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  • La Piave, un fiume che vuole vivere

    La Piave, un fiume che vuole vivere

    Un convegno a Treviso

    È uno dei fiumi più artificializzati d’Europa e la sua acqua viene ripetutamente usata attraverso un sistema integrato di captazioni, tubazioni forzate e turbine per la produzione idroelettrica, derivata in grandi quantità per gli usi irrigui, pompata dalle falde dell’acquifero per le attività industriali e civili. È il fiume Piave, anzi la Piave. La mascolinizzazione del fiume, infatti, è un dato storico e culturale che ha coinciso con l'affermarsi della lingua italiana sui dialetti locali che la chiamavano (come la Brenta, la Livenza e altre) per l’appunto ‘la Piave’, quasi a sancire un legame con Madre Natura e i suoi elementi tutto al femminile. Ma oggi, che ne è di questa Piave e del territorio che ha inciso? Se ne è parlato al convegno di studi tenutosi la settimana scorsa presso Fondazione Benetton, “Pianificazione delle acque e scenari di trasformazione territoriale alla luce dei principi dell’Ecologia del paesaggio: il caso della Piave”.

    Un fiume in prigione

    Tra il 1886 e il 1924, lo Stato italiano decise di investire nella bonifica idraulica e nella regolamentazione delle acque venete così da risanare le paludi e ricavare nuovi appezzamenti per l’agricoltura. Un’opera certosina e immane che trova ancor oggi testimonianza nei vari consorzi di bonifica del territorio: basti pensare che solo il Pedemontano Brenta, nel Padovano, mantiene attualmente funzionante una rete di torrenti, rogge e canali con relativi impianti e manufatti pari a 2.400 chilometri con 500 tubazioni, in un comprensorio di 70 mila ettari. In quegli anni vennero realizzate altre grandi opere, ancor oggi utilizzate e vitali per le popolazioni locali: l’8 novembre 1925, “mentre sugli spalti del Montello – si legge negli archivi - tuonava a salve il cannone e dalla pianura circostante giungevano festose le campane delle tante pievi”, fu inaugurato il “Canale della Vittoria” che divenne perfettamente funzionante nel 1927, con le prime irrigazioni che interessarono ben 21.384 ettari di terreno. A Nervesa della Battaglia (Tv) ancor oggi vi è il punto di derivazione dell’acqua del Piave, da cui hanno origine i tre canali primari Priula, Piavesella e di Ponente.

    Negli anni successivi, quando vennero costruite le opere necessarie allo sfruttamento del territorio montano e del fiume Piave per produrvi energia idroelettrica, l’acqua veneta ridivenne protagonista indiscussa dell’economia nazionale e della modernizzazione della società civile, anche se a pagarne lo scotto fu proprio il paesaggio. Le valli alpine, per esempio, vennero modificate profondamente da gallerie, centrali di produzione e distribuzione, da dighe e bacini artificiali, trasformando per sempre il territorio. Ma il sistema, che rendeva praticamente autosufficiente l’Italia da un punto di vista energetico, dopo la tragedia del Vajont (1963) entrò in crisi e restituì, in parte, alla natura ciò che le aveva tolto.

    Le trasformazioni ambientali però non si arrestarono e incisero profondamente il paesaggio, sia per colpa della grande urbanizzazione che per l’intensa attività estrattiva che continua ancor oggi a divorare ingenti porzioni di terra fertile, perdute per sempre tra cave e discariche. Questi enormi ‘buchi’, dove spesso le falde acquifere affiorano in superficie esponendo così l’acqua potabile agli agenti inquinanti, nel 2005 erano ben 1.384, suddivisi in 603 cave attive e in 781 dismesse (di cui 456 di argilla e laterizi, 118 di calcare lucidabile e marmo). E oggi?

    Una nuova civiltà del fiume per il 2100?

    Sono passati ormai 12 anni dal giorno in cui venne scritta la “Carta per la Piave”, un importante documento frutto dei contributi di relatori, specialisti, associazioni ed enti, in collaborazione con il Centro Civiltà dell’Acqua.

