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  • La spiritualità del corpo Autore: Alexander Lowen

  • DIFESA, ITALIA NELLA SFIDA EUROPEA

    DIFESA, ITALIA NELLA SFIDA EUROPEA

    (Il Sole 24 ore, 11 aprile 2000)

    L'industria italiana della difesa sta per prendere decisioni di grande importanza, che avranno anche forti conseguenze politiche. L'intersecarsi dei due livelli (industriale e politico) richiede una gestione prudente, e soprattutto consapevole delle implicazioni strategiche delle decisioni da prendere. Abbiamo assistito invece in queste settimane al moltiplicarsi di voci e dichiarazioni poco coerenti tra loro o apparentemente poco informate, che rischiano di indebolire sia la posizione negoziale delle nostre imprese, sia l'immagine internazionale del Paese. L'industria europea della difesa si sta riorganizzando, concentrandosi attorno a due sigle: Eads (European Aeronautic Defence and Space) e Bae Systems, fra i primi cinque gruppi mondiali, con più di 15 miliardi di dollari di fatturato, e quindi apparentemente in grado di affrontare la collaborazione/competizione globale con i colossi americani. In realtà però il sistema europeo è molto più arretrato, perché le grandi imprese transnazionali devono strutturarsi come holding che controllano "filiali" nazionali dotate di una rilevante autonomia sul piano giuridico, amministrativo, finanziario, fiscale, del personale e, soprattutto, dei rapporti col loro cliente militare. Ciò genera sovracosti penalizzanti e rende più lenta e difficile la razionalizzazione.

    Eliminare sovrapposizioni specializzando le unità produttive, raggiungere volumi di produzione adeguati, mettere a fattor comune le capacità di ricerca, così come quelle commerciali, di assistenza e di supporto logistico, sono obiettivi ancora lontani, perché l'Unione europea è divisa in 15 mercati nazionali, ognuno con la sua articolazione della domanda e le sue regole e particolarità anche per quanto riguarda l'offerta. Così, ad esempio, le imprese transnazionali devono seguire, nello spostamento dei materiali da uno stabilimento all'altro, le procedure di una vera e propria esportazione. Questo finisce col rendere irrealistico ogni progetto di razionalizzazione che punti ad avere all'interno dello stesso gruppo industriale un'unica efficiente fonte di approvvigionamento per ogni parte di un sistema. Anche nel caso delle persone restano forti vincoli legati alla tutela nazionale della sicurezza, col risultato che non vi è un mutuo e automatico riconoscimento delle autorizzazioni fra i Paesi europei. Una joint-venture è costretta a operare in ciascun Paese con una specifica autorizzazione, diversa da quella degli altri. Così diventa difficile persino lo scambio delle informazioni.

    È significativo che, sino a oggi, tutti i tentativi comunitari di modificare questo quadro siano caduti nel vuoto; da ultimo l'Action Plan approvato dalla precedente Commissione europea nel dicembre 1997, e con la sola eccezione del Codice di condotta dell'Unione europea per l'esportazione di armi del giugno '98, che rappresenta però solo un impegno politico. Sì è così fatta strada l'idea di una soluzione intergovernativa ad hoc, prefigurata nella Letter of Intent del luglio '98 tra Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito. La bozza di accordo, attualmente al vaglio dei Governi, prevede un'integrazione dei rispettivi mercati della difesa attraverso il trasferimento delle responsabilità di ogni singolo Governo a una gestione congiunta. Verrebbe così perpetuato il ruolo degli Stati, seppur applicandolo su un perimetro che comprende il territorio di tutti i Paesi coinvolti. È peraltro evidente che un simile meccanismo, già complesso e di dubbia funzionalità a sei, non si presterebbe a un ulteriore allargamento, e quindi risulterebbe in contrasto con l'ipotesi di un'effettiva unificazione all'interno dell'Unione europea. E potrebbe persino suscitare riserve da parte degli organismi giuridici Ue: già preannunciate da una prima pronuncia della Corte di Giustizia circa l'applicazione troppo estesa dell'"eccezione" dovuta a motivi di sicurezza nazionale (articolo 296 del Trattato).

