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Macrolibrarsi.it presenta il libro: Utilizza la Tecnica Psych-K

Dice il saggio ...
A ogni giorno il suo affanno (Matteo)

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  • Il coraggio di esser unici e creativi Autore: Osho.

  • Il popolo dei Baberi

    Il popolo dei Baberi

    (Paola Fantin)

    Aveva appena richiuso la porta dietro di sé quando si ricordò di aver scordato sopra il tavolino della camera gli appunti della lezione. “Che sciocco – si disse tra sé e sé – Figuriamoci se me li scordo, chi li tiene più se no quelle piccole pesti?” ridacchiò sornione mentre raccoglieva i fogli e li riponeva nella sua piccola ventiquattrore.

    Quel mattino avrebbe dovuto affrontare un argomento delicato, lo sapeva, e in effetti gli ci era voluto tutta la notte per capire come spiegarlo. “Eh, sì cari ragazzi (già si vedeva davanti alla cattedra e gli occhi puntati sul primo di banco sempre così attento e ordinato), oggi vi parlerò dell’evoluzione dell’uomo. Di come l’uomo da piccola scimmia si sia trasformato nell’essere che tutti noi siamo: io, voi, i vostri genitori, capaci di pensare, ragionare e anche di andare sulla Luna!” Gli pareva di vedere le piccole mani alzate (in realtà quella che vedeva era solo la manona grassoccia di una vecchia signora che appena salita in autobus cercava di attirare la sua attenzione sbuffando a destra e a manca per poter avere il posto dove egli era seduto...), lo stupore dipinto nei loro sguardi. E avrebbe raccontato anche l’affascinante storia del lungo collo della giraffa, divenuto così solo perché erano sopravvissuti gli esemplari più alti e in grado di cogliere le foglie più alte. Ricordava ancora quando all’età di 12 anni il suo insegnante aveva affrontato il delicato argomento: gli era stato un po’ difficile immaginare di esser stato così peloso e così diverso tanto tanto tempo prima. Ma la scienza non aveva dubbi.

    “Signori, sono dolente, la strada è stata bloccata da un corteo di manifestanti – sentì a un tratto una voce provenire dal posto di guida – I vigili mi hanno appena detto che ci vorranno ore. Forse vi conviene proseguire a piedi, il capolinea non è lontano”. Il professore strabuzzò gli occhi, stringendo forte a sé la borsa che gli stava scivolando dalle ginocchia e scosse il capo borbottando: “Ai miei tempi queste cose non sarebbero successe...” Si guardò attorno poco convinto, ma quando vide che erano scesi quasi tutti si alzò e uscì. Accelerò il passo, alla lezione mancava ancora una buona mezz’ora ma ci teneva ad arrivare in orario, anche qualche minuto prima: “Le regole, l’ordine – soleva dire spesso ai genitori dei suoi ragazzi – sono le qualità principali di un buon cittadino. Se i vostri ragazzi se ne nutriranno fin da piccoli, diventeranno la linfa vitale di questa società così come voi prima di loro”.

    Gli altri passeggeri erano quasi spariti dalla sua vista, chi era rimasto indietro, chi aveva svoltato prima di lui e chi si era addirittura fermato a osservare i manifestanti. “Bah, vogliono la libertà di pensiero, poi insozzano tutto quello che trovano come fosse roba loro... – sbuffò contrariato leggendo i cartelli dei giovani – Che ne sanno loro di come ci siamo conquistati tutto questo con fatica? Diamine, un po’ di disciplina...”

    Allungò ancora di più il passo quando entrò nel piccolo bosco ai margini della città, quel bosco dietro al quale si trovava poco più in là la sua scuola. Non era un grandissimo esempio botanico, pensava calpestando le foglie secche e ascoltandone il crepitio, ma si difendeva bene con chiome ombrose e solidi fusti che testimoniavano, seppur pallidamente, la vecchia storia di quella città. E infatti quasi al centro della piccola foresta, in mezzo a una radura, si ergeva un meraviglioso leccio (“meglio detto quercus iles” soleva puntualizzare con la sua classe e soprattutto con i più asini in latino), dalle grandissime e robuste braccia. Un esemplare così singolare che molti erano stati i turisti che da ogni dove lo avevano visitato. Era alto quasi 26 metri, con i rami a 1,20 metri dal suolo e una circonferenza di ben 5,68 metri. Ma la caratteristica più prodigiosa era la chioma che raggiungeva il diametro di almeno 30 metri. Era così vasta ma così vasta da coprire completamente lo spazio fino a terra. Da lontano sembrava infatti una grossa palla che si stagliava all’orizzonte. Ma avvicinandosi ed entrando poi ci si trovava di fronte a uno spettacolo meraviglioso: un enorme e mastodontico esemplare, nodoso e così vivo da sembrare un incredibile elefante frondoso. C’era chi diceva avesse almeno 1000 anni ma il professore non gliene avrebbe dati più di 500. Ma anni a parte la sua bellezza era così stupefacente che anche lui, nonostante i suoi tanti anni e le tante cose che sapeva, riusciva ancora a stupirsi ogni volta che vi passava accanto. Ricordava benissimo quante volte da bambino aveva giocato a saltare da un ramo all’altro. E ogni anno, quando entrava in una nuova classe, portava i fanciulli in processione a visitare il vecchio leccio. Il professore non aveva una famiglia, solo i suoi libri e i suoi studenti. Eppure quando si avvicinava a quell’albero sentiva il suo cuore balzare nel petto. Talvolta si prendeva anche bonariamente in giro pensando a questa sua emozione: “Vecchio come sono... – pensava tamburellandosi la testa.

    Continua ....

    Potete continuare a leggere questa fiaba nel libro di Paola Fantin acquistabile presso Macroedizioni.

    (11/10/2002 Tg0-positivo)