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  • L’albero cosmico

    L’albero cosmico

    (segnalato da Fausto Maraldi, facebook)

    Ogni anno, nelle dodici notti sante successive al solstizio d'inverno, si riaccendono le luci di un simbolo fra i più antichi dell'umanità: l'albero di Natale. Pare sia stata l'Alsazia a diffondere nell'Europa centrale questa tradizione natalizia.

    Narrano infatti le cronache di Strasburgo che nel 1605 gli alsaziani solevano collocare, per Natale, nelle varie stanze della casa piccoli abeti addobbati con fiori di carta, oggetti fatti con zucchero e frutta. Nonostante l'opposizione dei predicatori protestanti, che vedevano in questo costume un esito della superstizione, la fantasia popolare non desistette dall'allestire riti e spettacoli attorno alle luci del Tannenbaum.La tradizione dell'albero risale però ancora più indietro.

    Dallo studio dei rituali del folclore europeo sappiamo, infatti, che entro i confini dell'Impero germanico erano assai diffuse le Sacre rappresentazioni di Adamo ed Eva: il 24 dicembre, giorno in cui il calendario cristiano commemora i progenitori biblici, si allestiva nelle chiese una rappresentazione, con tanto di scenario, in cui Adamo, ormai giunto all'età di 932 anni e sentendosi vicino alla morte, invia il figlio Seth alla ricerca del Paradiso terrestre.

    Seth vi giunge e riporta tre semi che, sparsi sulla tomba del padre, nel frattempo morto, fanno spuntare uno strano albero che ha miracolosamente in sé le caratteristiche del pino, del cedro e del cipresso. La rappresentazione si concludeva con l'arrivo sulla scena di un centurione romano che dal legno di quello stesso albero fabbrica la croce. Questo gesto simbolico fa comprendere come i medievali avvertissero una continuità fra il primo Adamo e il Cristo-secondo Adamo.

    Ecco come il mito diventava storia sacra. L'assimilazione dell'albero di Natale all'Albero della Vita, piantato al centro del Paradiso terrestre, non è però un frutto della fantasia popolare, ma del cristianesimo dei primi secoli. Per gli antichi Padri della Chiesa la Croce era difatti l'"albero immortale" piantato al centro del mondo, là dove Adamo era stato sepolto: "il Cristo è l'Albero della Vita", scriveva sant'Ambrogio (De Isaac et anima, 5,43), mentre san Cipriano (Hymnus de Pascha) vedeva nella croce una specie di albero che sale fino al Cielo e fa scaturire dalle sue radici una meravigliosa fonte.

    L'albero di Natale rievoca dunque l'idea dell'immortalità espressa miticamente dall'Albero della Vita, ma - più inconsapevolmente - rievoca un archetipo sognato dalla fantasia religiosa di molti popoli: l'Albero cosmico.

    In quanto Asse del mondo che collega Cielo, Terra e regione sotterranea, l'Albero cosmico simboleggia l'eternità del cosmo, la sua origine divina: è l'immagine della vita che si rigenera, il simbolo della "via" di ascesa al Divino. Questa è l'idea che spiega la sacralità dell'Albero cosmico presso civiltà assai remote e lontane fra loro. Secondo una tradizione cinese l'albero Chien-mu (Legno diritto) è al centro del mondo e lungo di esso ascendono i sovrani per accordare fra loro Cielo e Terra; nell'antico Egitto l'Albero sacro per eccellenza è Nehet, il sicomoro, "sui cui rami abitano gli dèi", come si legge nei Testi delle Piramidi, ma più spesso tale Albero era per gli Egizi simboleggiato da Djed, la colonna sacra munita di quattro capitelli, ritenuta a sua volta simbolo della colonna vertebrale. In America l'immagine dell'Albero cosmico ritorna nell'uso sioux di piantare un albero al centro dello spazio riservato alla danza del Sole, oppure, nella civiltà azteca, come emblema di Quetzalcòatl, il "Serpente piumato", dio supremo ed eroe capostipite degli Aztechi, nonché simbolo solare della divinizzazione dell'uomo.

    Nell'Eurasia il simbolo dell'Albero cosmico riaffora nella betulla, sacra allo sciamanesimo siberiano, nell'Asvattha, l'"albero capovolto" degli antichi Indiani, nel frassino Yggdrasill degli antichi Germani.Presso i siberiani lo sciamano era - ma in certe sperdute regioni è tuttora - il saggio protettore della comunità e dei cacciatori, il maestro spirituale che conosce le anime dei vivi e dei morti, il guaritore di tutte le malattie. Dopo aver sacrificato un cavallo al dio supremo Bai Ulgan (spezzando all'animale la colonna vertebrale), lo sciamano compiva il "volo mistico" verso il Cielo arrampicandosi sul pilastro centrale della tenda, quand'essa era ancora conica. Successivamente con la diffusione della capanna, detta yurta, lo sciamano si arrampicava su una betulla provvista di sette, nove o dodici rami, appositamente eretta in mezzo al focolare, dentro la yurta.

