin dalla nascita, ma dai cinque anni fino all'adolescenza si sono aggravati. Sono stato sempre peggio e ho subito due operazioni. Da bambino ho avuto grandi difficoltà a farmi accettare, ho sofferto molto e tutta la mia vita e non è stata facile. Oggi va molto meglio, ho solo qualche difficoltà a respirare quando fa troppo caldo, ma dirigere mi aiuta. I momenti brutti li ho lasciati alle spalle, ma due o tre voi- le dita il segno delle corna, come se volesse colpirmi con una maledizione. Forse non aveva mai visto nessuno nella mia condizione».

    Il bambino handicappato nato nel 1943 da una famiglia della media borghesia di Salisbury (nell'Inghilterra meridionale) scoprì la musica grazie a un pianoforte dei nonni. «Nella mia casa», racconta, «c'era un pianoforte e cominciai a suonarlo a cinque anni. Posso definirmi un autodidatta, non ho frequentato il Conservatorio. Ogni tanto andavo in blioteca e mi divertivo a studiare le p, ture dell'opera lirica. A scuola cantavo una volta mi esibii con il coro davanti grande musicista Benjamin Britten».

    Per il giovane Jeffrey, la musica è una passione, ma per la professione i progetti sono altri. Anche su pressione dei genitori, Tate si iscrive alla facoltà di Medicina. Si laurea all'Università di Cambridge e completa pure il suo internato all'Ospedale Saint Thomas di Londra. La laurea fa contenti i genitori ma non soddisfa Tate. “Già nell’ultimo periodo dell’Università, i miei esami erano andati a rilento perché dedicavo più tempo alla musica; alla fine capii che mi potevo realizzare dedicandomi solo alla mia grande passione”.

    La svolta arriva quando Tate viene ammesso alla Scuola d'Opera di Londra. Nel 1970 entra come pianista accompagnatore al Covent Garden. Lì può vedere da vicino e assistere maestri come Carlos Kleiber, Georg Solti, Rudolf Kempe e Colin Davis. Nel 1976 assiste Pierre Boulez per il "Ring wagneriano" di Bayreuth e nel 1978 arriva il grande momento dell'esordio con la bacchetta, tutto solo sul podio. Il luogo è Goeteborg, l'opera è la Carmen di Bizet. Quando gliene parlano, Tate si spaventa, si ritiene inadatto, ma poi corre il rischio ed è un successo. Da quel momento la carriera di Jeffrey Tate decolla. Nel 1986 viene nominato direttore principale del Covent Garden, guida l'English Chamber Orchestra ed è direttore ospite dell'Orchestre Mattonale de France. Poi lo chiamano in tutto il mondo: Berlino, Boston, Cleveland, Rotterdam, Los Angeles. In Italia è ospite abituale della Scala, dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia e dell'Orchestra sinfonica della Rai (di cui è direttore onorario dallo scorso settembre).

    No alla gloria facile

    Ma, nonostante i successi e i riconoscimenti del pubblico e della critica, Tate prende le distanze dalla gloria facile. «Io», spiega, «mi sento sempre un dilettante e questo mi aiuta a stare un po' al di fuori da quello che faccio. Anche i miei problemi fisici mi hanno aiutato a vedere la vita un po' da lontano, con un certo distacco e credo che ciò mi faccia bene». Sì, per Jeffrey Tate la musica non è tutto. «La mia vita è molto più aperta di questa partitura», sorride il maestro indicando i righi fitti di note che gli stanno davanti. «Mi piace molto il teatro», continua, «e direi che la mia passione per l'opera nasce proprio dall'amore per il teatro. Adoro leggere, studiare l'architettura e la pittura. Per ora ho poco tempo, ma fra due o tre anni intendo rallentare questa vita fatta di viaggi continui e di concerti. Allora, magari, scriverò anche qualche libro». Ma chi si aspetta saggi musicali o autobiografie resterà deluso. Nella testa del maestro Tate c'è ben altro: «Vorrei scrivere un thriller poliziesco e un libro di viaggi e gastronomia, una specie di racconto sui vecchi ristoranti che non ci sono più».

    Roberto Zichittella

    (Famiglia Cristiana, n. 23/2003)

    (04/01/2006 Tg0-positivo)