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Macrolibrarsi.it presenta il cofanetto: Something Unknown - Mt0

Dice il saggio ...
Il sapere arricchisce, non l'occhio. La virtù nobilita, non i nobili natali! La vera ricchezza sta nell'essere parchi. Saggezza è rinunciare a ciò che non si può raggiungere! (Tantra indiano)

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  • Mente in forma a ogni età Autore: Daniel Amen

  • Viaggio tra gli alberi più antichi del Triveneto

    Viaggio tra gli alberi più antichi del Triveneto

    Qualche esemplare antico sparso in qua e in là testimonia che un tempo la Pianura Padana non era la vasta distesa di terra aperta che oggi vediamo. Anzi.

    Il Nord Italia era interamente ricoperto da fitte foreste di carpino bianco, farnia, cerro e quercia. E ciò che ne rimane oggi sono pochi stupendi patriarchi monumentali che, vivi e vegeti, testimoniano il nostro passato millenario.

    Quello che vi proponiamo è un itinerario tra i più belli e i più accessibili del Triveneto che segue alla ricerca già pubblicata sugli alberi più imponenti della Marca Trevigiana.

    A voi l’arduo compito di scovarne altri nascosti nelle campagne, tra i monti o in mezzo a fitti boschi. Per aiutarci a conoscerli.

    ·        Il Platano dei Cento Bersaglieri (Caprino Veronese, Verona)

    Si narra che nel 1937, durante un’operazione svolta dall’Esercito Italiano, tra le sue ampie fronde si nascondessero 100 bersaglieri. Da allora la meravigliosa pianta venne denominata “Platano dei 100 Bersaglieri”. Con i suoi oltre 400 anni, è il più vecchio Platano di Italia e proprio per questo considerato ‘monumento nazionale’, così come attesta un cartello apposto vicino. Non si presenta come i platani più giovani, alti e svettanti lungo le strade venete. Ha una forma tozza ed espansa, con una circonferenza di 11.15 metri a 1.3 metri di altezza e una biforcazione centrale lungo la quale si può anche salire così come fecero i 100 bersaglieri. E’ un meraviglioso esemplare visibile nei pressi di Verona, a Caprino Veronese. Arrivarci è facile perché l’albero si trova proprio all’angolo di un incrocio stradale, poco distante dal torrente Tasso. Bisogna fare però molta attenzione, perché l’incrocio è molto pericoloso e si trova alla fine di una brutta curva che chiude un rettilineo, dove le auto arrivano a una certa velocità.

    ·        Il Grande Maronaro de Piana Cattiva (Trissino, Vicenza)

    Ha circa 370 anni e intorno al 1987 è stato ‘restaurato’ dal Wwf Valle dell’Agno che ne ha ripristinato in gran parte la primigenia bellezza. Con una circonferenza al colletto di oltre 10 metri, il Grande Maronaro di Trissino è biforcato già dalla base e presenta numerose cavità che ne fanno la bellezza. Arrivarci non è semplice perché l’albero si trova in un boschetto di castagni , poco lontano da una casetta dove primeggia e dove continua a produrre buoni frutti nonostante la venerabile età. Ma a Piana Cattiva di Trissino, nel Vicentino, tutti conoscono il meraviglioso castagno attorno al quale è possibile vedere altri maestosi esemplari. Basta chiedere, non appena arrivati in loco e fare una piccola passeggiata.

    ·        El Fagaron di Contrà Gritti (Asiago)

    Le sue foglie e il suo fusto si colorano di un rosso intenso quando osserva il sole tramontare. E la sua bellezza plurisecolare brilla come una gemma color fiamma. Collocato sulla strada che da Rubbio (Asiago) porta a Bassano del Grappa, in località Contrà Gritti, “El Fagaron” balza subito agli occhi per sua conformazione pregevole e la sua forma aggraziata. Ha una circonferenza di quasi 5 metri a un’altezza di 1.3 metri e lo si vede arrivando già da alcuni chilometri di distanza, solitario nella sua attesa dei viandanti.

    ·        I Larici più antichi d’Europa (S. Gertrude di Bolzano)

    Spetta all'Italia il primato dei più antichi larici d'Europa.

    Risalendo lungo la valle che da Merano conduce a S. Gertrude (Bz), in Valle dell'Ultimo, si incontrano tre meravigliosi esemplari che risalirebbero a ben 2280 anni fa, più o meno all'epoca di Annibale e Scipione. In origine erano quattro ma 80 anni fa circa un violento temporale ne abbbattè uno. Fu allora che qualcuno ne contò gli anelli: 2200! Da qui se ne dedusse che gli altri tre larici avessero la stessa età e quindi, oggi, circa 2280 anni. L'Urlaerche (Larice antico) più imponente ha una circonferenza di circa 6 metri ed essendo in parte cavo consente l'accesso al suo interno da cui pende una lunga fune. Gli altri due fratelli, in condizioni meno buone, svettano accanto nella loro imponenza. Il larice è un albero particolare: innanzitutto è l'unica conifera a perdere le foglie d'inverno e chi non ne conoscesse questo segreto potrebbe credere che sia morto. Poi, appare per molti molti anni come un esile tronco che sale fino in alto, longilineo e sottile. Vedendo l'imponenza degli Urlaerche di S. Gertrude non si può negare che siano molto antichi.

