Condividi: Ok Notizie Technorati Virgilio Facebook
Mail Tg0+Scrivi alla redazione di Tg0-positivo

Macrolibrarsi.it presenta il libro: La Pillola

Dice il saggio ...
Se io ti amassi, se tu mi amassi, oh come ti amerei (P.Neruda)

Altri link utili nelle seguenti categorie di Tg0-positivo:
Tu sei unico » Hobbies » Itinerari turistici

La libreria di Tg0-positivo - Cerca tutti i libri che vuoi e altri prodotti originali a prezzi speciali su Macrolibrarsi
  • La PNL e la Magia del Linguaggio

  • Bici che passione!

    Bici che passione!

    Progetto in provincia di Treviso

    Un tempo il cicloturismo era considerato un hobby per pochi, generalmente per sportivi che amavano la natura. Oggi, tutti hanno in casa una bicicletta, spesso la portano con sé in vacanza, sui camper o sulle auto per poi muoversi con più agilità nel territorio circostante. Il cicloturismo permette di viaggiare coniugando l'attività fisica con il rispetto per l'ambiente, e una rete efficiente di ciclovie permette di dedicarvisi in completa sicurezza.

    Ma è sempre vero questo? A dirla tutta, guardando un po’ i panni sporchi di casa nostra, l’Italia non brilla di certo per strutture e investimenti: in Svizzera, Paese montuoso per eccellenza, si trovano ottime piste ciclabili e il miglior servizio treno + bici d'Europa; in Francia, seppur non molto diffuse le piste ciclabili, sono ideali per la bici le strade dipartimentali; in Germania c’è un’invidiabile fitta rete di piste e itinerari ciclabili e grandi città come Berlino, Amburgo, Monaco, Colonia sono ben provviste di piste e corsie ciclabili; in Austria la situazione è altrettanto rosea, con il corso del Danubio, quasi tutto costeggiato da una pista ciclabile riservata e asfaltata, per citare un esempio suggestivo; in Slovenia, la situazione è un po’ mista, complice forse il fatto che il Paese confina sia con Austria che con Italia, dunque molte piste ciclabili importanti come la Tarvisio-Jesenice o la Capodistria-Isola, ma altre su strade dal fondo molto sconnesso; l'Olanda è l’Eden dei ciclisti per eccellenza e Amsterdam da sola insegna a tutto il mondo; la Danimarca è molto simile ai Paesi Bassi con ottime piste ben organizzate e una Copenhagen altrettanto ben servita. L'Italia invece è molto indietro rispetto agli altri Paesi, in cui la rete di ciclovie è capillare e dotata di una segnaletica chiara e uniforme.

    La ciclovia ideale è asfaltata e chiusa al traffico motorizzato, se si esclude il saltuario transito di mezzi agricoli. Direttrici ideali per il passaggio di una ciclovia sono dunque i corsi d'acqua e le ferrovie. Le ferrovie dismesse – nel Trevigiano per esempio l’Ostiglia a S. Cristina di Quinto, un esempio meraviglioso, affollatissimo tutti i giorni, soprattutto i fine settimana quando lungo la via si trovano anche chioschi per il ristoro - possono essere trasformate con costi relativamente contenuti in ciclovie, com'è avvenuto ad esempio per la ciclabile delle Dolomiti (Calalzo-Cortina-Dobbiaco). Non c’è dubbio che questa sia la via da seguire e, seppur recalcitrante, anche l’Italia sta facendo alcuni buoni passi.

    Ne è un esempio la Ciclovia dell'Amicizia Monaco di Baviera-Venezia, il cui progetto è stato approvato anche dalla Provincia di Treviso.

    L’Amicizia viaggia su due ruote

    La diffusione sempre più significativa del cicloturismo, ha determinato, da parte di soggetti pubblici e privati, la scelta di reperire e convogliare investimenti finanziari e urbanistici in grado di sostenere l’aumento della domanda e di proporre percorsi e tragitti funzionali, sicuri e adattabili ai diversi target di riferimento. Nel corso di pochi anni, si è così assistito alla creazione di numerose ciclovie che, nei diversi contesti territoriali, rispondono alle esigenze turistiche delle più svariate tipologie di persone (sportivi, famiglie, comitive, scolaresche ecc.). Lo sviluppo dei percorsi ciclabili, derivati dall’aumento esponenziale della richiesta, ha tuttavia presentato nel tempo alcuni elementi di debolezza quali la frammentarietà (attualmente non esiste un unico percorso che congiunga i diversi territori senza soluzione di continuità) e la scarsa integrazione con le strutture ricettive e le altri fonti di valore aggiunto turistico presenti sul territorio (alberghi, ristoranti, siti di interesse artistico e storico). La frammentarietà delle ciclovie e l’assenza di una copertura continuativa di strutture di supporto al turista nonché l’impossibilità di fornire un percorso unitario indipendentemente dal contesto nazionale (Germania, Austria o Italia), stanno alla base dell’idea di unire e promuovere i percorsi in una sola ciclovia che da Monaco di Baviera conduca a Venezia attraverso l’Austria e l’Alto Adige, in sinergia con l’analogo progetto Interreg già approvato e presentato da Austria e Germania.

    I percorsi ciclabili attraverso le Alpi hanno infatti un grande potenziale che prevede un flusso tra i 500 e i 1.000 cicloturisti giornalieri in attraversamento sul confine veneto.

