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  • UN'ONDA CHE CRESCE: LA GLOBALIZZAZIONE SECONDO NOAM CHOMSKY

    UN'ONDA CHE CRESCE: LA GLOBALIZZAZIONE SECONDO NOAM CHOMSKY 

    (Il Corriere, 16 aprile 2000)

    "E' il movimento di protesta più vasto, inclusivo e trasversale della storia. Governi ed istituzioni economiche sono ormai costretti a farne i conti». Noam Chomsky, docente al Mit, intellettuale «contro» e massimo glottologo vivente è convinto che a Washington si stia per consumare un evento ancora più epocale di Seattle. «A Washington come a Seattle colpisce l'enorme gamma di manifestanti diversi, sia americani che dei Paesi in via di sviluppo. E' la riprova di quanto estesa sia l'opposizione popolare, che oggi conta sulla solidarietà attiva o passiva di maggioranze in ogni Paese, alla globalization imposta dagli Stati-corporazione. Resta da vedere se questo caleidoscopio di gruppi può lavorare insieme in modo costruttivo e continuato».

    > Seattle e Washington sono state sorprese? «Chi segue l'attivismo e gli umori popolari non è rimasto affatto sorpreso da Seattle».

    > Lei crede nell'efficacia di queste proteste? «I fatti parlano da soli. Posso menzionare anche come recentemente sia stato fatto ritirare l'Accordo multilaterale sugli investimenti, anch'esso sostenuto dalle élite, perché grazie agli sforzi degli attivisti internazionali era divenuto pubblico, scatenando un'opposizione immediata e insostenibile. Chiunque avesse avuto occhi poteva vedere l'onda del movimento che si avvicinava». Perché i manifestanti di Washington se la prendono tanto col Fondo monetario e la Banca mondiale? «Perché sono componenti cruciali della burocrazia internazionale che cerca di amministrare il pianeta nell'interesse del potere privato. E perché hanno avuto un impatto molto tangibile e spesso deleterio sulle vite della maggior parte dei cittadini del mondo, inclusi i più ricchi. Loro stessi hanno fatto autocritica ammettendo "errori passati"».

    > A chi si riferisce? «L'ultimo "dissidente" è l'economista numero uno della Banca mondiale, Joseph Stiglitz, che ha rassegnato le dimissioni. Entrambe queste istituzioni hanno una enorme colpa nella cosiddetta "crisi del debito". La dottrina corrente sostiene che il Fmi "aiuta" i Paesi in difficoltà. Ma tutti sanno che a pagare il prezzo finale sono i poveri delle Nazioni in via di sviluppo che il prestito non hanno mai chiesto ma finiscono per sobbarcarsene il costo».

    > Il collante del movimento è Internet? «Internet è stato uno strumento validissimo per superare i limiti delle grandi istituzioni dottrinali, media inclusi, aggregando gente che altrimenti sarebbe stata marginalizzata. Come la maggior parte dei settori dinamici dell'economia, anche il web è nato e fiorito nel settore pubblico e solo di recente è stato dato in regalo da questo al potere privato, spesso irresponsabile, che vorrebbe già convertirlo in uno strumento di marginalizzazione e controllo. E' un terreno di lotta dagli esiti imprevedibili». 

    > C'è un legame con le proteste contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili? «I piani segreti di Banca mondiale e Fmi sono altrettanto letali di quelli implementati in Vietnam. E nella sfilata dei terzomondisti a Washington vedo echi della marcia di solidarietà di Martin Luther King per i poveri e gli oppressi».

    > Come giudica la risposta dei leader della cosiddetta "terza via" alle proteste? «Il recente summit organizzato da Clinton alla Casa Bianca riflette la consapevolezza nei circoli del potere che è necessario rispondere alle preoccupazioni delle masse. Ma i gesti, finora largamente simbolici, di Clinton e degli altri leader europei possono trasformarsi in concretezza solo se la pressione popolare diventa tanto forte da non poter essere ignorata».

    (segnalazione di Valeria, beati groups)

    (07/07/2000 Tg0-positivo)