Condividi: Ok Notizie Technorati Virgilio Facebook
Mail Tg0+Scrivi alla redazione di Tg0-positivo

Macrolibrarsi.it presenta il LIBRO: Scopri il Segreto della Guarigione di Joachim Faulstich

Dice il saggio ...
Alcuni libri devono essere assaggiati, altri inghiottiti, pochi devono essere masticati e digeriti (F. Bacone)

Altri link utili nelle seguenti categorie di Tg0-positivo:
Tu sei unico » Libri & co. » Racconti

La libreria di Tg0-positivo - Cerca tutti i libri che vuoi e altri prodotti originali a prezzi speciali su Macrolibrarsi
  • Le forme pensiero Autore: Anne Givaudan. Editore: Amrita Edizioni.

  • L’ospite di Natale

    L’ospite di Natale

    di Selma Lagerlof

    Nei bei tempi andati, parecchi artisti e buontemponi avevano trovato asilo in un vecchio maniero, e col nome di Cavalieri di Ekebu vi avevano menato una vita sfrenata di spassi e di avventure.

    Uno di loro era il piccolo Ruster, quello che suonava così bene il flauto e a prima vista trasportava un pezzo di musica in un altro tono; ma era d'umile nascita, povero, senza casa né famiglia, e quando la gaia schiera dovette disperdersi conobbe tempi duri. Niente più cavalli né vetture, niente pellicce né panieri ricolmi di provvigioni per le allegre scampagnate. Gli toccò andare a piedi di fattoria in fattoria, coi suoi pochi cenci avvolti in un fazzoletto a quadri, e il soprabito abbottonato fino al mento per celare la miseria della camicia e della giacca. Nelle tasche portava ogni suo avere, il suo flauto smontato, la sua penna, e una fiasca di acquavite.

    Se i tempi fossero rimasti buoni, avrebbe trovato ovunque della musica da copiare, ma ahimè, quella brava gente del Vermland non aveva più voglia di arie e di melodie; si relegavano nei granai le chitarre scordate dai nastri stinti, i corni da caccia dalle nappine sfilacciate, e la polvere si accumulava sugli astucci dei violini. E man mano che il flauto e la penna del piccolo Ruster lavoravano meno, la fiasca lavorava di più, sì che egli finì col diventare un ubriacone.

    Lo accoglievano ancora come un vecchio amico, ma in realtà il suo arrivo era una noia, la sua partenza un sollievo; puzzava sempre, e non soltanto d'acquavite, e al secondo bicchiere di grog, cogli occhi già imbambolati, dava la stura a storielle sconvenienti, sì che la sua presenza era una continua apprensione per le case ospitali.

    Pochi giorni prima di Natale passò da Lòfdala, la dimora di Liliècrona, il grande violinista, che era pure stato un cavaliere di Ekebu, e dei più innamorati di quella pazza vita, ma poi era tornato in famiglia e non s'era più mosso. Quando Ruster arrivò, fra il disordine e i preparativi della prossima festa, e chiese un po' di lavoro, Liliècrona gli diede della musica da copiare.

    «Dovevi mandarlo via», gli disse sua moglie, «vedrai come tirerà le cose in lungo, e dovremo tenercelo anche per Natale».

    «Dovrà pur passarlo da qualche parte, poveraccio», replicò Liliècrona, e offrì da bere a Ruster e gli tenne compagnia, rivivendo con lui i bei tempi di baldoria. In realtà quella visita lo turbava e lo rattristava, ma non voleva mostrarlo; sentiva troppo il ricordo della vecchia amicizia e i doveri dell'ospitalità.

    Da tre settimane a Lòfdala fervevano i preparativi del Natale. Padrona e domestiche s'erano arrossate gli occhi a far candele, gelate le mani a preparare la birra nella lavanderia, carne salata e salsicce nella dispensa. Ma l'una e le altre si addossavano di buon grado quelle fatiche, ben sapendo che, terminato il lavoro e venuta la Notte Santa, una dolce estasi sarebbe discesa su di loro, scherzi e gaie parole sarebbero scaturiti spontaneamente, e i piedi avrebbero trovato le ali per danzare al suono di vecchie ballate risorte in fondo alla memoria. Ma era arrivato il piccolo Ruster, e padrona, domestiche e ragazzi d'accordo giudicavano rovinato il loro Natale.

    Per un'altra ragione la presenza di Ruster li preoccupava: temevano che quei ricordi ridestassero in Liliècrona l'antica passione vagabonda, temevano che il grande violinista di nuovo abbandonasse i suoi. Come s'era fatto amare in quei due anni di pace! A Natale soprattutto si prodigava, era l'anima della casa. Quel giorno non sedevano sul divano o sulla poltrona a dondolo, ma sul vecchio sgabello consumato, accanto al focolare, e a volta a volta musicista e cantastorie, rievocava dinanzi agli uditori estatici i più allegri ricordi, le più pazze avventure. Al riflesso di quell'anima la vita sembrava più alta e più bella, e la adoravano tutti come si adora il Natale, il sole, la primavera.

