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  • Curiosità natalizie e solstizie

    Curiosità natalizie e solstizie

    Disponibile on line l'ultimo numero della rivista Mondo di Loto di Milano

    Se abbiamo un camino, è opportuno che vi scoppietti sempre un bel CEPPO di legna secca: ricordo del “ceppo di Natale” che si accendeva dopo la cena di magro della vigilia a rappresentare simbolicamente l'Albero della Vita, il Cristo, dicendo: "Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane”. Natale veniva chiamato il “giorno del pane" e si mangiava, come ancora oggi, dolci a base di farina che hanno nomi diversi secondo le regioni: pangiallo, pane certosino, pandolce, panforte, pampepato e panettone. L'abitudine di mangiare pane dolce nei periodi solstiziali dovrebbe risalire agli antichi Romani perché alla festa del Natalis Solis Invicti si confezionavano le sacre frittelle di farinata. Con l'avvento del cristianesimo, riferendosi alle parole di Gesù: "lo sono il pane della vita " si rese tradizionale questa abitudine. Infine, è curioso ricordare che Gesù s'incarnò a Betlemme, che, in ebraico - Bet Lehem - significa Casa del Pane.

    Anche il PRESEPE deve essere presente, non importa in quale forma, l’importante che il suo antico messaggio torni nella nostra casa: può essere una costosa costruzione napoletana come una piccola rappresentazione policroma fatta da nostro figlio a scuola, ma facciamoci confortare dalla sua presenza. Il passaggio da un anno all’altro è scandito da tradizioni che appartengono a mai dimenticati «riti di rinnovamento». Col Solstizio d’Inverno si compiono tutti i cicli, la luce che si era attenuata riprende a giungere più forte, l’ibernazione della vegetazione sta per terminare e tutto va a significare lo sfondo atavico da cui partono i festeggiamenti della luce (i falò di S. Silvestro), l’attualità della vita vegetativa (l’albero di Natale) e la tradizione dei riti di prosperità (il cenone della Vigilia). A questo complesso di riti appartiene il presepe (e Presepium è un termine latino che significa mangiatoia: nella stalla non vi era altro in cui deporre il neonato, e lì la Madre vi depose il Bambino). La rappresentazione della natività è un tema archetipico, comune alla storia di Mithra, Aion, Buddha e altri, le cui nascite sono accomunate da aspetti simili: la grotta buia, la madre vergine, la stella in cielo, la presenza degli animali. Nel presepe si ricorda il contrasto fra la luce e le tenebre, l’opposizione fra il luogo sotterraneo e il regno celeste, la lotta fra il vecchio re (Erode) e il nuovo Nato ed è facile ritrovare l’interpretazione allegorica del ciclo stagionale che si rinnova e della luce che rinasce.

    Ma la vera nascita che si narra è quella della coscienza: l’eccezionale venuta al mondo di un Figlio di Luce parla della straordinaria venuta in Terra di un lume di consapevolezza nell’esperienza umana. Così, il presepe rappresenta l’alba di una coscienza nuova e suggerisce all’individuo di strutturarsi in maniera consapevole.

    I personaggi, le figure presenti nel presepe, scenari, gli animali e gli scenari forniscono un fitto intreccio di leggende e di simboli che illustrano i meccanismi attraverso cui l’individuo può, continuamente, rinnovarsi e plasmarsi. La rappresentazione della natività suggerisce che crescere può voler dire che ci si può rigenerare e riformulare, in altre parole si può rinascere alla luce della coscienza.

