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  • Lettera a un consumatore del Nord Autore: Centro nuovo modello di sviluppo. Editore: Editrice missionaria italiana. Politica e società

  • I Veneti Antichi

    I Veneti Antichi

    Narra la leggenda che, dopo la distruzione della città di Troia, una popolazione proveniente dall’Asia Minore (e più precisamente, secondo Omero, dalla Paflagonia) alleata ai Troiani nella famosa guerra abbandonò le proprie terre insieme a un manipolo di alleati guidati da Antenore, alla volta dell’Occidente. Erano i Veneti che Omero chiamava ‘Enetoi’. Dopo aver a lungo veleggiato nel Mar Adriatico, questi uomini e donne pronti a tutto riuscirono finalmente a toccare terra, spingendosi nell’Italia Nordorientale tra il XIII e il XII secolo a.C. e ricacciando verso i rilievi gli Euganei, popolazione già preesistente (Livio, Storie 1,1). Il tempo intanto si era fermato al I millennio a.C., all’incirca nel X a.C. e proseguì inalterato fino a quando i Veneti non vennero in contatto con i Romani intorno al II a.C. Da qui in poi le loro sorti avrebbero preso una piega differente. Su di loro ci sono pervenute numerosissime informazioni sia attraverso gli autori antichi e le scoperte archeologiche (lapidi, vasi di bronzo, oggetti di artigianato, situle), sia attraverso le iscrizioni sepolcrali e votive. In particolare da molti scrittori è ricordata dei Veneti la fama come allevatori di cavalli di razza, mentre le testimonianze epigrafiche ci hanno restituito la lingua con cui comunicavano, cioè il ‘venetico’.

    I Veneti Antichi, una civiltà ancora avvolta nel mistero

    In base a tutte queste testimonianze, gli studiosi hanno ipotizzato che la civiltà paleoveneta (meglio detta dei Veneti Antichi) risiedesse nell’area oggi corrispondente più o meno al Veneto attuale, anche se tracce della sua presenza sono state riscontrate in Friuli-Venezia Giulia e in Trentino-Alto Adige. Quello che non si sa invece è in quale relazione fossero i ‘nostri’ Veneti con popolazioni dallo stesso nome, distribuite in tutta Europa. Si pensa allora che forse il termine ‘veneti’ avesse un significato più generico di ‘conquistatori’ e fosse quindi attribuito tranquillamente anche ad altre etnie. Sull’esistenza dei Veneti Antichi dunque, nonostante molte informazioni pervenute attraverso fonti letterarie abbiano talvolta un sapore di leggenda, non sembra vi siano dubbi. Quella che però più comunemente pensano oggi gli studiosi è che forse più che della migrazione di un popolo intero, si sia trattato dello spostamento di piccoli gruppi di persone, in momenti differenti del tempo, fusesi poi con gli abitanti del luogo in una nuova cultura. Certo è comunque che i Veneti Antichi trovarono nella nostra regione una terra adatta ai loro scopi: dalla zona costiera dell’alto Adriatico all’estesa pianura a ridosso della quale sorgono i Colli Euganei e Berici, seguendo i rilievi dei Monti Lessini, dell’Altopiano dei Sette Comuni fino al Monte Grappa, alle Prealpi Bellunesi e Cadorine, alle Dolomiti e alle Alpi Giulie. Complici della loro permanenza e del loro progresso anche i grandi fiumi Adige, Brenta, Piave, Tagliamento e Isonzo, attraverso cui fu più semplice stabilire relazioni tra le varie aree. I loro centri focali furono Este e Padova, Altino, Treviso, Oderzo, Montebelluna, Mel, Ceneda, Lagole di Calalzo e Adria.

    Un’area vastissima dunque che portò inevitabilmente nel tempo a differenziazioni tra una zona e l’altra, anche se la civiltà paleoveneta rimase comunque molto omogenea. Prima di loro, secondo gli studiosi, si era sviluppata la cosiddetta civiltà ‘protovillanoviana’ o ‘protoveneta’ (XII-X a.C.), caratterizzata dalle pratiche funerarie di incinerazione e da particolari forme decorative sui manufatti in terracotta, di cui oggi ci è pervenuta notizia dal rodigino (Fratta Polesine), che sembra sia stato addirittura in diretto contatto commerciale con l’Etruria e i centri micenei greci.

    Certo è che con l’arrivo del Veneti Antichi, la vita si spostò dalle colline ai centri in pianura e si sviluppò nella sua completezza. I Veneti toccarono il massimo della loro civiltà intorno al VI a.C., strinsero rapporti più solidi con i Celti (IV-III a.C.) che avevano già iniziato a infiltrarsi nel loro territorio e a influenzarli con la loro cultura. L’arrivo dei Romani (II a.C. ) infine, con i quali i Veneti in passato avevano già avuto relazioni e alleanze proficue, portò a un progressivo e pacifico adeguamento ai loro costumi, fino all’inserimento amministrativo dei centri veneti nella struttura romana che culminò nel riconoscimento del diritto latino (89 a.C.) e nella piena cittadinanza romana (49 a.C.).