    Ma ecco venuto il piccolo Ruster a compromettere tutto; a che serviva tanto lavoro, se il cuore del padrone se ne andava nuovamente lontano? E come vedere con calma un ubriacone seduto alla mensa di Natale, fra gente onesta e devota, di cui guastava ogni piacere?

    *****************

    La mattina della vigilia, avendo finito di copiare la musica, Ruster, ben deciso a rimanere, parlò vagamente di andarsene. Amareggiato dal malumore generale, Liliècrona rispose non meno vagamente che poteva anche rimanere fin dopo Natale, Ma il piccolo Ruster era fiero e suscettibile, arricciò i baffi e scosse la folta capigliatura ancor nera. Che intendeva dire Liliècrona? Credeva che lui, Ruster, fosse nell'imbarazzo? In tutte le ferriere della provincia era atteso e desiderato, era pronto il suo letto, colmo il suo bicchiere; aveva inviti e lavoro da non saper che farne.

    «Bene, bene, non ti trattengo», replicò Liliècrona. Dopo la colazione gli prestò pelliccia e coperta, fece attaccare una slitta, e raccomandò al garzone di frustare il cavallo, che si preparava una buona nevicata.

    Nessuno credeva sul serio agli inviti vantati da Ruster, ma preferivano credervi per il piacere di vederlo partire, e dicevano: «L'ha voluto lui, tanto meglio, così staremo più allegri».

    Ma quando, verso sera, si riunirono attorno all'albero per ballare, Liliècrona, preoccupato e taciturno, non si sedette sullo sgabello magico, e non volle nemmeno assaggiare il punch. Aveva dimenticato le vecchie danze, e il violino era scordato; ballassero e cantassero senza di lui.

    Sua moglie se l'ebbe a male, i bimbi fecero il broncio, tutto andò a rovescio, e fu una vigilia triste quanto mai. Il riso bruciava nelle pentole, le candele crepitavano, carbonizzandosi senza far luce, la legna nel camino fumava e nelle stanze pareva di gelare. Il garzone partito con Ruster non era ancora tornato; la cuoca si disperava e le serve litigavano fra loro.

    A un tratto Liliècrona s'accorse che non avevano messo nel cortile la pentola col grano per gli uccellini, e tempestò contro le donne senza testa e senza cuore che dimenticavano gli usi antichi; ma tutti compresero che, ben più che agli uccellini, egli pensava a Ruster e si rimproverava di averlo lasciato partire la vigilia di Natale. Poi si chiuse nella sua camera, e fu udito suonare sul violino arie strane, provocanti, ironiche, piene di tempestosa nostalgia, come nei tempi andati, quando la casa gli sembrava troppo piccina. E sua moglie pensò: "Domani partirà, se il Signore stanotte non fa un miracolo. Per essere stati così poco ospitali, ci colpirà il danno che volevamo evitare".

    ******************

    Sotto la bufera di neve che si era scatenata, Ruster correva di porta in porta a chiedere lavoro, ma nessuno lo accolse, nessuno lo pregò neppure di scendere dalla slitta. Chi aveva la casa piena, chi era invitato a passare le feste con gli amici. In tempi normali lo si poteva, a rigore, tollerare per qualche giorno, non alla vigilia di Natale. Ve n'è una sola all'anno, e per settimane e mesi i ragazzi aspettano ansiosi quella gioia. Si poteva metterlo a tavola coi figliuoli un ubriacone come quello? E dove metterlo a dormire? Nelle camere degli ospiti non si voleva, in quelle dei domestici non si osava, e il povero Ruster proseguiva il cammino nella tormenta.

    I baffi umidi pendevano tristemente, gli occhi abbagliati non vedevano più nulla, ma a poco a poco, dissipati i fumi dell'acquavite, cominciò a stupirsi di quello che avveniva, a chiedersene la ragione. Era possibile che nessuno più volesse accoglierlo? E a un tratto si vide quale realmente era: degradato, avvilito, in uggia a tutti.

    "Per me è finita", pensò, "non più musica da copiare né danze per cui suonare! Nessuno ha più bisogno né pietà di Ruster!"

    Ogni tanto il turbine sollevava la neve in colonne che ballavano una ridda vertiginosa, e poi ricadevano sui campi e nei fossati, uguagliando tutto. "Ecco la vita: prima si balla e poi si cade come un fiocco di neve ricoperto da altri fiocchi. E per chi tocca sono guai, e oggi tocca a me!"

    Non si curava più di sapere dove lo conducesse il garzone, tanto doveva morire. Non malediceva il flauto, né la vita gaia dei giorni perduti, non pensava che meglio sarebbe stato per lui essere contadino o calzolaio; deplorava solo di non essere più che uno strumento usato, incapace di dare ancora un suono di gioia. Non accusava nessuno: quando il corno è fesso, quando la chitarra è spaccata, si buttano via. Si sentiva misero e solo, inutile e sperduto, condannato a morire di fame e di freddo la vigilia di Natale.