    L'Helleborus è una pianta che cresce spontaneamente nelle zone di montagna (ma che si acclimata facilmente anche in pianura e nelle aree temperate) e i cui fiori sbocciano in pieno inverno. Per tale caratteristica, una sua varietà, l'Helleborus niger, è conosciuta come ROSA DI NATALE. Quest'ultima presenta un rizoma nerastro e grandi fiori bianchi a cinque petali con sfumature tendenti al rosa: cinque il numero che simboleggia “l’uomo in evoluzione”, pertanto donarne un mazzetto significa dimostrare attenzione e rispetto alla vita spirituale di chi lo riceve. Se abbiamo un camino, è opportuno che vi scoppietti sempre un bel ceppo di legna secca: ricordo del “ceppo di Natale” che si accendeva dopo la cena di magro della vigilia a rappresentare simbolicamente l'Albero della Vita, il Cristo, dicendo: "Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane”. Natale veniva chiamato il “giorno del pane" e si mangiava, come ancora oggi, dolci a base di farina che hanno nomi diversi secondo le regioni: pangiallo, pane certosino, pandolce, panforte, pampepato e panettone. L'abitudine di mangiare pane dolce nei periodi solstiziali dovrebbe risalire agli antichi Romani perché alla festa del Natalis Solis Invicti si confezionavano le sacre frittelle di farinata. Con l'avvento del cristianesimo, riferendosi alle parole di Gesù: "lo sono il pane della vita " si rese tradizionale questa abitudine. Infine, è curioso ricordare che Gesù s'incarnò a Betlemme, che, in ebraico - Bet Lehem - significa Casa del Pane. Le piante, in molte tradizioni, sono origine di antiche credenze legate a rituali magici e sacri.

    L’abete bianco, L'ALBERO DI NATALE, risale ai riti pagani legati al solstizio d’inverno. Oggi viene adornato con luci, decorazioni, fili e nastri colorati perché si ricollegano ai capelli delle fate, ai falò ed al “ceppo” di Natale. Infatti, da sempre, i contadini accendevano “fuochi di gioia” in cui ardevano fantocci, per riportare calore e luce tra gli uomini e richiamare l'energia del sole, nei giorni freddi e bui. Questi riti si basavano sull'imitazione della "magia" del ciclo solare ed erano purificatori dei campi, delle case e dei villaggi. Oltre ad essere un simbolo solare, l’albero è anche un simbolo cosmico: con le radici e i rami, rappresenta l’unione tra la Terra e il Cielo; per questo l’abete natalizio imita lo Yggdrasil, il Frassino Universale delle tradizioni nordiche al quale rimase appeso Odino per raggiungere la conoscenza suprema e tra le cui radici si trovano i doni che simboleggiano la sua generosità. Bisogna risalire alla tradizione celtica per scoprire le origini del bacio sotto il vischio alla mezzanotte di Capodanno. Il VISCHIO è un parassita che cresce sugli alberi, senza mai toccare terra: si pensava che brillasse di notte vicino ai giacimenti di oro. Nasce dal cielo ed è figlio del fulmine; le sue bacche si sviluppano in nove mesi (come un bambino) e si raggruppano a tre a tre, numero sacro per tantissime culture: la trinità energetica. Grazie ai suoi poteri medicamentosi è ritenuta una delle più potenti piante, anche se può essere fatale se usata scorrettamente. I Celti lo raccoglievano solo quando era necessario, con una piccola falce d’oro, usata da mani pure, a digiuno, vestiti di bianco e a piedi nudi, con l'offerta di pane e vino agli alberi della foresta. I Druidi ritenevano il vischio in grado di guarire qualsiasi malattia: si utilizzava un falcetto d’oro poiché, essendo una pianta lunare, con l'uso di un metallo legato al sole si riunivano le energie opposte e i due principi del cosmo, il femminile e il maschile. Anche nella cultura romana troviamo Enea che scende agli inferi con un ramo di vischio da donare a Proserpina. Baciarsi sotto al vischio è di buon auspicio e deriva dalle conoscenze druidiche che vogliono questa pianta sia apportatrice di fecondità, perché le sue bacche danno un liquido molto simile al “seme” maschile. Anche la dea dell’amore Freya possedeva questa pianta. Il Cristianesimo ha dubbi nei confronti del vischio, perché, ai tempi della crocifissione, mentre le altre piante si rifiutarono di collaborare, esso offrì i suoi rami per costruire la croce. Per questo fu maledetto e li perse per sempre. Ma, oltre a questa leggenda, si dice anche che, proprio per la sua nascita misteriosa, sia simbolo di Cristo.

    Gigi Capriolo

    Fonte: Mondo di Loto. Com

    (09/12/2010 Tg0-positivo)