    Su ogni fila di rami - afferma la saggezza sciamanica - ci sono nidi che ospitano le anime degli sciamani morti o dei bambini in attesa di nascere. Giunto in cima all'albero, lo sciamano sbucava dal foro centrale della tenda usato per l'uscita del fumo, quindi urlava invocando l'aiuto celeste. Per questo motivo in molte lingue siberiane l'albero sacro veniva chiamato "strada", nel senso di strada verso il Divino. Ciò è ancora più chiaro se si pensa che per lo sciamano la volta della yurta è il Cielo, il drappo che la copre è la Via Lattea, le fessure per la luce sono le stelle e il foro centrale è la Stella polare.

    Altrettanto singolare è l'immagine indiana dell'Albero cosmico. "Questo eterno Asvattha in alto leva le radici e in basso volge i rami: esso è lo splendore, è il Divino (brahman). E' anche chiamato ambrosia: su di esso si fondano tutti i mondi e nulla è più alto di lui", si legge nella Katha-Upanishad (II,6,1). L'Asvattha eterno - identificato con l'albero Ficus religiosa - era un tempo venerato dagli hindu come una divinità: chi in terra si sedeva alla sua ombra si diceva acquistasse il ricordo delle vite precedenti e la capacità di comprendere il linguaggio degli animali.

    Oltre che dagli hindu quest'albero è venerato dai buddhisti, che in esso vedono il simbolo stesso dell'Albero dell'Illuminazione, ai piedi del quale il principe Siddhârtha, dopo prolungata ascesi, divenne appunto il Buddha, lo Svegliato.Dall'Asia all'Europa: ed ecco Yggdrasill, il Frassino sacro al dio germanico Odino. Yggdrasill significa letteralmente "cavallo di Odino": cavallo come mezzo che conduce al mondo superiore, dunque "strada" nel senso sciamanico."Io so che esiste un frassino chiamato Yggdrasill, un alto albero, bagnato di bianca brina; di là derivano le rugiade che cadono nelle valli, e sempre verde sta presso la fonte di Urdhr" (Volüspa, 19).

    Così recita nel poema nordico Edda l'indovina interrogata da Odino sul destino del mondo. Yggdrasill è il simbolo dell'Universo: si leva al centro di esso, la sua cima tocca la dimora degli dèi (Asgardh), mentre i suoi rami abbracciano il mondo terrestre (Midhgardh). Alle sue radici, che affondano nel mondo divino, nel regno dei giganti e nell'aldilà si trovano alcune fonti. Presso la fonte di Urdhr, che è la fonte del destino, della purezza delle origini e della giovinezza, si trovano le Norne, le quali hanno il compito di aspergere d'acqua il frassino e di filare il destino degli umani e degli eroi. Più oltre si trova la fonte del saggio gigante Mimir, la cui acqua (in realtà, idromele) concede a chi ne beve la memoria spirituale e la scienza di tutte le cose.

    Ultima è la fonte della dimora dei morti, da cui si dipartono tutti i fiumi che fecondano la terra. La leggenda nordica vuole che al tempo finale del grande inverno del Ragnarök (il wagneriano "crepuscolo degli dèi") il mitico Albero crollerà, lasciando però sulla Terra una coppia di progenitori, sopravvissuti al gelo grazie al riparo trovato nel tronco e alla rugiada fornita dalla chioma. Da questa coppia sorgerà un nuovo mondo, in cui gli dèi torneranno in vita, più puri di prima.La presenza del simbolo dell'Albero cosmico nelle più diverse tradizioni ci fa pensare che esso abbia un'origine molto antica e che sia nato ben oltre gli albori della storia, forse in quella civiltà atlantidea, dalle cui propaggini son derivate le civiltà del terzo millennio a.C.

    Da allora questo simbolo ha resistito al mutare dei tempi "reincarnandosi" in insospettate metamorfosi. Forse perché è da sempre connaturato all'anima umana, o forse perché in fondo è il simbolo della nostalgia delle origini. Questa nostalgia, che la Fama Fraternitatis (1614) rosicruciana riassumeva nel detto Ex Deo náscimur ("Nasciamo da Dio"), è il naturale bisogno umano di smarrirsi - per un po', nel cuore dell'inverno - entro la Bontà che è all'origine del mondo e che non può che essere il Bene cui siamo destinati. Questi pensieri ci rammenta l'albero di NataLE.

    * GABRIELE BURRINI

    (13/12/2010 Tg0-positivo)