    La slitta s'arrestò, e a un tratto fu circondato da luci vive, da voci cordiali; lo aiutarono a entrare in una stanza ben calda, gli fecero bere del tè bollente, gli tolsero la pelliccia, frizionandogli le mani e dandogli gaiamente il benvenuto. Era tanto sbalordito che non si accorse subito di essere di nuovo in casa di Liliècrona; il garzone, stanco di correre di fattoria in fattoria, sotto la neve, s'era deciso al ritorno.

    Ma ancor meno Ruster si spiegava quell'accoglienza premurosa; non capiva che la padrona, mossa a pietà da quel triste pellegrinaggio in un giorno di festa solenne, aveva vinto le proprie prevenzioni e i propri timori.

    Chiuso in camera, ignaro di tutto, Liliècrona continuava la sua pazza musica. Ruster era rimasto in sala da pranzo coi ragazzi; i domestici, che al solito vi passavano la vigilia di Natale, vedendo i padroni così di cattivo umore, s'erano rifugiati in cucina. E la moglie di Liliècrona disse a Ruster: «Mio marito suonerà tutta la sera e io devo badare alla cena; i ragazzi sono abbandonati, vorreste occuparvi un poco dei due piccini?»

    *****************

    Coi bambini, a dire il vero, Ruster non aveva familiarità; non se ne trovano nelle osterie, sulle fiere dove si fa baldoria. Si sentiva intimidito, e non sapeva come intrattenerli. Tirò fuori il flauto e mostrò loro i fori e le chiavi; due piccini presero una specie di lezione di musica, e si divertirono.

    «Ecco il do», diceva Ruster disegnandolo, «ed ecco il re». «Ma no», esclamarono, «do non si scrive così», e corsero a cercare il sillabario. Ruster fece loro un piccolo esame di lettura; a dir vero, molte lettere ancora non le conoscevano, e Ruster, messo in puntiglio, se li fece sedere sulle ginocchia e cominciò a ripassare con loro tutto l'alfabeto, che essi ridendo ripetevano docilmente.

    La madre andava e veniva dalla cucina alla sala da pranzo, e ascoltava sorpresa. Ma a poco a poco la pazienza e il buon umore di Ruster svanirono, e i pensieri suscitati dalla tempesta risalirono a galla. Sì, era una bella interruzione, ma passeggera; non meno sicura rimaneva la sua condanna. A un tratto nascose il viso fra le mani e scoppiò in pianto.

    «Ruster, vi comprendo», esclamò la moglie di Liliècrona mettendogli una mano sulla spalla; «credete di non aver più nulla da fare al mondo; la musica non rende, e l'acquavite vi rovina, ma tutto non è ancora perduto».

    «Sì, sì», singhiozzava il povero flautista, « tutto è finito per me».

    «Non lo dite; insegnare a leggere e a scrivere ai ragazzi, farli divertire come stasera, non sarebbe già qualche cosa? Chi volesse assumersi questo incarico non sarebbe dovunque il benvenuto? I ragazzi sono forse strumenti più umili del flauto e del violino? Guardateli, Ruster ».

    «Non oso», mormorò il poveretto, quasi gli fosse troppo penoso contemplare in quei begli occhi le piccole anime pure. Ma la padrona rise allegramente: «Vi ci abituerete, Ruster, e intanto quest'anno rimarrete con noi come maestro di scuola». Liliècrona, udendo ridere, scese a vedere che cosa avvenisse. «Avviene questo », disse sua moglie, «Ruster è ritornato, e io l'ho pregato di rimanere qualche tempo con noi per dar lezione ai ragazzi ».

    «Hai fatto questo?», disse Liliècrona a bassa voce, «ma ti ha promesso... »

    «No, non ha promesso nulla, ma vedrà da sé quante cose si devono evitare quando si vuoi vivere sotto gli occhi dei bambini. Se non fosse stato Natale avrei esitato, forse non avrei osato. Ma se il Signore non ha temuto di lasciar scendere fra noi peccatori il suo Divino Fanciullo, penso che possiamo anche noi dare ai nostri figliuoli l'occasione di salvare un'anima».

    Liliècrona non disse nulla, ma tutte le rughe del suo viso ebbero un tremito di commozione, e inchinandosi dinanzi a sua moglie le prese una mano e la baciò devotamente. Poi esclamò: «Tutti i ragazzi vengano a baciare le mani a mamma! »

    E fu lieto e sereno il Natale in casa di Liliècrona.

    La Redazione di Tg0-Positivo consiglia per le festività del Santo Natale 2005 l'acquisto del libro "Natale con i grandi scrittori europei" edito dalle Paoline nel 2004, dal quale è tratto questo bellissimo racconto di Selma Lagerlof. Vi avventurerete in un bellissimo viaggio nei Natali di tutti i tempi, visti dagli occhi degli scrittori europei. In questi racconti, nonostante sacrifici e fatiche, il Bene trionfa sempre portando conoscenza e saggezza agli uomini e donne di ogni razza e nazionalità, così come nello spirito del giornale italiano Tg0-Positivo. Buon Natale a tutti!

    (23/11/2005 Tg0-positivo)