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  • Codice Genesi Autore: Michael Drosnin. Editore: Rizzoli.

  • Il falso di Berceto

    Il falso di Berceto

    di Giorgio Pattera

    RELAZIONE TECNICA

    Il 7 dicembre 1994 nella segreteria telefonica del sottoscritto (responsabile del C.U.N. per la provincia di Parma) veniva lasciato un messaggio da parte del Brigadiere E.P., che m’invitava a contattare al più presto la Stazione Carabinieri di Berceto, di cui era Comandante, a proposito di un presunto atterraggio UFO in prossimità della Statale della Cisa.

    Dalle prime, sommarie informazioni ottenute mi rendevo conto che sarebbe stato indispensabile un sopralluogo e per questo proponevo al Brigadiere di accompagnarmi il giorno appresso nella zona delle tracce del presunto atterraggio. Così, nella tarda mattinata dell’otto dicembre, mi presentavo in Caserma a Berceto, munito di alcune apparecchiature portatili; ad attendermi, oltre al Brigadiere E.P., trovavo anche il Capitano...(omissis), Comandante la vicina Stazione di Borgo Val di Taro, col suo autista, l’Appuntato... (omissis).

    ANTEFATTO

    Alcuni abitanti del paese riferivano di aver osservato la sera del 17 novembre ‘94, verso le h. 01.30, <<...un corpo luminoso, di forma ellittica e di colore per metà bianco-azzurro e per metà verde-brillante, in direzione del Monte Genesio...>>; sede, quest’ultimo, di ripetitori della RAI. La testimonianza era confermata indirettamente da un Metronotte, a quell’ora in servizio presso una galleria dell’Autostrada A-15, che corre a circa 4 km. dal centro del paese. Questi riferisce di avere scorto <<...un’intensa luce sbucare dalla nebbia...>> che gravava a quell’ora sulla zona (in effetti, in prossimità del valico, la nebbia è frequentissima in ogni stagione).

    In un secondo momento, a distanza di parecchi giorni dal suddetto avvistamento, circola in paese un’altra voce: lo strano oggetto luminoso sarebbe atterrato proprio sulle pendici del Monte Genesio, in un prato a poche decine di metri dalla Statale n.° 62 “della Cisa”. Lo proverebbero alcune tracce sul terreno in pendio, all’interno delle quali l’erba risulterebbe bruciata e/o assente. In seguito le voci aumentano, incontrollate: si parla d’un “elicottero bianco” (o comunque non militare) atterrato nelle vicinanze ed inviato dal controllo RADAR dell’aeroporto di Piacenza. Si dice anche che la zona della “traccia” triangolare sia stata delimitata con picchetti di legno e nastro plastificato a bande bianco-rosse e con l’apposizione di un cartello del tipo <>. (In effetti, abbiamo rinvenuto in loco un piccolo frammento di tale nastro, ma non le tracce di infissione nel terreno dei picchetti). Non è dato sapere, tuttavia, CHI ha “recintato” la zona e posto il cartello, essendo questo (secondo le stesse voci) “anonimo”, privo cioè di matrici identificative, quali “ENEA”, “ZONA MILITARE”, “AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE”, “COMUNE DI...”, “AGENZIA REGIONALE PREVENZIONE AMBIENTALE”, ecc. Va detto inoltre che l’aeroporto militare di Piacenza, interrogato dal Teleposto dell’Aeronautica di stanza al vicino Passo della Cisa, risponde di non aver avuto alcuna “eco” RADAR relativa all’avvistamento e nega la storia dell’elicottero. A questo si aggiunga che l’inquirente, in stretto contatto coll’ufficio controllo traffico aereo dell’aeroporto di Parma, che ha interpellato nella mattinata del 9 dicembre, ha ottenuto identica risposta negativa, con l’aggiunta tuttavia, per dovere di correttezza, che <<...l’ambito di competenza del centro di controllo di Parma è alquanto ristretto; la zona di Berceto, per motivi tecnici, ricade nello “scudo” dei controllori di volo di Piacenza, i quali, essendo esclusivamente MILITARI, non sono tenuti a comunicare eventuali piani di volo dei propri aeromobili...>>.

