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Dice il saggio ...
Vivere è un processo di continua rinascita. Per molti di noi la tragedia sta nel fatto che moriamo prima ancora di essere nati del tutto (E.Fromm)

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  • Un futuro ancora in pericolo

    Un futuro ancora in pericolo

    Per analizzare l'impatto dell'urbanistica sull'ambiente e sulla qualità della vita abbiamo dato una scorsa veloce al Veneto, una regione in cui il tessuto urbano copre qualsiasi spazio: le abitazioni sono a pochi piani, le zone produttive con i loro capannoni disseminati qua e là, dentro e fuori gli ambiti residenziali. I servizi, quando ci sono, risalgono agli inizi del XX secolo e raramente sono stati modernizzati, prevedendo spazi adeguati per la loro espansione. Ma perché non si è riusciti a costruire meglio il nostro territorio? Il problema non è solo italiano. Se ci guardiamo attorno notiamo che in diverse parti del Mondo gli agglomerati urbanistici col tempo danno origine alle metropoli, saturando prima lo spazio circostante e poi elevando costruzioni sempre più alte. Anche qui, come in economia, possiamo applicare il metodo di misura dell'accumulazione. Possiamo infatti prendere una qualsiasi metropoli e misurare quanto volume fabbricato è associato alla superficie sul quale sorge. Normalmente la concentrazione di costruito aumenta dalla periferia verso il centro, che può coincidere con il nucleo più antico. Gli spazi centrali sono quindi più carichi di costruzioni e quindi di persone che li frequentano, determinando perciò un indice di accumulazione crescente. Un territorio che invece fosse uniformemente costruito avrebbe un indice di accumulazione molto basso. Ma questo non significa che ciò aumenterebbe la sua vivibilità, come l'edificazione veneta ha dimostrato. Questa regione ha infatti un ambiente ormai saturo di costruzioni, con pochi casi di accumulazione, individuabili nelle capitali di provincia e qualche altra piccola cittadina. Bassa concentrazione implica però un'alta dispersione e di conseguenza un aumento delle strutture per lo spostamento. Di conseguenza, i costi per trasporti, in termini di somme spese per costruire e mantenere le strutture e i mezzi di comunicazione, ma anche in termini di tempo necessario per lo spostamento, aumentano. L'aumento dell'energia necessaria per il trasporto e dell'inquinamento riversato nell'ambiente sono gli effetti più eclatanti di questa dispersione. Ma anche questo, se è facilmente comprensibile nel Veneto, si può riscontrare in tutta Italia.

    Il consumo di energia per i trasporti ha raggiunto e superato nel 2000 quello impiegato per l'industria. Per muoverci e muovere le merci spendiamo quanto per produrle. Senza tenere conto degli incidenti stradali che ammontano a più di 200 mila l'anno, con quasi 7 mila morti. Sono cifre impressionanti, ma a cui sembriamo abituati. Non pare infatti che l'Italia (ma anche gli altri Stati) abbiano attivato sistemi di riduzione del trasporto su gomma a favore di quello su rotaia o di quello navale:

    La lunghezza della rete autostradale [europea] è aumentata del 70% dal 1980, mentre quella delle linee ferroviarie convenzionali e delle vie d'acqua è scesa di circa il 9%. Il parco macchine dell'Unione europea è aumentato del 64% tra il 1980 e il 1998 fino a raggiungere 451 automobili per 1000 abitanti. [1]

    L'urbanistica c’entra in tutto questo. La costruzione di una città in maniera diffusa nell'ambiente comporta un ampliarsi delle distanze di comunicazione ma anche una frammentazione dei luoghi comuni di incontro. Per poter infatti utilizzare in maniera efficiente e preponderante sistemi di trasporto a rotaia, bisogna dislocare i centri di partenza ed arrivo vicino all'utenza. Ma se questa è dispersa nel territorio, ovvero se residenze, servizi e attività produttive sono dislocate in maniera indefinita, è chiaro che non risulta più conveniente il trasporto su rotaia, in quanto non è così flessibile e adattabile alle diverse esigenze logistiche. Inoltre un sistema di trasporto a rotaia, poco ramificato e con direzioni predefinite, necessita di un sviluppo mirato per non farne venir meno le potenzialità, in maniera che le condizioni iniziali che ne hanno permesso la costruzione permangano nel tempo.

    Ma non disperdere significa concentrare: quando vi è richiesta per nuove costruzioni (a qualsiasi ramo d'attività esse appartengano) non bisognerebbe costruirne di nuove ma aumentare la densità edificatoria dei terreni già utilizzati. Ovviamente questo dovrebbe avvenire rispettando certi rapporti dimensionali: la residenza e i servizi, ad esempio, possono essere allocati in edifici che si sviluppano in altezza, piuttosto che in case a uno o due soli piani. In questo modo si utilizzerebbe molto meno territorio. In Italia purtroppo questo non è avvenuto, generando uno sviluppo disordinato a scapito dell'ambiente e dell'uomo che ci vive.

    Mac

    [1] Cfr. [Gestione energia] n. 4/2001, pag. 21-27

    (gentilemente concesso da “Dei Ricchi: alla scoperta dei Signori che si fecero Dèi” alla sezione Ambiente in www.deiricchi.it)

    (03/10/2005 Tg0-positivo)