    La Ciclovia dell’Amicizia è, dunque, il nome dato al progetto col quale si intende connettere le ciclovie esistenti e uniformare i percorsi anche attraverso una segnaletica appropriata e attività promozionali comuni e condivise, per sviluppare un percorso ciclabile comune (da Monaco di Baviera a Venezia passando da Innsbruck, Passo del Brennero, Valle Isarco, Bolzano, Val Pusteria, Cortina d’Ampezzo, Belluno e Treviso). Un lavoro sinergico che permetterà anche di individuare e progettare pacchetti turistici differenziati in base alle diverse tipologie di cicloturisti, coinvolgendo le strutture ricettive e turistiche sul territorio, le associazioni turistiche e i consorzi di riferimento. Obiettivo complessivo del progetto, che durerà 24 mesi e costerà 714.266,60 euro, è lanciare e promuovere insomma una ciclovia che colleghi sì Monaco di Baviera a Venezia, ma anche che incrementi lo sviluppo turistico dei territori interessati, soprattutto rurali e aumenti il valore aggiunto del settore agro-turistico. Alla fine del tempo previsto per il progetto, verrà preparata una mappatura dell’intero percorso ciclabile in modo da poter facilmente integrare nuove tratte, apportare migliorie, rendendo più agevole e fruibile l’intera rete ciclabile; i percorsi ciclabili verranno adeguati alle esigenze delle persone che ne usufruiranno (famiglie, anziani, cicloturista enogastronomico...); si produrranno materiali di promozione e piattaforme web dedicate.

    Quali saranno gli impatti più auspicati? Di certo un incremento della sinergia tra turismo, economia rurale e ecosostenibilità; un aumento della cooperazione tra regioni per uno sviluppo turistico locale integrato; una crescita del numero dei ciclisti sulle singole tratte e del valore aggiunto turistico con la creazione di nuovi posti di lavoro; la valorizzazione dei siti d’interesse turistico-culturale e nuovi sbocchi per la vendita di prodotti locali.

    Meglio tardi che mai, l’Italia ci prova

    “Meglio tardi che mai. Ci svegliamo da buoni ultimi come spesso capita, ma di positivo c’è che abbiamo cominciato a farlo – commenta con una certa ironia il direttore di Fondazione Benetton di Treviso, Marco Tamaro – Quello del cicloturismo è un turismo minore, ma che sta avendo grandi sviluppi. Basta andare in Olanda per capirne il senso. Non è una viabilità complementare pensata per le bici, ma ad hoc per le persone e non a mezzo metro dagli scarichi delle auto. A Treviso, c’è un esempio emblematico di quello che non si dovrebbe fare che è la famosa pista ciclabile di Viale Vittorio Veneto, mentre trova molto consenso tra la gente la pista ciclopedonale sull’ex tratto di ferrovia della Treviso Ostiglia, che parte da S. Cristina di Quinto. Il progetto della Ciclovia dell’Amicizia è davvero molto bello e va un plauso alla Provincia, nella speranza che si inneschino altri meccanismi simili. In fin dei conti non servono grandi cose o grandi investimenti”.

    Il cicloturismo è dunque un modo diverso di usufruire dei beni culturali e a Treviso la domanda c’è già, ma con non poche difficoltà: “Li vediamo questi poveri tedeschi – racconta Tamaro – con la mappa messa sulla bici, che cominciano a dare negli alberghi. Fanno pochi metri, poi la pista si perde e loro con essa. La mobilità su bici è uno splendido modo per rapportarci col territorio, ma ci vogliono azioni di ricucitura, per creare una certa rete continua. La ciclopista della Restera ne è uno splendido esempio, come lo sono i canali artificiali tedeschi, brutti finché si vuole, ma valorizzati con canoe, campeggi, piste ciclopedonali. In montagna, come nel Trentino, già si sta facendo qualcosa che non sia a bordo strada. Ma il turista che da Treviso vuole andare a Villa Emo di Vedelago come ce lo portiamo? Abbiamo già il mercato tedesco nelle nostre mani, ma poi casca l’asino sulle infrastrutture”.

    Nuove opportunità per tutti

    Secondo Tamaro, il cicloturismo potrebbe anche diventare interessante per nuove possibilità occupazionali: “In questo momento di crisi l’agricoltura interurbana potrebbe avvantaggiarsene, ma bisogna prima convincere gli agricoltori che non è un danno per i loro campi. Alla fine, in Italia si dice sempre: ma noi ce la facciamo. Il fatto è che non siamo ancora stremati, ma non ci manca molto. O creiamo nuove regole, oppure finiamo sì come la Grecia. Sarebbe bello ritrovare le visioni, ma ci siamo immiseriti. Forse non siamo davvero quella grande potenza che credevamo”. Ma ci sono segnali che ce la possiamo fare: “Se ci guardiamo intorno, ci accorgiamo subito che l’occupazione in agricoltura è cresciuta – aggiunge Tamaro – e che oggi possiamo contare almeno su tre calzolai, quando prima facevamo fatica a trovarne uno. Bisogna inventarci cose nuove, tornare a fare mestieri che non pensavamo più di fare, ridare dignità all’agricoltura, deprecata per anni. La rete di Slow Food (Slow Food è un'associazione internazionale non-profit, conta 100.000 iscritti, volontari e sostenitori in 150 Paesi, 1.500 Condotte - le sedi locali - e una rete di 2 mila comunità che praticano una produzione di cibo su piccola scala, sostenibile, di qualità, ndr.) è una prova che ci stiamo muovendo verso quella direzione. Bisogna cambiare ed è tempo che cominciamo a piacerci di più e ad aver fiducia nelle cose buone che anche gli Italiani sanno e possono fare per vivere meglio”.

    Paola Fantin

    (04/04/2013 Tg0-positivo)