    La Piave è una realtà così profondamente radicata in noi e nel territorio che non si può pensare ad alcun futuro senza di essa. E così in occasione del convegno studi di Treviso, è stata allestita anche la mostra “Veneto 2100: Living with Water”, esito della ricerca sul Veneto condotta da Latitude, Platform for Urban Research and Design, con il contributo di diverse Università europee. L’esposizione, una grande mappa in bianco e nero immagina il Veneto nel 2100 assieme a libri, plastici e video, restituendo le indagini svolte da urbanisti, antropologi e visual designers, in collaborazione con esperti locali, sul delicato tema della gestione delle acque. Il progetto di ricerca si è occupato, in particolare, di tre diversi territori rappresentativi delle differenti situazioni idrogeologiche che caratterizzano il Veneto: la regione a nord di Treviso attraversata dalla Piave, l’area dei Monti Lessini compresa tra Vicenza e Verona dove scorre l’Alpone e la zona del Delta del Po. “Lo scenario che abbiamo immaginato in una sorta di ‘come se’– ha spiegato Tullia Lombardo (Latitude) – vede quest’area con fiumi ricchi di molta più acqua. Zone più umide con più alberi. E dove trovare lo spazio per tutto questo? È necessario dare più spazio al fiume, assecondandone i movimenti. Potremo proteggerci dalle alluvioni con più bacini, aumentare le biodiversità e ricaricare le falde, salvando al contempo anche così il Sile. Investire di nuovo sull’idroelettrico, a questo punto, potrebbe allora diventare una possibilità concreta. Il seminario di oggi, questa ricerca e questa mostra diventano quindi il punto di partenza per discutere una nuova proposta, attivando collaborazione e concertazione”.

    Pensare a una Piave possibile

    “L’ecologo, utilizzando una metafora subito evidente – ha spiegato nella mattinata Vittorio Ingegnoli (Università di Milano) – è diventato oggi un ‘ecoiatra’, un medico del paesaggio che fa diagnosi e prende decisioni. Il fiume è un’entità vivente, un organismo e molte popolazioni nel mondo ancora lo testimoniano”. È dunque tempo di azione diretta e immediata, ‘come se’ quel 2100 fosse già fuori dalle porte di casa: “Il mondo sta cambiando radicalmente, ma servono piani fatti e certi. C’è una frammentazione di enti deputati a fare (Regione, Genio, Consorzi etc.), ora ci serve uno strumento unico di riferimento” ha ricordato Simone Busoni (Provincia di Treviso - Servizio Ecologia e Ambiente). Da tempo dunque si fa un gran parlare, ma forse oggi, complice la crisi, qualcosa può cambiare: “Senza la crisi del 2007 saremmo ancora qui a costruire centri commerciali, in mezzo alle campagne o ville affascinanti disperse. Ora c’è il vantaggio della crisi, con un 20% in meno di consumo di gasolio. La crisi diventa quindi un’opportunità, ma attenzione, non si tratta di sagge azioni ma di decisioni prese a causa di mancanza di soldi. Serve una cultura vera” ha aggiunto Agostino Cappelli (Iuav) nel pomeriggio. Un cambiamento di rotta quindi che porti a una diversa percezione della realtà: “Il procedimento scientifico della nostra civiltà – ha commentato Pier Francesco Ghetti (Università Ca’ Foscari di Venezia - CICA) – analizza bene i dati su ciò che è avvenuto, ma fatica a prevedere. I fiumi sono l’apparato escretore e circolatorio del nostro territorio. Ma se una volta il ponte era una violenza al fiume, ora l’argine e il ponte stesso sono normali. E le intubazioni? Immaginate una città e tutti i tubi che portano su l’acqua e poi tornano giù e vanno nelle fognature. È un segno della civiltà, ma bisogna saperlo governare. I cicli dell’acqua sono diventati retrobottega, scelte da società dei consumi”. Più facile a dirsi, però che a farsi: “Noi pianifichiamo, ma poi alla fine non riusciamo a fare interventi strutturali radicali, per cui ci tocca lavorare sulle piccole cose” spiega Alvise Luchetta (Genio Civile). “Attorno a un fiume bisogna parlare anche di cibo e di salute – ha sottolineato Giuseppe Romano, presidente di tutti i Consorzi veneti – L’unico settore cresciuto in questo critico 2013 è l’agricoltura con un + 10%, ma viviamo di sussidi e non è giusto. Sui consorzi poi c’è da dire questo: il Veneto è per un terzo sotto il livello del mare. Se i Consorzi spegnessero tutte le loro idrovore, andremmo sott’acqua”.

