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Macrolibrarsi.it presenta il LIBRO: Tesla lampo di genio di Massimo Teodorani

Dice il saggio ...
That Love is all there is, is all we know of Love. Che l'Amore sia tutto, è tutto ciò che sappiamo dell'Amore (Emily Dickinson (Poesie))

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  • Anche se non sei perfetto Autore: Glenn Schiraldi

  • Cesare, il cane che non abbaiava

    Cesare, il cane che non abbaiava

    Cesare era un cane che non abbaiava. Non scodinzolava e non faceva le feste.

    Era un cane “strano”. Così, nessuno lo voleva.

    Vagava per un paesino di provincia, un po’ assonnato dal calore intenso di un pomeriggio di agosto, senza una meta. Non ne aveva. Come non aveva un padrone.

    Per un po’, era rimasto in quel posto dove vanno tutti i cani che non hanno un padrone.

    Un luogo triste, dove sei fortunato, se qualche umano, si accorge di te, allunga una mano dentro le sbarre e decide di prenderti per tutta la vita, o per quel che ne resta.

    Cesare non lo voleva nessuno.

    Lui non sapeva richiamare l’attenzione degli umani. Sapeva solo guardarli negli occhi.

    Non poteva ricambiare le loro carezze, con un abbaio o uno sventolio di coda.

    Gli era stata tagliata quando era piccolo, da un umano che aveva un’idea strana dell’amore verso gli animali. La voce invece, gli mancava da quando era cucciolo. O meglio, era una vocina sottile sottile.

    E, il poco uso, l’aveva ridotta ad un flebile abbaio, quasi sgradevole. Per cui, preferiva tacere. Buuum! Ahi che botta, pensò.

    La testa gli girò ancora un po’, e quando mise a fuoco, vide due grandi ruote. Alzò lo sguardo, e dentro quella cosa che a lui sembrava enorme, vide un ragazzino. Sua madre spingeva la seggiola, mentre se ne andavano, con tutta calma, verso il piccolo parco al centro del paese, da dove si poteva vedere la piazza.

    La signora, spaventata, si girò verso Cesare: ”Povero piccolo, ti sei fatto male?”.

    Lo accarezzò e lui provò un brivido. Tutti i peli del suo piccolo corpicino, si rizzarono, come avesse preso la corrente. Nessuno lo aveva mai accarezzato così.

    Cesare la guardò, ringraziandola come sapeva fare lui. Puntò i suoi begli occhioni marrone verso quelli della gentile signora. Il pelo tutto arruffato, per colpa della sporcizia e delle scarsa pulizia, era comunque morbido e di un bel colore champagne. Il ragazzino, che non poteva muoversi, cercò di sporgersi in avanti, per guardare, a sua volta, quel batuffolo simpatico e silenzioso. La madre, spaventata, gli disse di stare seduto, e prese in braccio il cane, così che anche Guido potesse vederlo bene.

    Si guardarono per la prima volta. Anche Guido non poteva muovere le mani. E neanche le braccia e le gambe. La sua testa era sostenuta da un rialzamento della seggiola, che gli permetteva di stare più dritto di quello che non avrebbe potuto fare naturalmente. Guido pensò che Cesare aveva lo stesso colore dei suoi occhi.

    “Ciiaoo Cesare, disse Guido”. Cesare piegò la testolina e pensò, come sanno pensare i cani, che anche Guido non aveva proprio una voce graziosa. Sembrava provenire da una caverna. E faceva anche fatica ad uscire. Però ci aveva provato.

    Allora, con uno sforzo che fino ad allora non gli era mai riuscito, inspirò profondamente col suo tartufino nero, e dai suoi piccoli polmoni usci un flebile abbaio, che fece sorridere sia Guido che la mamma. Cesare non si era mai vergognato tanto, però era felice di averli fatti sorridere. La mamma di Guido lo mise a terra e controllò se aveva un collare. Cesare non capiva cosa stava facendo quella signora così gentile.

    “Cosa dici Guido. Lo teniamo noi questo cagnolino. Sembra non avere padroni”.

    Gli occhi di Guido si illuminarono, appoggiò la testa all’indietro, aprendo la bocca in un largo sorriso, e disse:”Soolo a me, mamma, poteva capitare un cane così. Non abbaia, non scodinzola e non sorride”.

    Cesare sembrò aver capito. Alzò lo guardò verso Guido, e stavolta, il suo abbaio tuonò così forte, che la piazza si risvegliò, e l’eco di quel suono diventò una gigantesca onda sonora, che inondò tre cuori in cerca di amore.

    Racconto di Fania Zanforlin

    Illustrazioni di Adelia Menegazzi

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    Fania Zanforlin

    Il mio nome è Fania. Sono nata in un luogo, ma non è importante dove. Mi è sempre importato come. La musica è la scrittura mi hanno adottata. Si, per i miei genitori naturali, in fardello era troppo pesante. Non vivo senza la musica, ma scrivo per aiutarmi a vivere. E, come dico sempre: “Domani è un altro giorno. Si vedrà”.

    Fania Zanforlin, 09/07/1966

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    Adelia Menegazzi

    Adelia Menegazzi, nata a Preganziol (Tv), il 17/08/1968.

    Mi piace disegnare, da sempre. lo faccio in maniera istintiva. Forse troppo. Giurin giurello! Dopo questa bella esperienza, mi faccio un tuffo nel disegno artistico.

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    Per scrivere all'Autrice, inviare una mail a redazione@tg0.it

    (06/10/2015 Tg0-positivo)