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Macrolibrarsi.it presenta Arcoiris: Sementi biologiche e biodinamiche

Dice il saggio ...
Le nostre passioni sono delle vere fenici. Non appena una antica si consuma nelle fiamme, sorge dalle ceneri la nuova (Goethe)

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  • Aloe vera, i miracoli di una pianta curativa

  • Gli occhi di Jamel

    Gli occhi di Jamel

    Un racconto della trevigiana Fania Zanforlin

    “Ehi, Jamel, siamo noi”.

    Noi, chi? Ho sonno. Sto dormendo. Chi mi parla? “Siamo noi, i tuoi occhi”.

    I miei occhi? Ma non parlano gli occhi. Cosa state dicendo? “Uffa, sììì possiamo parlare anche noi”.

    Jamel voleva dormire. Per sempre. Le onde, la morte, il sole, la notte, la sete e la fame. Tutte cose che non conosceva, prima di quei giorni. Nella sua casa, abbandonata in tutta fretta, a causa della guerra, il lettino di Jamel era sempre caldo e pulito. Il cibo della mamma buonissimo, e il suo profumo, odorava di campi nella stagione primaverile.

    “Non vuoi aprirci? Ehi, diciamo a te, ragazzino! Perché non tiri su la saracinesca?”

    Quale saracinesca? “Le tue palpebre. I tuoi bellissimi occhi, colore del mare. Perché non li vuoi più riaprire?” Perché non voglio più vedere.

    “Sbagli ragazzo! C’è tanto ancora da vedere. Appena sbarchiamo, vedrai una nuova terra, ti farai nuovi amici. Imparerai una nuova lingua. Sarà tutto molto divertente”. Ma io non voglio avere nuovi amici. Voglio la mia casa, il mio lettino, la mia bicicletta.

    La mamma chiamò Jamel per la quarta volta. Cominciava a preoccuparsi.

    “Jamel svegliati, siamo quasi arrivati, ci stanno venendo in aiuto. Arrivano le navi che ci porteranno in salvo. Apri gli occhi, su dai”. No, mamma.

    Afaf strinse forte al petto quel suo bel bambino, l’unico che gli era rimasto, provando un dolore ancora più forte. La vita gli aveva tolto tutto. Ma la speranza non poteva portagliela via. Quella no. Sbarcarono sull’isola. Era una bella mattina di sole.

    Tutti vennero schedati, rifocillati e coperti con vestiti nuovi, caldi e puliti. Il personale sanitario, gentile e premuroso, si alternava per curare piccole ferite, scottature e regalare una parola di conforto, per le ferite più profonde: quelle del cuore. Una dottoressa si avvicinò ad Afaf, chiedendole se il bambino che teneva in braccio, avesse qualche problema. “No, disse Afaf, appoggiando a terra Jamel. L’unica cosa che continua a sussurrarmi da giorni, è che non vuole aprire gli occhi. Non vuole vedere”. La dottoressa si abbasso verso Jamel, gli diede una caramella e gli disse:”Sai Jamel, ho un bambino della tua età. Se ti va, più tardi, quando ti sei riposato e hai mangiato, lo porto qui, così potete andare sulla spiaggia a giocare. Qui da noi, le spiagge sono bellissime e il sole è caldo caldo”. Jamel la guardò con gli occhi chiusi, fece cenno di sì con la testa e tornò vicino a sua madre. Nel pomeriggio, mentre gli adulti si stavano riposando nelle grandi tende, la dottoressa entrò, tenendo per mano un bambino. Cercavano Jamel.

    Si videro. Giovanni, aveva sei anni, ma era un bambino molto sveglio. Lui conosceva perfettamente la spiaggia. Ci andava tutti i giorni. Abitava vicinissimo. Prese Jamel per mano e, con un cenno del capo, gli indicò di seguirlo. Jamel inciampava, perché i suoi occhi erano sempre chiusi, così Giovanni lo rassicurò, spiegandogli che la strada la conosceva, e che non doveva preoccuparsi di nulla. Arrivarono. La sabbia era calda, il mare calmo. Non c’erano le onde alte e minacciose del viaggio. Il suono era dolce.

    Giovanni prese il secchiello che aveva portato con se, e invitò Jamel a scavare una buca. Dovevano costruire un castello con le mura. Nessuno poteva entrare. I cattivi dovevano rimanere fuori. Giovanni prese le manine di Jamel e, insieme, cominciarono a scavare.

    Passato un po' di tempo, Giovanni si ricordò dei panini. La mamma li aveva preparati, per la loro merenda. Due bei panini con la cioccolata. Li tirò fuori dal sacchetto, li mostrò a Jamel, e disse:”Panini con la CI-OC-CO-LA-TA”. Ne diede uno a Jamel, che sorrise, aprì gli occhi, guardò Giovanni e ripeté:”Cioccolata”. Si misero seduti, mentre i loro occhi guardavano il mare. Gustando quei semplici, ma golosi panini di cioccolata.

    Racconto di Fania Zanforlin

    Illustrazioni di Adelia Menegazzi

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    Fania Zanforlin

    Il mio nome è Fania. Sono nata in un luogo, ma non è importante dove. Mi è sempre importato come. La musica è la scrittura mi hanno adottata. Si, per i miei genitori naturali, in fardello era troppo pesante. Non vivo senza la musica, ma scrivo per aiutarmi a vivere. E, come dico sempre: “Domani è un altro giorno. Si vedrà”.

    Fania Zanforlin, 09/07/1966

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    Adelia Menegazzi

    Adelia Menegazzi, nata a Preganziol (Tv), il 17/08/1968.

    Mi piace disegnare, da sempre. lo faccio in maniera istintiva. Forse troppo. Giurin giurello! Dopo questa bella esperienza, mi faccio un tuffo nel disegno artistico.

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    Per scrivere all'Autrice, inviare una mail a redazione@tg0.it

    (06/10/2015 Tg0-positivo)