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Macrolibrarsi.it presenta il libro: The China Study

Dice il saggio ...
Chi onora gli altri onora se stesso (Giovanni Crisostomo)

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  • Storie vere e improbabili

    Storie vere e improbabili

    Che potrebbero cambiare il tuo punto di vista sul mondo.

    Care lettrici, cari lettori,

    Il mio chiodo fisso in questo periodo è come raccontare la diversità sostanziale del nostro modo di pensare. Ho pensato che fosse interessante provare a renderlo "visibile" attraverso il racconto di alcuni eventi realmente accaduti che mostrano chiaramente che l'idea dei benpensanti su cosa sia possibile e cosa non sia possibile è falsa.

    Insomma: immaginare un mondo migliore richiede di allargare il ventaglio delle possibilità che riteniamo plausibili. Ne è nato un piccolo libro che pubblicherò su queste pagine a puntate.

    Eccovi i primi tre capitoli.

    Capitolo primo. Volando giù dal grattacielo.

    Questo libro contiene solo storie vere. Ho impiegato anni a raccoglierle. E quando le ho messe tutte in fila ho scoperto che avevo vissuto per tutta la mia vita convinto che il mondo fosse una certa cosa ma mi sbagliavo. Per questo ho scritto queste storie. Storie di eventi impossibili o comunque altamente improbabili. Spero che conoscerle ti darà strumenti straordinari per reagire nel momento del bisogno. Questo libro avrebbe dovuto essere di duemila pagine e avrebbe potuto contenere estenuanti concioni filosofiche. Ma rischiavo che tu morissi prima di averlo letto tutto. Quindi apprezza di quest'opera soprattutto le pagine che non ho scritto. Le lascio a te. Appena conoscerai gli elementi che ho raccolto forse allargherai i confini di ciò che reputi possibile.

    Ecco la prima storia:

    New York. Un coltello posizionato sotto la gola di una ragazza che viene trascinata sul terrazzo di un grattacelo, violentata e picchiata. Mettiamo subito in chiaro una cosa. In questo libro io non mi prenderò gioco della tua paura. Non sfrutterò l'orrore per tenerti incollato al racconto. Quindi di quella violenza, di quell'orrore sul terrazzo del grattacielo non scriverò niente.

    I criminali non lasciarono la loro vittima buttata per terra come uno straccio oppure sgozzata in una pozza di sangue, i teppisti presero una decisione ardita che trovarono divertente e pratica. Decisero di buttare la ragazza ancora viva giù dal grattacielo. Giù a capofitto dal 37esimo piano. E, teoricamente, la storia avrebbe dovuto finire qualche secondo dopo. Con lei che moriva di spavento per un infarto, tra il 27esimo e il 25esimo piano, come capita alla maggioranza delle persone che precipitano guardando il suolo che si avvicina, è terribile guardarlo mentre si ingrandisce a velocità impossibile. Ma la ragazza, era una persona molto particolare e invece di morire annaspava nell'aria nello sciocco tentativo di rallentare la propria caduta. Tipico comportamento di un certo tipo di essere umano incapace di perdere la speranza.

    Ma accadde che all'altezza del 24esimo piano la mano sinistra della ragazza toccò un cavo dell'antenna televisiva che pendeva malamente, agitato dalla brezza notturna. E la sua mano riuscì, chissà come, a muoversi con la fluidità e l'immediatezza di un lampo di luce e ad afferrare quel filo di plastica e metallo. Il pugno si strinse. Il cavo si tese per quanto poté e, subito dopo, tutto il peso della ragazza si scaricò sul chiodino al quale era assicurato il capo del cavo. Un piccolo chiodo che non resistette neppure per un secondo alla tensione. Ma un metro più sotto c'era un altro chiodino. Saltò anche quello e quello sotto ancora. 22esimo piano.

    Ma quella minimale resistenza provocò una lieve deviazione della linea di caduta e dell'assetto della ragazza. All'inizio precipitava di testa a circa un metro e mezzo dalla parete della costruzione. Grazie alla resistenza dei chiodini si trovò a cadere appesa a quel niente, con i piedi in basso e la testa in alto, come fosse in piedi. Inoltre cadendo a candela, con quel filo che la faceva assomigliare a un pendolo, si trovò a essere attirata vicino alla parete dalla naturale dinamica del movimento. Le sue scarpe da tennis (le aveva ancora indosso insieme alla giacca a vento aperta e alla maglietta tagliata sul davanti con il coltello) strisciarono contro la superficie del grattacelo sfrigolando contro i contorni netti delle piastrelle azzurrine, quindici centimetri per venticinque, che lo ricoprivano. Lei gridò che già passava all'altezza del 17esimo piano dell'edificio.

    Trenta centimetri dalla parete. I chiodini saltavano uno dopo l'altro dieci metri sopra di lei. Lei urlava con il cuore che le saltava in petto. La sua mano destra continuava a agitarsi nel vuoto.

    Un altro cavo, ammetterete che era veramente improbabile che succedesse, pendeva all'altezza del quattordicesimo piano. La sua mano lo prese al volo, è il caso di dirlo. Il cavo si tese e sembrò spezzarsi prima che il chiodino che lo sosteneva saltasse. E saltò anche quello successivo, 85 centimetri più in basso. E quello dopo ancora.