    Testimonianze epigrafiche e archeologiche

    I racconti tramandati dagli antichi conservano un indubbio fascino ma le nostre conoscenze sulla civiltà dei Veneti Antichi provengono in primis dalla ricerca archeologica. Le prime grandi scoperte risalgono soltanto al 1876 a Este (due tombe con ricco corredo di vasi fittili e bronzei) che, nonostante i rinvenimenti successivi, rimane il centro più importante. Tra il 1876 e il 1882 si scoprirono centinaia di tombe e in particolare il grande santuario della dea Retia. E poi abitati, oggetti quotidiani e necropoli dove si concentrano i maggiori documenti (corredi, iscrizioni funerarie e votive). Prezioso materiale che testimonia come vivevano, in cosa credevano e quale fosse la cultura dei nostri antenati. La loro lingua apparteneva alla cosiddetta ‘famiglia indoeuropea’, ovvero a quel gruppo di lingue (latino, greco, indiano, celtico, lingue germaniche etc.) diffuse nell’area geografica dall’Irlanda all’India e fatte risalire a una lingua madre comune (appunto l’indoeuropeo) mai attestata, ma ricostruita attraverso i confronti tra queste lingue. La lingua era affine al latino e l’alfabeto in uso derivava, con alcune modifiche, da quello etrusco con la particolare caratteristica della "puntuazione”, cioè punti che inquadravano le lettere in posizioni particolari. La scrittura venetica procedeva quasi sempre da destra a sinistra; le parole non venivano divise, ma si scrivevano tutte di seguito.

    Ad Este, nel santuario della dea Reitia, sono stati anche ritrovati due tipi di oggetti connessi con la pratica della scrittura: gli stili scrittori (strumenti per scrivere) e le lamine alfabetiche. Il Veneto fu caratterizzato dalla pregevole decorazione di oggetti in bronzo come le situle (vasi a forma di secchio, in una o due lamine di bronzo, ripiegate e congiunte con chiodi ribattuti con l’aggiunta di un’altra lamina per il piede, infine lavorate con la tecnica dello sbalzo, o a stampo e con incisioni) di cui abbiamo un elegante esempio nella situla Benevenuti d’Este. Numerose anche le iscrizioni funerarie che seguono più o meno le stesse formule, indicando il nome, la discendenza e il monumento funebre (“Fugioi Uposedioi epetaris”, “monumento funebre per F.U.”). Esse purtroppo offrono un numero limitato di parole della lingua (poche decine) e un gran numero di nomi propri (oltre cento).

    Cosa sappiamo dei Veneti Antichi

    Quando i Veneti giunsero nella pianura padana orientale si rallegrarono per la meta raggiunta così fertile, ricca d’acque e dal buon clima. Il territorio veneto allora era per lo più ricoperto da grandi boschi e da vere e proprie foreste con ogni specie di selvaggina ma aveva una buona terra da coltivare. Macine, attrezzi agricoli, immagini con scene di vita campestre incise sulle situle o sulle lamine bronzee testimoniano innanzitutto una attività agricola vivace supportata dalla conoscenza dell’aratro.

    Si coltivavano cereali (frumento, orzo, miglio, farro, avena, segale) e poi fave, fagioli, piselli e altre tipologie di ortaggi. Dai cereali si ricavavano farine per fare pagnotte, spesso addolcite dal miele abbondante. Vite e vino fin da allora furono importanti prodotti tipici cui si affiancava il lino, necessario per i tessuti e l’olio. I Veneti conoscevano la rotazione delle colture per lasciare a riposo un terreno e usavano circondare i propri campi con siepi d’alberi.

    Oltre ai prodotti della terra, i Veneti si nutrivano anche di caccia e pesca mentre mangiavano carni del bestiame solo in occasioni solenni: il bestiame (bovini, ovini, caprini, suini) infatti serviva prima per il latte e la lana, poi per il resto. Dalle pecore ricavavano lane famose anche fuori i confini del territorio e i cavalli erano richiestissimi, in primis dai Romani. Le foreste erano piene di cervi, cinghiali, orsi, lepri, volpi, caprioli, varie specie di volatili e lupi, come testimoniano alcuni reperti (disco bronzeo del IV-III sec. a.C. e situla del V sec. a.C. al Museo Civico di Treviso, situla Benvenuti del VII sec. a.C. al Museo d’Este). La pesca invece era praticata nei fiumi, nei laghi, lungo le coste marittime e nelle lagune dove si catturavano soprattutto anguille, saporite ma anche utili per farne legacci e corde d’archi. La loro alimentazione veniva infine completata dalla raccolta di erbe selvatiche e frutti spontanei.