    Sul piano industriale, in passato il problema era la connotazione troppo nazionale delle imprese europee. Oggi tale fenomeno comincia a essere superato dalla Eads, che già raccoglie le tre componenti di Francia, Germania e Spagna, mentre la Bae Systems resta ancora una realtà "inglese" con una piccola appendice svedese. Ciò sottolinea le difficoltà di quest'ultima in campo europeo, legate anche alla tradizionale propensione britannica a guardare più oltre Atlantico che al Vecchio Continente, quando si parla di difesa. Non sono incoraggianti le esperienze recenti del fallimento del programma trinazionale per le fregate Orizzonte, i dubbi sul missile aria-aria Meteor e la disponibilità poco più che formale sul velivolo da trasporto A400M. Altrettanto oscillante è la posizione inglese sul delicato terreno delle attività inerenti la sicurezza nazionale, dove ora bisognerà affrontare lo spinoso, e ancora per larghi versi oscuro, problema di Echelon.

    Dal punto di vista politico, la costruzione di un mercato europeo della difesa presuppone che non vengano riproposti "assi" bilaterali, esclusivi nei confronti degli altri partner. Ciò deve condizionare anche le scelte industriali, evitando di ingessare e dividere l'Europa delle imprese della difesa in un sistema rigido di alleanze contrapposte. In effetti, sinora la strategia seguita da Finmeccanica ha seguito questa linea, puntando a valorizzare le sue aree di eccellenza tecnologica e industriale, cercando per ciascuna il partner europeo più adatto e mantenendo una politica diversificata delle alleanze, che evitasse ogni rischio di subire l'egemonia di un singolo partner più grande. Questo corrisponde anche agli interessi del Paese, che in quest'ultimo decennio ha saputo conquistarsi una rinnovata credibilità nella difesa, grazie all'impegno delle sue Forze Armate, sulla base di una molteplicità di iniziative orientate ad accrescere la coesione europea.

    Oggi gli stessi criteri dovrebbero guidare sia il Governo che Finmeccanica nel definire un'alleanza per il settore aeronautico. La valutazione delle due proposte ricevute da Eads e da Bae Systems è attualmente all'esame di Finmeccanica. Dovrebbe comunque essere prossimo un accordo che premi il contenuto industriale delle proposte ed evidenzia il ruolo strategico di Finmeccanica nelle future decisioni strategiche del nuovo gruppo. Da quanto finora emerso la maggiore valenza industriale della proposta Eads sembra talmente evidente da rendere difficile comprendere il senso di alcuni interventi avanzati nelle scorse settimane in termini pregiudiziali, che avrebbero potuto essere giustificati solo da un'effettiva parità delle proposte o da motivazioni politiche generali, che invece non sono né specificate né intuibili. In assenza di ciò diventa essenziale, anche in vista della prossima privatizzazione di Finmeccanica, evitare che le decisioni perdano di logica industriale e di chiarezza politica. In altri termini, se esistono divergenze reali, è necessario che esse vengano chiaramente allo scoperto, anche per essere valutate nella loro reale consistenza. Altrimenti prudenza e correttezza vogliono che si giochi secondo le regole. E tutto ciò dovrà avvenire al più presto, nel rispetto dei tempi che noi stessi abbiamo fissato ai nostri partner e di quelli già previsti per la privatizzazione di Finmeccanica (e lo scioglimento dell'Iri).

    Il Governo è chiamato in causa due volte: per tutelare gli interessi nazionali e per il suo ruolo attuale di azionista principale di Finmeccanica. Esso deve quindi contemperare la salvaguardia delle esigenze industriali e di quelle politiche, evitando la doppia trappola della indifferenza e del rigurgito dirigista. Naturalmente, è soprattutto sui rapporti internazionali che la vigilanza del Governo dovrà essere esercitata. La lunga e travagliata scelta del partner per l'aeronautica ha visto scendere in campo i vertici politici e militari dei due concorrenti, e non sempre da parte italiana si è stati capaci di ascoltare senza cadere nella tentazione di rispondere e, in qualche caso, di esternare. Questo ha fatto salire troppo il tono dello scontro, rendendo oggi più difficile la gestione dei rapporti con il gruppo non prescelto. L'interesse strategico del Paese è mantenere un rapporto collaborativo con tutti i partner europei, evitando che un'alleanza industriale, per quanto importante, assuma le vesti di un'anacronistica scelta di campo.

    Stefano Silvestri

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    (07/07/2000 Tg0-positivo)