    Concertazione e condivisione dunque, utilizzando anche strumenti già pronti, come La Carta della Piave: “Difendo la Carta scritta con Renzo Franzin e Domenico Luciani nel 2001 – interviene Pippo Gianoni (Dionea, Svizzera - CICA) – Rappresenta un manifesto e dieci anni sono pochi. È tempo di riattualizzarla, perché fino a oggi sulla Piave non ho visto grandi progetti che l’hanno migliorata, ma piccoli peggioramenti che hanno fatto ammalare il sistema. Oggi, ogni attore nella azione quotidiana deve portare un piccolo contributo positivo e questo è fattibile senza sconvolgere i progetti”. Il 2100 sembra dunque un po’ più vicino, per cominciare a muovere i primi importanti passi: “La provocazione è molto importante – ha spiegato Marco Tamaro, direttore di Fondazione Benetton – Bisogna provare a dotarci di strumenti di visione, La resilienza dell’uomo è saltata quando i processi di trasformazione intorno sono stati così veloci da non potersi più adattare. E oggi si parla così anche di ‘non luoghi’”.

    La Carta della Piave

    La Carta della Piave, come spiegato dal direttore del Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua, Eriberto Eulisse, è dunque un documento dal quale partire e programmare, insieme ad Autorità di bacino, Regione, Province, Comuni, Consorzi di Bonifica, privati ed enti pubblici vari. Alcuni tra gli obiettivi sono azioni di tutela della biodiversità del bacino del fiume nella Val Visdende, Monte Peralba e area delle sorgenti, Orrido dell’Acquatona, Altipiano di Razzo Val Ferron, Piani di Danta, Marmarole, Gruppo dolomitico del Bosconero, Foresta di Cajada-Monte Serva, Dorsale M. Faverghera-M.Cesen, Laghi di Revine e di Lago, Grave della Val Belluna e Vincheto di Celarda, Torbiera di Lipoi, Monte Tomatico e M. Tomba, Grave di Bigolino, Sistema dei Campi Chiusi del Quartier del Piave, Fontane Bianche, Grave di Ciano, Grave di Papadopoli, Grave di Maserada e Negrisia, Fosso Negrisia, Anse di Noventa e Fossalta di Piave, Piave Vecchia, Pineta di Cortelazzo, Pineta e laguna del Mort di Eraclea. A queste azioni si aggiungeranno precise iniziative per la riduzione dei rischi idrogeologici e idraulici con interventi di difesa dall’erosione (versanti instabili, drenaggio delle acque sotto superficiali, difese elastiche delle sponde), individuazione di casse di espansione per l’abbattimento dei picchi di piena, potenziamento dei sistemi di previsione e prevenzione degli eventi alluvionali, aumento dell’infiltrazione naturale come la forestazione, divieto a nuovi impianti di coltivazioni se incompatibili col fiume. E poi si lavorerà per ammodernare la rete irrigua, sfruttare le cave già esistenti per lo stoccaggio dell’acqua nei periodi di sovrabbondanza e per fini irrigui durante l’estate, individuare percorsi di accesso ai corsi d’acqua, valorizzare i centri studio e per numerose altre iniziative ancora. “Il convegno studi di oggi – ha spiegato Eulisse – aveva proprio questo obiettivo: iniziare a discutere da una proposta come quella del 2100 ‘come se’ fosse qui per attivare il giusto processo di concertazione, con immagini comprensibili ai più e parlare di progresso”. Concepire il fiume ‘come bene comune’ infatti significa che ogni soggetto interessato al suo uso è finalmente disposto a rivedere i propri comportamenti in accordo con una visione di lungo periodo che si accorda con quanto vibra dentro, nella propria antica memoria. Possibile? Vi fu un tempo, ancora nel Neolitico e nell’Età del Bronzo, in cui i nostri antenati vivevano in villaggi che sorgevano per lo più vicino a specchi d’acqua o ad anse fluviali. Erano cinti da fossati che servivano per difendersi da attacchi esterni e per poter contare su di una costante riserva idrica. I fiumi, i torrenti, i laghi e le paludi erano ‘vivi’, vere e proprie divinità alle quali destinare offerte e preghiere. Quelle entità oggi ci ricordano chi siamo.

    (04/04/2013 Tg0-positivo)