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Dice il saggio ...
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  • Cohousing: vivere insieme ad altre persone migliora il nost

    Cohousing: vivere insieme ad altre persone migliora il nostro stato di salute!

    La convivenza fa bene a tutti, da un punto di vista economico così come anche da un punto di vista psicologico e salutare.

    A dimostrarlo è anche uno studio denominato “Alameda Study“, condotto su alcuni residenti della contea di Alameda, in California, che esamina la relazione tra stile di vita e la salute.

    Non si tratta di uno studio recente, è ormai in atto da più di cinquant’anni, ma proprio per la sua metodologia esso rimane tra i più attendibili al mondo.

    Lo studio comincia nel 1965 e inizialmente fu esaminato un campione di 6.928 persone.

    In particolar modo, venne considerata l’osservazione di cinque pratiche tra tutti gli individui: evitare di fumare, svolgere esercizio fisico regolare, mantenere il proprio peso corporeo ideale, dormire 7-8 ore per notte, limitare il consumo di bevande alcoliche.

    Ebbene, nel corso degli anni sono stati effettuati diversi appostamenti per verificare se fosse cambiato qualcosa: quello che è emerso è che e chi stringeva più relazioni, o faceva parte di associazioni, o si rendeva utile per la comunità, aveva livelli di salute più alti e viveva più a lungo.

    I vantaggi di una convivenza

    La convivenza, infatti, permette la nascita di relazioni. E proprio la nascita di queste relazioni ci rende più partecipi della nostra realtà, attivandoci in modo da curare, appunto, anche la realtà della persona che viene coinvolta nella nostra vita.

    E questo, oltre a influenzare il capitale sociale, ovvero l’insieme delle relazioni necessarie al funzionamento di una società, hanno anche un effetto positivo sul benessere della salute e dell’individuo stesso.

    Alcune ricerche, tra l’altro, hanno dimostrato come per un individuo in difficoltà le comunità intenzionali possono funzionare meglio di quelle terapeutiche, in quanto si fanno luogo di sicurezza e socializzazione, e surrogato della famiglia istituzionale.

    Ovviamente non s’intende che la convivenza sia l’unica soluzione ad eventuali cure terapeutiche, che a seconda dell’individuo restano comunque di fondamentale importanza, ma si vuole suggerire una soluzione da valutare e da considerare nella strada verso il benessere dell’individuo.

    La convivenza e il cohousing

    Questa pratica viene definita cohousing. Quando si parla di cohousing ci si riferisce a quegli insediamenti abitativi composti da case più piccole al suo interno, in cui le famiglie vivono tutte insieme avendo, ognuno, il proprio spazio.

    Tra i servizi collettivi vi possono essere ampie cucine, lavanderie, spazi per gli ospiti, laboratori per il fai da te, spazi gioco per i bambini, palestra, piscina, internet cafè, biblioteca e altro.

    Le abitazioni private sono di solito di dimensioni più limitate rispetto alla media delle normali abitazioni (più piccole dal 5 al 15%). Il motivo è duplice: contenere i costi complessivi dell’intervento (poichè a carico di ciascun proprietario vi è anche una quota-parte della spesa per la realizzazione degli spazi collettivi) e cercare di favorire in questo modo un più intenso utilizzo delle aree comuni.

    Di solito un progetto di cohousing comprende dalle 20 alle 40 famiglie che convivono come una comunità di vicinato (vicinato elettivo) e gestiscono gli spazi comuni in modo collettivo ottenendo in questo modo risparmi economici e benefici di natura ecologica e sociale.

    Il cohousing in Italia

    Il Italia il cohousing non è ancora sviluppato come in altri Paesi europei, come Olanda e Danimarca per esempio, ma piano piano sta prendendo sempre più piede piede.

    In paricolar modo il cohousing si sta sviluppando nelle grandi città, come Milano, Roma e Torino, dove esiste una versione “ibrida” di cohousing tra anziani, studenti universitari in cerca di una abitazione vicina agli atenei e giovani lavoratori.

    I principi del cohousing

    Il cohousing fa riferimento a principi quali relazioni sociali, la partecipazione, la mancanza di gerarchie, l’appartenenza a un luogo e a un gruppo. E questi principi vanno a creare una nuova forma di cura che parte da un quotidiano nel quale sono possibili le condizioni perché l’individuo possa far fronte alle sue difficoltà in un modo altro.

    In questo modo, dunque, si creano delle realtà di vita dove non si cura l’altro, ma ci si prende cura dell’altro, chiunque esso sia, al di là delle sue condizioni fisiche, al suo stato di salute, al suo luogo di provenienza.

    E proprio questi principi diventano il fondamento di una vita sana, in grado di garantire un completo benessere fisico, psichico e sociale.

    Il cohousing come strategia sostenibile

    Propio per queste ragione il cohousing si sta affermando anche come strategia di sostenibilità: se da un lato, infatti, la progettazione partecipata e la condivisione di spazi, attrezzature e risorse agevola la socializzazione e la mutualità tra gli individui, dall’altro questa pratica, unitamente ad altri “approcci”, quali ad esempio la costituzione di gruppi d’acquisto solidale, il car sharing o la localizzazione di diversi servizi, favoriscono il risparmio energetico e diminuiscono l’impatto ambientale della comunità.

    Insomma, per qualcuno la convivenza può sembrare un limite e una forte fonte di stress, ma vi eravate mai soffermati sui benefici che essa comporta se vissuta in questo modo?

    Daniela Bella

    Fonte: Terra Nuova

    (10/01/2016 Tg0-positivo)