    Oltre a scambiare tra di loro quanto prodotto anche attraverso piccole botteghe, i Veneti ‘esportavano’ anche all’estero: compravano dalla Germania l’ambra e lo stagno, necessario per il bronzo; vendevano un po' ovunque i prodotti artigianali, i tessuti, il vino, i cavalli. Non bisogna infine dimenticare la preziosa arte della metallurgia che i Veneti ben padroneggiavano attraverso le tecniche a fusione piena, su “anima” e “a cera persa”. I Veneti, inoltre, erano maestri nella lavorazione su lamina di bronzo e lavoravano anche il ferro per produrre strumenti di lavoro, utensili e armi.

    Costumi, tradizioni, religione dei Veneti Antichi

    I Veneti abitavano presumibilmente in specie di capanne, simili ai ‘casoni’ tipici delle campagne e lagune venete. Di forma quadrangolare e fatti d’argilla, canne e paglia, avevano un recinto in pietra e pavimenti in terra battuta. I materiali duraturi non erano ma servivano di certo a proteggere dalle calure estive e dai freddi invernali. C’erano piccoli vani adibiti a cucina, camera da letto, cantina, talvolta la stalla ma anche aree per i lavori artigianali, zone sacre e un sottetto a magazzino o fienile mentre all’esterno talvolta orti o aie o per animali domestici. Le case per lo più erano riunite in villaggi (“teuta”), collocati vicino a corsi d’acqua o su alture, a scopo difensivo. Nonostante i ritrovamenti lascino più immaginare che documentare, sembra che i Veneti si distinguessero per l’abbigliamento sia dai Celti confinanti che dai Latini. Le classi sociali più elevate portavano un ampio mantello multicolore e ben intessuto, un grande cappello dalla tesa larga e calzature a punte rialzate. Sotto, sia uomini che donne, una tunica leggera. Le donne invece portavano uno scialle pesante che copriva i capelli fin giù sulla schiena (disco bronzeo del IV/III sec. a.C. di Treviso) e stivaletti a mezza gamba.

    Nel loro culto non innalzavano agli dèi templi sontuosi come i Greci e i Romani “ma si riunivano per le cerimonie sacre in luoghi aperti (santuari) spesso vicino a fonti d’acqua”, narra il sussidiario della Regione Veneto “Noi Veneti”. Dunque punti di incontro nei boschi, vicino a porti, luoghi di mercato, arterie stradali ma anche centri politici e militari per gli abitanti, semplicemente delimitati da muretti a secco, da cippi di confine o solchi. Solo con l’arrivo dei Romani i santuari più importanti, come Reitia e Dinosauri a Este, divennero strutture stabili, sulla stregua di quanto già nel resto di Italia. Venivano adorate divinità della salute, secondo riti collettivi con sacrifici di animali. Molta diffusa la libagione dove si bevevano e versavano a terra liquidi in offerta agli dei. Sappiamo poi dalle fonti di un culto all’eroe Diomede, ad Era Argiva e ad Artemide Etolica (Strabone), che forse è la stessa dea venerata a Este come Reitia (o Sainate).

    Come finì la civiltà dei Veneti Antichi?

    Roma non venne ostacolata, quando intorno al III secolo a.C. cominciò a espandersi verso la Pianura Padana. Romani e Veneti erano uniti allora da un comune interesse che li portava contro i Galli invasori e l’amicizia si mantenne anche quando Annibale scese in Italia attraverso le Alpi, nel corso della II guerra punica. Le campagne contro i popoli che si calavano dal Nord continuarono fino alla famosa battaglia dei Campi Raudii (101 a.C.) quando il generale Mario sterminò i Cimbri. Venne allora stretto un patto federativo con gli abitanti di quei territori tra cui i Veneti e costruita una rete viaria efficiente per favorire i rapporti economici con l’Italia centrale.

    Vennero creati i ‘municipia’, città con amministrazione propria, poi bonificate le campagne e divise in lotti regolari (centuriazione), ancor oggi visibili in molte zone agricole. Intanto gradualmente e senza bruschi passaggi la lingua venetica cominciò ad assimilarsi a quella latina, vista anche la notevole somiglianza tra i due idiomi. Fiorirono le lettere e le arti: il padovano Tito Livio (storico) e il veronese Catullo (poeta) contribuirono egregiamente alla letteratura latina e divennero espressione della prosperità della vita culturale e civile dei Veneti.

    I Veneti vennero infine inclusi da Augusto nella X Regio Venetia et Histria formata dai centri di Cremona, Mantua, Brixia, Verona, Atria, Ateste, Patavium, Vicetia, Tridentium, Acelum, Feltria, Bellunum, Altinum, Tarvisium, Opitergium, Iula Concordia, Iulium Carnicum, Forum Iulii, Aquileia, Tergeste, Parentium, Nesactium e Pola.

    Paola Fantin

    (05/01/2005 Tg0-positivo)