    IL SOPRALLUOGO

    Giunto sul posto scortato da due fuoristrada dei Carabinieri, notavo una “traccia” evidente di forma triangolare (a prima vista pareva trattarsi di triangolo equilatero, ma le successive misurazioni lo classificheranno isoscele), ai cui vertici erano poste altrettante “impronte” circolari; anche all’interno dell’ipotetico triangolo, in posizione ortocentrica, era presente un’impronta circolare, grande circa il doppio delle altre.

    Orientato per convenzione il triangolo con il vertice “A” verso NORD (M.Genesio) e la base B-C quasi parallela allo stradello che porta in località Sardello, le misure risultano le seguenti:

    LATO B-C (base) = cm. 260

    LATO A-B = cm. 280

    LATO A-C = cm. 280

    IMPRONTA CIRCOLARE VERTICE “A” = Æ cm. 30

    “ “ VERTICE “B” = Æ cm. 35

    “ “ VERTICE “C” = Æ cm. 35

    IMPRONTA CIRCOLARE INTERNA “D” (ortocentrica) = Æ cm. 70

    Tutta la zona appariva già abbondantemente visitata dal solito “pellegrinaggio” di curiosi e sedicenti ufologi: ne erano prove evidenti, oltre alla conferma del Brigadiere, alcune impronte di suola “a carrarmato” (proprio all’interno delle tracce circolari) ed il maldestro tentativo di asportare il terreno superficiale “per ricordo” o di ripulirsi la calzatura dal fango. Da sottolineare inoltre il fatto che, subito dopo il nostro arrivo, durante i rilievi e mentre lasciavamo il prato, alcuni abitanti del circondario (chi per mera curiosità, chi per “dare una mano”) sono convenuti sul luogo del presunto “atterraggio”: segno, questo, che la nostra visita era “attesa”, nonostante le non ottimali condizioni atmosferiche.

    Nell’impronta circolare centrale, la più grande, gli steli d’erba apparivano come “corrosi” nelle parti apicali e “carbonizzati” nelle parti aderenti la superficie del terreno. Il termine “carbonizzato”, in questo caso, vuol rendere solo l’idea dello stato dell’erba (divenuta traslucida e di colore nero-piceo). Ciò non significa tuttavia che in quel punto il manto erboso sia stato sottoposto ad irradiamento termico (combustione); questo per la totale assenza di ceneri. In altri termini, una sostanza organica (l’erba) può “carbonizzarsi” anche senza l’applicazione di energia ad alta temperatura (fuoco).

    Le impronte circolari di vertice, invece, erano TOTALMENTE PRIVE DI ERBA: al suo posto appariva solo il terreno sottostante, ridotto a poltiglia fangosa del tutto inconsistente, data l’ASSENZA DEGLI APPARATI RADICALI in profondità. Ai margini di queste “concavità” spiccava la presenza di una “cresta” di sostanza grigio-giallastra, che ricorda le concrezioni saline residuate su rocce o materiali a contatto con la salsedine dell’acqua di mare. Appena oltre i bordi delle suddette tracce, dove l’erba ricompariva, il verde-vivo degli steli contrastava con il colore bianco-candido di una strana “polverina” granulosa, disposta a tratti, come una “spruzzata di talco”.

    Il Capitano, coraggiosamente e contro il mio parere, ne ha voluto assaggiare un “pizzico”, che sulle prime non ha suscitato alcuna sensazione particolare, ma che in seguito ha residuato un retrogusto (a livello del palato) vagamente pungente.

