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Macrolibrarsi.it presenta il LIBRO: Il Codice del Denaro di Raimon Samso

Dice il saggio ...
"Né splendida dimora, né abbondanza di oro, né nobiltà di stirpe, né dignità di magistratura, né grazia o abilità di eloquenza offre alla vita tanta serenità e calma, quanta ne offre un'anima pura da azioni e pensieri turpi, la quale abbia la fonte della vita, cioè il costume privo di turbamenti e incontaminato (Plutarco (Sulla tranquillità dell'anima))

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  • Progettare spazi verdi Autore: AAVV

  • Medico manager o medico curante?

    Medico manager o medico curante?

    Un convegno a Treviso

    di Paola Fantin

    “Giuro di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze”.

    Con queste parole importanti che compongono “il giuramento di Ippocrate”, da sempre vengono consacrati alla professione i nuovi medici. Pronunciando in particolare questa frase, essi promettono di consacrare la propria esistenza alla cura, alla tutela e al rispetto degli ammalati, verso i quali promettono di dimostrare sempre umanità e solidarietà.

    Un impegno dunque solenne che dovrebbe sempre accompagnare i medici nel corso della loro esistenza, aiutandoli a curare e a capire l’ammalato. Ma è ancora così?

    Di questo si è discusso a Treviso, nel corso del convegno “Medico-manager o medico curante? O entrambe le figure nella stessa persona? L’umanizzazione in sanità come obiettivo importante da perseguire”, organizzato dall’Ammi trevigiana (Associazione mogli medici italiani) che ha ospitato Brunello Gorini (presidente Ordine dei Medici della Provincia di Treviso), Paola Corziali (direttore sanitario Ulss 9), Camillo Barbisan (presidente del Comitato di bioetica Ulss 9) e Sara Tabbone (medico psicoterapeuta). “Chiedere che l’umanizzazione della sanità sia una priorità fondamentale cui aspirare – ha affermato Brunello Gorini, introducendo i lavori – non ha nulla di inverosimile. Sta scritto da sempre nel giuramento di Ippocrate che consacra i nuovi medici e sta anche scritto nella Costituzione italiana laddove si dice chiaramente che la Repubblica tutela la salute dei cittadini. E’ un fatto però che le cose sono cambiate nel corso del tempo. Diminuendo la formazione di tipo umanistico, si è persa via via la visione di insieme per cui l’essere umano è diventato un insieme di patologie. Di questo sono responsabili anche le Università che preparano medici che hanno perso il dialogo con i professori e con la loro esperienza diretta. Ne risultano così bravissimi medici che non riescono però a instaurare con i pazienti il feeling giusto. Forse tutto si risolverebbe restando semplicemente più tempo col paziente, ma il medico oggi ha un carico di lavoro sempre più gravoso. Un paziente non riesce a rimanere più di 18 secondi col proprio medico senza essere da lui interrotto. Ascoltare il paziente non è tempo perso, perché è importante ascoltare il suo vissuto e fargli capire che lo si sta ascoltando”.

    Il nostro tempo sta dunque vivendo un momento di grande trasformazione che porta con sé aspettative e delusioni: “La figura del medico ‘missionario’ che si occupa dei propri pazienti sta decadendo – ha aggiunto Paola Corziali – lasciando il posto alla delusione delle persone. Non esiste più dunque una sola etica morale, ma più punti di vista. Oggi si affronta la malattia con un approccio biomedico scientista puro: l’agente esterno determina la malattia che si può combattere con un farmaco. Ma esiste anche l’influsso dell’ambiente, dello stile di vita etc. Si passa così da un concetto di etica medica in scienza e coscienza alla bioetica, dove si parla di consenso informato del paziente che è responsabilizzato e diventa utente, con diritti e doveri. Poi abbiamo ‘lo stile azienda’, dove le Ulss sono aziende a tutti gli effetti e l’utente diventa così cliente. In questo contesto si rende ancor più necessaria la centralità della persona e la sua soddisfazione. Ecco perché da anni l’Ulss 9 investe in formazione del personale e in relazioni col pubblico. Dedicare più tempo all’ascolto migliora la struttura”. Rendere più umano il rapporto tra medico e paziente dunque si può, basta ricorrere a buon senso ed esperienza: “Bisogna attingere innanzitutto alla morale, al buon senso, alla tradizione – sottolinea Camillo Barbisan – senza inseguire il buono e il giusto in astratto, ma valutando le situazioni concrete e il modo di intervenire. Non siamo diventati malvagi e non manca la sensibilità per fare questo. I medici italiani, ce lo riconoscono anche all’estero, sono di ottimo livello. Rimane però un problema di tipo morale come, dove, se e quando usare ciò che ho a disposizione per evitare di offendere la condizione dell’essere umano, anche in caso di terapie intensive in malati in fin di vita. Il personale deve divenire dunque agente morale con i familiari e i medici devono scambiarsi informazioni adeguate per risolvere ogni singolo caso, agendo secondo equità e giustizia. Questo è il bene massimo”.

    (10/11/2005 Tg0-positivo)