    Ma a questo punto lei era attaccata a due cavi sostenuti da due serie di chiodini che si staccavano alternativamente. Ma i chiodini che assicuravano i due cavi alla parete erano disposti a distanze ineguali e questo portò, in virtù di incontestabili e inarrestabili leggi matematiche, a convergere verso un punto di incontro nel quale entrambi i cavi si trovarono a essere sostenuti da due chiodini che si erano stati piantati esattamente alla stessa altezza. Così l'impeto della caduta fu per la prima volta suddiviso in modo equo su due chiodini. E peraltro c'è da dire che tutti i chiodini che avevano ceduto erano comunque stati in grado di rallentare, anche se minimamente, la velocità di caduta. E anche l'annaspare nel vuoto con gambe e braccia, al quale la ragazza fin dal primo istante non aveva rinunciato, aveva ottenuto un leggero risultato frenante.

    Risibile ma essenziale, visto che fu questione di grammi se i cavi non si ruppero. Cavi peraltro che si dimostrarono robusti in misura superiore alla media. I due cavi si tesero e il corpo della ragazza fu scagliato contro la parete ma, il caso volle, ci arrivò con i piedi in avanti flettendo le gambe per ammortizzare l'urto. I chiodi si piegarono dentro il muro e sgusciarono fuori, strappati via dalla loro fessura. Ma un instante prima di ricominciare a cadere un istinto inspiegabile portò la ragazza a scattare per raddrizzare le ginocchia nell'assurdo tentativo di buttarsi di lato e raggiungere un balcone distante almeno cinque metri. I chiodi cedettero e tutto sarebbe stato perduto se l'antennista avesse rispettato le distanze tra i chiodi in modo perfetto. Invece c'era un'irregolarità. L'inclinazione del corpo della ragazza, la flessione ineguale delle braccia e la diversa posizione della linea di tensione rispetto alla localizzazione dei chiodini fecero sì che ancora una volta l'impeto della caduta fosse ammortizzato da entrambi i chiodi contemporaneamente. Il che portò la ragazza, che proprio in quell'istante stava ricadendo verso la parete dopo essersene allontanata grazie alla spinta delle gambe, a guadagnare un altro istante di immobilità. E lei, per un battito di ciglia, ancora trattenuta dai chiodini si trovò quasi a camminare sulla parete come fanno a volte gli scalatori che si vedono in televisione.

    Poi anche quei due chiodi saltarono. Ma lei ormai era lanciata verso il balcone, là sotto. Il balcone del 12esimo piano. Ci atterrò sopra. Per un pelo. Sbattendo, urlando e rotolando. Si fece male alle mani, ai gomiti, alla spalla e a un ginocchio. Aveva un fianco che le doleva e non riusciva a respirare. La donna che viva in quell'appartamento fu svegliata di soprassalto. Erano le tre del mattino. Accese la luce e scostò le spesse tende da notte che coprivano la porta finestra. E vide quella ragazza che piangeva e rantolava sul balcone. Fu così che lei si salvò. E la sua storia finì sui giornali. Nella pagina delle notizie strane. Insignificante amenità.

    Per inciso, appena si riebbe telefonò alla polizia che riuscì a arrestare i suoi aggressori dopo che pigramente erano scesi dal terrazzo in cima al grattacielo prendendo l'ascensore.

    Secondo capitolo. Difese

    L'uomo l'aspettava nel buio. Aveva rotto la lampadina lanciando un sasso. O almeno così aveva detto la polizia. Poi. Comunque era quasi buio e Giusi si era subito sentita in agitazione, come se lo sentisse. Lui l'aveva presa da dietro puntandole il coltello alla gola. Poi l'aveva costretta a sdraiarsi per terra, a girarsi, e le si era sdraiato sopra. E mentre le teneva il coltello sulla gola con l'altra mano le strappava la gonna e gli slip e se lo stava tirando fuori.

    Allora lei gli dice (chissà come c'è riuscita!): "Qui sono un po' scomoda, andiamo in casa mia che sul letto è meglio!" E lui ha risposto: "Va bene."

    Ha rimesso dentro il suo coso, lei si è girata e ha iniziato a salire i due piani a piedi. Lui dietro. E' arrivata davanti alla sua porta e con il cuore in gola ha tirato fuori le chiavi. Lui è dietro di lei. Ansima. Le chiavi, riesce a infilarle al primo colpo. "La mano non mi deve tremare, la mano non mi deve tremare." Apre, entra, si gira verso di lui, sa che a questo punto deve farlo entrare. Poi si vedrà. Si vedrà cosa? Buio. "Entra." Si gira, lo guarda. Di lui vede solo un pezzo di schiena, se ne sta scappando. Ha avuto più paura di lei.

    Capitolo terzo. Carabinieri

    Era notte, forse le quattro, forse più tardi.

    Il fumo riempiva l'auto. Un tre cartine. Cartine lunghe. Un'esagerazione. Sono in cinque sulla Clio. Tre di dietro svenuti. Praticamente. Tutti e tre con gli occhiali da sole. Arnaldo guida, con su gli occhiali rosa. Paola a fianco sta rollando un'altra canna. Forse l'ultima poi basta.

    Parola. Escono dalla superstrada a Fano e proprio sulla rampa li supera una gazzella.

    E li fa fermare. Che se li scrollavano pioveva per terra una quantità abissale di droghe leggere. E forse neanche solo quelle. E l'autista non era certamente in grado di guidare. Che gli potevi fare tutti i test, per qualsiasi roba risultava positivo. Allora lui ferma la macchina, apre la portiera e scende giù con una gamba sull'asfalto nero e si appoggia al finestrino, alza gli occhiali e guarda i due carabinieri, che sono seri con i mitra spianati e i corpetti corazzati.

    E dice secco: "Ragazzi, sono le quattro di mattina, non vorrete mica fare i carabinieri a quest'ora?"

    E loro se lo guadano, lo pesano e poi ridono. E uno dei due dice: "Ma va là patacca!"

    Con l'accento casertano. E li lasciano andare.

    Jacopo Fo

    (01/06/2005 Tg0-positivo)