    L’osservazione preliminare terminava ricercando nei dintorni qualsiasi altro reperto atto a fornire ogni interpretazione “terrestre” del fatto (è il metodo scientifico con cui il sottoscritto ed il CUN sono soliti muoversi). Quando l’esito sembrava negativo, l’inquirente scorgeva, presso la siepe che delimita ad EST in pendio, a distanza di circa 5 m. dalla traccia triangolare, due piccoli corpi bianchi, che risaltavano bene sul tappeto marrone-scuro delle foglie morte. Esaminati attentamente, si sono rivelati essere strettamente legati uno all’altro: trattavasi, infatti, di un sigillo a strappo (chiusura di sicurezza o di garanzia) e del relativo tappo riavvitabile, facenti parte di un contenitore in plastica bianca per detergenti o prodotti per la casa; entrambe le parti combaciavano perfettamente e si trovavano a pochi cm. l’una dall’altra. Non dovevano trovarsi lì da molto tempo: erano perfettamente puliti e sulla parte superiore del tappo era ancora attaccata (ed in ottimo stato di conservazione) l’etichetta autoadesiva del negozio, riportante il prezzo. A 850 m. sl/m, d’inverno, con nebbia e pioggia, l’etichetta non può resistere a lungo. All’interno del sigillo a strappo erano ancora presenti alcune gocce d’un liquido lievemente citrino e dall’odore vagamente asprigno. Ho racchiuso il tutto in contenitore sterile, riproponendomi di esaminare il liquido in laboratorio. Del contenitore originario, invece, nessuna traccia.

    LE INDAGINI SUL CAMPO

    RADIOATTIVITA’ (misurata con rilevatore GEIGER-MULLER sulle impronte circolari, all’interno della traccia triangolare e comparata con le zone esterne prossimali e distali) = NEI LIMITI DELLA NORMA, considerando quella cosmica “di fondo”.

    MAGNETISMO = assenza di campi magnetici anomali.

    CONCENTRAZIONE IDROGENIONICA (pH) in zona “negativa” (5 m. al di fuori della traccia) = 6,8 (ricordiamo che la neutralità è = 7).

    CONCENTRAZIONE IDROGENIONICA nelle impronte di vertice A, B e C: < 4 (lo strumento, portatile, possiede una scala limitata, che parte per l’appunto da 4).

    CONCENTRAZIONE IDROGENIONICA nell’impronta centrale D: (1) nella parte argillosa = 8; (2) alla base degli steli d’erba nerastra = 5,5.

    UMIDITA’: = 100%, sia ai vertici (A, B, C) che al centro (D); = 90% in zona negativa.

    TEMPERATURA DEL SOTTOSUOLO ( misurata a 5 cm. dalla superficie) = 7°C, costante in tutte le zone.

    LE ANALISI DI LABORATORIO

    L’analisi chimica sulle gocce conservatesi all’interno del sigillo a strappo, rinvenuto nei pressi della traccia del presunto atterraggio UFO, ha rivelato che tale liquido appartiene alla categoria degli ACIDI FORTI. Il suo pH, infatti, è risultato = 1, che corrisponde al massimo dell’acidità. A causa dell’esigua quantità disponibile, non è stato possibile qualificare tale acido, ma alcuni elementi (colore, odore, pH, sigillo e tappo) concorrono alla sua identificazione in ACIDO MURIATICO (CLORIDRICO), facilmente reperibile con poca spesa (l’etichetta indicava £. 6.000) in qualsiasi drogheria, essendo un prodotto a libera vendita. Ricordiamo che l’acido muriatico (soluzione non pura al 12-13 % di acido cloridrico), disincrostante ed anticalcare per usi domestici, ha lo stesso pH (= 1).

    Va ricordato, per la precisione, che il Brigadiere E.P., dietro mio invito, aveva verificato l’identità di un altro “oggetto” che avevo intravisto al suolo oltre la siepe citata. Si trattava di una bomboletta-spray (vuota), anch’essa di recente utilizzazione, contenente una sostanza schiumogena per uso “effetto neve”. In tutta onestà, sul momento non ho dato peso a tale reperto e quindi non ho ritenuto necessario prelevarlo.

    Le altre analisi, compiute sui prelievi di terreno raccolto in superficie e sui residui di erba annerita, oltre che sul terreno prelevato in zona “neutra”, non hanno evidenziato nulla di anomalo, se si eccettua, limitatamente ai campioni della traccia, l’elevata acidità, scesa comunque a livelli inferiori rispetto al test effettuato in loco, a profondità di ~ 10 cm. Questo è determinato dal fatto che gli agenti atmosferici (pioggia, nebbia, condensa notturna) producono un effetto dilavante sulla superficie, ma non altrettanto in profondità.

