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  • Questa luce in se stessi Autore: Krishnamurti

  • Cave e paesaggi, la realtà veneta

    Cave e paesaggi, la realtà veneta

    Viste dall’alto le province di Treviso, Padova e Venezia messe insieme si estendono senza interruzione in una miriade di luci che rivelano un territorio sempre più povero di spazi aperti. Per il caso Veneto servono dunque, al più presto, proposte concrete che governino la trasformazione dei paesaggi. Un obiettivo che si proponeva il convegno “Paesaggi: dal coltivato al costruito. Che fare per il governo dei paesaggi”, organizzato a Montebelluna lo scorso 5 novembre dal Premio Gambrinus, in collaborazione con la Fondazione Benetton Studi Ricerche e Unindustria Treviso. Numerosi i relatori illustri che si sono avvicendati sul palco, a partire dalla mattinata, per discutere di paesaggi e trasformazioni permanenti, ma anche di realtà concrete che toccano questo nostro territorio, come le cave e il loro recupero a favore della collettività.

    Il Veneto costituisce dunque un caso che non può più essere ignorato. Il policentrismo delle nostre zone, che affonda le radici nell’Età Comunale, è divenuto oggi ingovernabile e critico per lo stato dell’ambiente: tra gli anni Sessanta e Ottanta hanno cambiato destinazione d’uso più aree agricole che nei 2.000 anni precedenti. Solo nella Marca Trevigiana si è passati da 2.242 kmq di paesaggio agrario a 1.480 kmq mentre in tre province venete sono spariti oltre 2.300 kmq. Gli oltre 4,5 milioni di veneti, intanto, si sono distribuiti in 580 comuni di cui 533 con meno di 15 mila abitanti, 14 con oltre 30 mila e solo 4 con 100 mila. “La densità abitativa media del Veneto – commenta Domenico Luciani, nel suo intervento – è di 245 abitanti per chilometro ma vi è un’area nella quale la densità è più che doppia ed è l’esagono composto da Treviso, Mestre, Padova, Vicenza, Bassano, Montebelluna, con baricentro Castelfranco”. A questa dispersione, si è aggiunta quella viaria con 700 auto ogni 1.000 abitanti e quella estrattiva che lascia oggi ben 603 cave attive e 781 dismesse (di cui 456 di argilla e laterizi, 118 di calcare lucidabile e marmo), per un totale di circa 1.384 ‘buchi’ che depauperano il territorio e i suoi abitanti. “L’ambiente può essere affrontato attraverso la ricomposizione di siti alterati. Le cave sono tra gli esempi più drammatici – ha aggiunto Franco Posocco, presidente dell’Associazione Premio Letterario G. Mazzotti – Ecco perché abbiamo convocato degli esperti che ci mostrassero cosa altri hanno già fatto in giro per il mondo”. A parlarne, tra gli altri, Simonetta Zanon, responsabile dell’Ufficio laboratori della Fondazione Benetton che da tempo sta preparando un catalogo di reinvenzioni e riusi, nell’ambito del progetto europeo Interreg III B. Esempi illustri non mancano in tutta Europa: il Parco di Buffet a Chaumont a Parigi, nato da un recupero dell’800 di un’area dove venivano eseguite le pene capitali, poi trasformata in macello, cava e discarica e infine, nel 1867, in un luogo suggestivo per passeggiare; il cimitero di Stoccolma formato da tre grandi cave trasformate negli anni Venti; lo Stadio di Braga in Portogallo; il Centro per la musica in Svezia; il complesso di Le Corbusier (1955-65); la cava di Biville, situata tra una centrale atomica e il luogo di smaltimento scorie e che oggi è ricca di vari ambienti naturali. E a Treviso? “Da noi la situazione è diversa – ha osservato la Zanon – Le cave dismesse vengono recuperate con l’uso agricolo, la piantumazione, l’invaso, il rimboschimento, le opere irrigue consorziali, il rinverdimento o il laghetto classico. In alcune si sono formate zone verdi spontanee di estremo interesse, come a Gaggio di Marcon (Ve). L’Europa ci dimostra che questi siti potrebbero davvero diventare luoghi suggestivi e utili alla collettività”. Ma chi paga? “Spesso si tratta di recuperi ottenuti nel corso di 20 o 40 anni – spiega Francesco Castagna dell’Associazione nazionale estrattori produttori lapidei e affini – Mancando le disponibilità finanziarie immediate, le amministrazioni pubbliche europee hanno scelto una via più lunga che, alla fine, ha però restituito alla collettività il suo proprio bene. Solo in Italia si continuano invece azioni di piccolo cabotaggio”. Se da una parte il progetto di riqualificazione della cava Mosole di Lovadina di Spresiano è stata segnalata nel 2002 al Premio Europeo, dall’altra non mancano progetti anche per altre aree, come per Quinto di Treviso, da anni diviso tra due ex cave di Biasuzzi che insistono sul fiume Sile formando laghetti suggestivi. Secondo un progetto, presentato nel corso del convegno da Michela De Poli (docente di Architettura a Venezia), la zona potrà essere riqualificata in modo mirabile, rendendola pedonale e ciclabile con giardino acquatico e impianti sportivi che ridaranno alla cittadina il suo centro storico.

    Dopo aver a lungo sfruttato la terra prelevandone la sua ghiaia, la sua argilla, il suo marmo o quant'altro, è tempo che i privati arricchitisi attraverso questa attività donino qualcosa alla comunità che per anni ne ha sopportato i disagi.

    Le amministrazioni pubbliche sono sempre più a corto di denaro e per poter erogare i servizi alla collettività - la stessa dalla quale sono nati questi privati e nella quale essi vivono - serve un aiuto concreto.

    E' giusto dunque che siano questi stessi privati, come la legge prevede, che ripristinino l'ambiente deturpato e creino un'autentica oasi di benessere, svago, cultura e relax per i propri concittadini.

    Siamo certi infatti che chiunque, quando verrà il momento di lasciare questo Pianeta per un'altra destinazione, vorrà essere ricordato con affetto e rimpianto dalle persone che egli avrà beneficato e non per la terra che ora giace sopra il suo tumulo, quale miseranda compagna...

    Una riflessione alla quale la redazione di Tg0-Positivo invita anche chi possiede grandi ricchezze e potrebbe fare gran bene alla propria gente.

    (10/11/2005 Tg0-positivo)