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  • I giovani e il lutto

    I giovani e il lutto

    Uninteressante ricerca nelle scuole trevigiane

    I giovani ci sono. Sanno cos’è un lutto e sono disponibili a parlarne. Non ritengono la morte un tema ‘scabroso e indecente’ da trattare con pregiudizi o da ridicolizzare come potrebbero pensare alcuni adulti, ma sono invece consapevoli che il lutto trasforma e che la vicinanza degli altri - genitori e insegnanti in primis, in una parola ‘gli adulti’ - è fondamentale per poter infine ripartire da sé.

    È quanto emerso da una interessantissima e quanto meno inedita ricerca condotta presso gli Istituti Scolastici Superiori della provincia di Treviso nel maggio 2012 dal Gruppo Rimanere Insieme (Advar), in collaborazione con l’Ufficio Scolastico. Una ricerca che apre uno squarcio di estremo interesse su sentimenti spesso nascosti di un’età complessa come l’adolescenza, in parte ancora bambina ma già profondamente consapevole e vigile su quanto accade fuori e dentro di sé.

    Attraverso la distribuzione di un questionario, cui hanno risposto 1.270 ragazzi, Rimanere Insieme e il Provveditorato agli Studi hanno raccolto informazioni sulla consapevolezza maturata dagli adolescenti durante un lutto personale, sul loro bisogno di supporto, sul ruolo della famiglia, dei coetanei e della scuola.

    I risultati della ricerca, che nella prima fase elaborativa si è focalizzata sui dati relativi a 668 adolescenti con lutto negli ultimi cinque anni, sono stati illustrati a Treviso a un seminario formativo tenutosi all’Istituto Palladio, rivolto agli insegnanti ed educatori e all’annuale Convegno Nazionale della Società Italiana Cure Palliative a Bologna. “I giovani ci sono – ha esordito Luigi Colusso di Rimanere Insieme, dopo gli iniziali saluti della presidente Advar, Anna Mancini – e quest’ottimo lavoro condotto da Paola Fornasier ne è la prova. In loro abbiamo trovato problemi, sofferenza ma anche risorse, desiderio di esplorare. La sofferenza per la perdita, non dimentichiamolo, è profondamente universale”.

    La ricerca ha interessato numerose scuole superiori della Provincia, tra cui il Besta di Treviso, l’Einaudi di Montebelluna e il Giorgione di Castelfranco. “Lo studio voleva avviare una riflessione tra la scuola, la famiglia e i professionisti proprio in relazione al lutto tra gli adolescenti – ha spiegato la psicologa Paola Fornasier – Su 1.270 ragazzi contattati, 668 avevano vissuto un lutto importante negli ultimi cinque anni, gli altri 602 no. Il 64.8% del primo gruppo era composto da ragazze, con un’adesione maggiore di scuole femminili. Da indiscrezioni ricevute, infatti, sembra che il tema della ricerca abbia dissuaso purtroppo alcuni insegnanti di scuole maschili dal proporre il questionario ai propri allievi per timore di turbarli”.

    Quasi il 70% del primo gruppo monitorato ha perso un parente di primo grado (nonno, zio, cugino) e questo fa riflettere sul fatto che, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, la morte di un nonno rappresenta invece spesso una grande criticità per un adolescente. Il 7%, invece, ha perduto il padre, la madre e il fratello.

    Dopo il lutto, i ragazzi hanno ammesso di esser cambiati: sono diventati selettivi, hanno cercato ‘veri’ amici, che li sapessero ascoltare e con i quali potessero anche piangere. Spesso non si trattava degli stessi amici di prima. Gli amici, quelli veri, hanno dichiarato gli adolescenti, non si tirano mai indietro e si preoccupano di sapere come va, chiedendolo per primi. Essi, come loro, sono passati già attraverso l’esperienza del lutto e questo li fa sentire meno ‘sfigati’ e rende preziosi questi scambi. Il 90% dei ragazzi interpellati ha ammesso di aver bisogno di aiuto, soprattutto da parte di chi amano. Il 62% si è detto sostenuto dalla famiglia e il 27% dagli amici. La famiglia dunque ancora una volta rappresenta la base sicura e punto di riferimento essenziale, anche nell’adolescenza.

    Il sostegno che i ragazzi in lutto chiedono deve essere rispettoso, fatto di vicinanza, ascolto, attenzione ma senza compatimento. Il 73% dei ragazzi è convinto che gli adulti abbiano queste caratteristiche. “L’esperienza della morte – spiega Ivo Lizzola, facoltà di Pedagogia Sociale e Marginalità di Bergamo – può paralizzare il rapporto col futuro o aprire nuovi scenari. L’adolescenza di per sé è un’esperienza di lutto, è una separazione, una seconda rinascita. Perché nel crescere c’è sempre un lasciare, un nascere a qualcosa e un morire a qualcos’altro. Elaborare un lutto non è un lenire il dolore o soffocare la sofferenza. Guai se non si avvertisse la nostalgia struggente dell’altro, però adesso sai cosa fartene della tua impotenza e può diventare una nuova energia per te, per aver cura di te. Così i gesti della tua vita diventano una dedica. In questo modo, capendo che i giorni valgono per sé, puoi esser felice e incontrare altre persone che vogliono esser felici. Noi viviamo di frammenti di felicità, anche alla fine della vita”. Uno studente, intervistato, dice: “Trovare un motivo per andare avanti, trovare la felicità nel dolore e saper trasformare il dolore in amore per gli altri”.

    I ragazzi dunque “non vogliono evitare il dolore – aggiunge la Fornasier – ma crescere con esso”. Ciò che colpisce è che nelle loro riflessioni sembra mancare quasi del tutto una visione religiosa o dei forti ideali o un progetto di vita che diano un nuovo senso alla vita. “Non c’è alcuna domanda ontologica – ha aggiunto Maria De Conti, insegnante e volontaria Advar – È dunque quasi assente l’idea che la vita obbedisca a un senso che ci sovrasta e ci guida, ma la vicinanza degli altri è fondamentale per ripartire da sé”.

    Giulia ed Elena, studentesse della IV classe dell’Einaudi di Montebelluna, hanno perso rispettivamente papà e mamma. Da qualche tempo sono amiche per la pelle, si abbracciano e si tengono strette: l’esperienza del lutto condivisa in un gruppo con ragazzi come loro le ha cambiate e oggi cercano nella folla occhi come loro: “All’inizio eravamo perplesse... Che senso aveva raccontare a ragazzi sconosciuti quello che stavamo provando? Non ci conoscevano, cosa avrebbero potuto capirne? Invece, grazie anche all’aiuto di Paola Fornasier – ci raccontano Giulia ed Elena –, è stato sorprendente sentire come anche gli altri ragazzi provassero quello che provavamo noi e come fosse bello comprendersi, parlarne. Prima eravamo tutti degli estranei che non si conoscevano affatto, poi abbiamo creato una nuova famiglia”.

    Paola Fantin

    (24/10/2013 Tg0-positivo)