    Nessuna traccia, invece, di combustione (di norma le ceneri hanno reazione alcalina) né di idrocarburi, alcoli o solventi (i liquidi infiammabili più comuni).

    CONCLUSIONI

    I dati su cui abbiamo lavorato, il sottoscritto ed il Brigadiere E.P., dal quale ho avuto la massima collaborazione e col quale voglio congratularmi per la precisione, l’equilibrio e la competenza dimostrati, non erano in realtà molti, ma non contrastanti fra loro e comunque inscrivibili in tre ambiti interdipendenti:

    (a)     – l’UFO luminoso avvistato da più testimoni la notte del 17 novembre;

    (b)     – le “voci” diffusesi in paese circa strani avvenimenti successivi all’avvistamento (radar, elicottero, recinzione, ecc.), non confermate né confermabili;

    (c)     – il rinvenimento delle tracce al suolo e, “a latere”, del frammento di nastro plastificato, dei tappi sospetti, della bomboletta e dell’anomala acidità del terreno; unici dati, quest’ultimi, certi.

    A nostro avviso, nessuno di questi tre elementi, da solo, potrebbe dare una spiegazione sufficientemente logica al caso; tuttavia, considerati nella loro complessità, riescono a giustificare al 90 % l’ipotesi di MESSINSCENA, pur sottolineando che il ritrovamento del tappo del contenitore per l’acido non costituisce, in sé e per sé, elemento definitivamente probante.

    Il tutto va inserito in un’ottica più ampia, quella cioè della “forma mentis” aleggiante in un paese appenninico (ciò che i francesi chiamano “le mouchoir brodé”, il fazzoletto ricamato).

    Personalmente siamo convinti che i numerosi testimoni, che affermano d’aver visto la notte del 17 novembre la strana e grande forma luminosa, dicano la verità ed abbiano quindi assistito ad un fenomeno UFO nel senso più genuino del termine. Ma evidentemente questo, almeno per qualcuno, non bastava: forse l’incredulità dei compaesani, spesso frammista a pesanti ironie sull’equilibrio psichico del teste, hanno indotto qualcuno ad architettare tutto il marchingegno, non tanto per inscenare una “burla punitiva” nei confronti degli scettici, quanto per rafforzare in coloro che “non avevano visto” (e principalmente in sé stesso) la veridicità dell’episodio di cui era stato involontario e, forse, inascoltato testimone.

    Indagine chiusa in Laboratorio venerdì 9 dicembre 1994, h. 15.

    APPENDICE – Alle h. 17 circa del giorno 9 dicembre, mentre stendevamo la relazione da consegnare alla Stazione dei Carabinieri di Bercelo, giungeva la telefonata del Brigadiere E.P., il quale ci invitava (qualora non l’avessimo già fatto) a soprassedere nelle indagini, in quanto il “caso” era da considerarsi chiuso, almeno per i Carabinieri. Il Sottufficiale, infatti, aveva appena raccolto e verbalizzato la deposizione spontanea dell’autore del “falso”, un ragazzo appena diciottenne, che aveva confessato la “bufala”. Si trattava di un giovane con qualche problema psicologico, appassionato di fantascienza e di trasmissioni televisive inerenti la tematica ufologica. Cos’era successo ? Impressionato negativamente dalla “piega” che la cosa stava assumendo (per tutta la giornata sulla Statale della Cisa si erano ammassate decine e decine di auto di curiosi in “visita” al luogo del presunto atterraggio alieno, riportato anche dalla stampa locale, con potenziale pericolo per il traffico, già insidioso per le caratteristiche della strada di montagna, stretta e tutta curve), aveva deciso di por fine a tutto quel trambusto, ammettendo di aver “costruito” il tutto con acido cloridrico e bomboletta per neve artificiale, compreso picchetti, nastro di recinzione e cartello. Non essendosi ravvisati gli estremi per il procedimento penale, il ragazzo se l’è cavata con una sonora ramanzina e, quel ch’è più importante, con l’ammonimento a NON SCHERZARE più CON LE COSE SERIE…!

    (04/07/2002 Tg0-positivo)