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  • Decidere sulla propria vita

    Decidere sulla propria vita

    Alleanza terapeutica, consenso informato, direttive anticipate di trattamento

    Decidere sulla propria vita disponendo al meglio di questo dono meraviglioso è uno dei temi più importanti del nostro tempo, soprattutto in un momento storico dove la parola d’ordine è bellezza, efficienza e immortalità. Parlare di vita e di morte e delle scelte da fare diventa così rivoluzionario e costringe ognuno di noi a fare i conti con la propria fragilità. Finché non si vive sulla propria pelle questa esperienza, però, è difficile avere un pensiero corretto, ognuno è un caso a sé e ha una propria coscienza. Ma discuterne fin dai banchi di scuola, significa cominciare finalmente a farsi le domande essenziali ‘chi sono, da dove vengo, cosa faccio e dove vado’.

    Un lavoro intrapreso dai ragazzi del Liceo Scientifico “L. Da Vinci” di Treviso, in collaborazione col Liceo Classico cittadino “A. Canova” che, il 2 maggio scorso, hanno proposto il convegno “Decidere sulla propria vita. Alleanza terapeutica, consenso informato, direttive anticipate di trattamento”, invitando tra i vari ospiti Umberto Gasparotto, presidente del Comitato di Bioetica dell’Ulss 9 di Treviso che ha applaudito all’iniziativa ritenendola “un’opportunità in più per il Comitato di aprirsi al territorio”, il senatore Maurizio Castro (Pdl) e il deputato Margherita Miotto (Pd).

    Si tratta di un percorso di bioetica iniziato proprio per suscitare dibattito e cogliere il pensiero dei più giovani, anche in seguito a casi che hanno smosso l’opinione pubblica come quello di Eluana Englaro. “Si tratta di un momento importante per la scuola – ha commentato Luciano Franchin, docente di filosofia e ideatore del progetto – e certamente non facile. Il percorso di riflessione è iniziato con le quarte che hanno lavorato sulle questioni di bioetica affrontando un caso concreto e sviscerandolo. La riflessione è poi proseguita con le quinte che hanno discusso sulla dichiarazione anticipata di trattamento (Dat) e sulla necessità o meno di avere una legge che tutela le scelte sulla propria vita e morte”. Il lavoro dei ragazzi ha chiarito cosa significa eutanasia e accanimento terapeutico, anche secondo le posizioni della Chiesa che nel suo Catechismo, per esempio, incoraggia le cure palliative che alleviano il dolore per rispetto verso chi soffre.

    In Europa...

    Se la questione non è dunque semplice, di qualche aiuto possono esserci i nostri fratelli d’Oltralpe. In Francia, per esempio, la Dat è una realtà che può essere revocata in qualsiasi momento e deve essere rinnovata ogni tre anni. Inoltre, il medico può decidere di limitare o interrompere il trattamento se la persona malata non può più esprimere la propria volontà e lui ne ravvisa l’inutilità. In Germania, invece c’è l’obbligo di accertare sempre con affermazioni a voce o scritte precedentemente o sulla base del proprio credo religioso quale sia la volontà presunta del malato che non può più esprimerla, attraverso un preciso iter normato. In Spagna, le persone esprimono la propria volontà anticipata che poi viene registrata in un archivio generale. Qui, la posizione dei Vescovi spagnoli è chiara: i fedeli possono rifiutare l’accanimento terapeutico, perché a ogni modo la morte è la normale prosecuzione della vita e l’atteso ricongiungimento con Dio, dunque una naturale tappa da non demonizzare. In Gran Bretagna, bisogna invece produrre una dichiarazione che attesti la propria volontà a rifiutare la nutrizione e l’idratazione artificiale e le altre cure non naturali, volontà poi da rispettare. L’Olanda, infine, è l’unico Paese europeo a prevedere e disciplinare un medico che pratica l’eutanasia o assiste al suicidio di un malato grave che scientemente lo chieda. L’unico soggetto che disciplina questa procedura, valutando le richieste del paziente e la sua conformità alla legge, è il medico e il 90% degli olandesi è concorde. E in Italia? In Italia la legge, approvata dal Senato il 26 marzo 2009 in seguito all’emotività scatenata dal caso Englaro, è ferma alla Camera e “ricusa con nettezza il testamento biologico – ha spiegato il senatore Castro (Pdl) – La vita non è trasmissibile per testamento e non può essere ridotta a un mero dato biologico perché vi si impone anche il valore spirituale”.

    ... e in Italia

    Ma perché in Italia non c’è mai stata prima una legge come negli altri Stati? “Perché la legge c’è – sottolinea l’onorevole Miotto – e sono gli articoli 2-13 e 32 della nostra Costituzione ai quali si aggiungono il Codice Deontologico dei Medici e la Convenzione di Oviedo secondo i quali il medico deve tener conto degli orientamenti del paziente e varie pronunce tra le quali quelle del Comitato nazionale di Bioetica che ha dettagliato cos’è la Dat. Spicca su tutti l’alleanza medico-paziente per cui il medico sa come io sono e conosce anche i vincoli del codice penale, inoltre si dice no all’accanimento terapeutico, all’abbandono terapeutico e all’eutanasia. È chiaro, però, che per decidere coscientemente bisogna dare un fine vita a tutti dignitoso. Da qui la nostra battaglia per far approvare la legge sulle cure palliative che purtroppo, essendo sottofinanziata, non produce ancora effetti ma che comunque c’è”. Il dibattito dunque non si ferma qui ma rende sempre più consapevoli della difficoltà che la legge normi la vita: “È difficile produrre una legge nuova che riguardi tutti, uniformandoli - conclude Miotto - Le patologie sono differenti e così pure le reazioni delle persone. Bisogna analizzare caso per caso. La mia volontà sul mio corpo viene prima di ogni altra cosa”.

    Paola Fantin

    (12/05/2011 Tg0-positivo)