    Ci si arriva facilmente partendo da Merano e raggiungendo S. Gertrude. Si imbocca poi un sentiero - se temete di perdervi gentili abitanti vi indicheranno la vostra meta - e li si incontra riuniti insieme 100 metri più in là di una vecchia casa attorniata da stalle e fienili.

    ·        Il Faggio di Alpago (Belluno)

    Ha circa 300 anni e domina, come nelle fiabe popolate da gnomi e folletti, un bosco di faggi che rimasti a debita distanza hanno permesso il suo sviluppo a ombrello cascante. Si trova ad Alpago, nel Pian della Formosa, zona che si raggiunge uscendo a Vittorio Veneto Nord in direzione Alpago, lasciando alla propria sinistra il lago di S. Croce. Non è semplice raggiungerlo, ma raccogliendo informazioni al locale Apt ci si potrà orientare più facilmente. Lì le nevi si ritirano a primavera inoltrata, lasciando un manto di foglie secche pronte a ricevere i nuovi germogli. Si sale lungo un sentiero che passa vicino a un altro faggio molto bello e più alto. Si percorre il sentiero lasciando alla propria sinistra alcune malghe e alla propria destra un'edicola religiosa. Si sale ancora e dopo un po' si giunge a un bivio segnato da una grande roccia scesa dalle montagne che si elevano davanti agli occhi. Si prende la direzione di destra e poco dopo si entra in un boschetto. Lì il Grande Faggio sembra accogliervi con le sue grandi imponenti braccia. Un luogo idilliaco per fermarvi a riposare e meditare.

    ·        La grande Farnia di Villanova (Portogruaro)

    E' uno dei pochi alberi antichi del Veneziano. E' una Farnia di circa 500 anni - ma la gente gliene attribuisce almeno 700 - che si raggiunge molto facilmente arrivando a Fossalta di Portogruaro, a Villanova di Vado in via da Vinci. L'albero - sacro ai Veneti e simbolo dei patriarchi verdi che un tempo ricoprivano questa terra - si trova vicino alla chiesetta di S. Antonio. La sua forma contorta e una ferita che nel 2000 ha danneggiato una grossa branca primaria ne oscura in parte la bellezza. Ciononostante a 1.3 metri dal suolo ha una circonferenza di circa 7 metri e mezzo ed è alto 15 metri e mezzo. La Farnia è un albero splendido che, invecchiando, assomiglia sempre più a un grande pachiderma nodoso abbarbicato al terreno. Oggi in Italia non vi sono moltissime Farnie così antiche e soprattutto così accessibili. Rinchiuse nei parchi di grandi ville, talvolta difese dal vandalismo talvolta strappate invece all'affetto degli uomini e delle donne, sono difficilmente raggiungibili se non grazie a permessi speciali. E' un esemplare dunque da non perdere

    L’uomo mise una mano per accarezzare il tronco tanto familiare, poi si sedette su di un ramo più basso mentre Mister Uccellillo, Bamby e Codino si accoccolavano tra le sue braccia come quando era bambino. Disse solo: “Racconta...”

    E la pianta riprese: “Da milioni di anni vivevamo tranquilli, nelle nostre tribù, in armonia con la natura, apprendendo da questa nostra vita. Avevamo tutto quello che ci serviva e che desideravamo. Ma un giorno alcuni di noi che si chiamavano ‘Baberi’ dissero agli altri: ‘Gli uccelli volano, i serpenti strisciano, gli animali corrono ed emettono suoni. Noi non possiamo fare nulla di tutto ciò, noi siamo prigionieri di questa Terra. Le nostre radici sono avvinte al terreno e i nostri spostamenti sono così lenti, così lunghi che è impossibile misurarli. Ma noi possiamo sognare e con i nostri sogni, tutti insieme, creare una nuova realtà. Perché non creiamo un albero che corra, cammini, strisci, urli e giochi intorno a noi? Un essere con la chioma, i rami e le radici come noi ma che si muova e viva ovunque? Un essere che ci onori, che ci accarezzi, che ci parli e che ci stringa... Un essere che ci chiami col nostro nome e che viva quanto è possibile vivere su questo pianeta al posto nostro?’ Ci vollero secoli, forse millenni prima che questo progetto giungesse agli alberi di tutta la Terra. Ma quando tutti lo seppero, il sogno ebbe inizio. Gli alberi di tutto il mondo sognarono, sognarono per lunghe notti e lunghi giorni e mentre sognavano immaginavano di saltare i torrenti, di volare in cielo, di cogliere un fiore e annusarne il profumo. E un giorno, proprio ai piedi di un mio antenato, nacquero in una nuvola d’oro l’uomo e la donna, mano nella mano”.

    (Paola Fantin, “Il Grande Babero”, Edizioni Fiori di Campo Pavia 2003)

    (23/03/2005 Tg0-positivo)