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Macrolibrarsi.it presenta il libro: Utilizza la Tecnica Psych-K

Dice il saggio ...
Non mi dolgo di non esser conosciuto dagli uomini ma mi dolgo di non conoscerli (Confucio)

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  • Una vertigine chiamata Vita Autore: Osho. Editore: Mondadori.

  • Accogliere il lutto è promuovere la vita

    Accogliere il lutto è promuovere la vita

    Seminario di formazione sull’elaborazione del lutto e il mutuo aiuto a Treviso

    Quando si affronta la tematica del lutto, il pensiero va subito alla morte e alla perdita di qualcuno che ci è caro. In realtà, il lutto così inteso non è la sola perdita che abbiamo vissuto o che vivremo: c’è la perdita del lavoro, la perdita della casa, della famiglia.

    Tutti le abbiamo già sperimentate e non è stato mai facile. Viene allora da chiedersi: le nostre perdite le abbiamo ‘digerite’, cioè le abbiamo elaborate? E in quanto tempo? E con quale fatica? Qualcuno ci ha aiutato o ci ha danneggiato? C’era uno specialista a consolarci?

    In realtà, la competenza per interagire sulla perdita è un talento che posseggono tutti, bisogna solo rendersene consapevoli. Di questo si è parlato nel seminario di formazione organizzato dal Progetto Rimanere Insieme Advar di Treviso, nelle scorse settimane. Descrivere un seminario che si occupa di temi così importanti non è facile, di certo possiamo dire che ha il pregio di unire persone profondamente interessate alla tematica dell’esistenza che si basa sulla vita e sulla morte, col risultato che si condividono momenti unici e intensi, dai quali si esce rinnovati e carichi di... vita.

    Sì, di vita, perché andando più a fondo di noi stessi si scopre che non esistono confini tra noi e l’altro e che neppure la vita e la morte, infine, esistono, in un perpetuo ciclo che si rinnova l’una nell’altra, generando sempre nuovi frutti.

    È necessario per questo, quanto prima possibile, ‘prender confidenza’ e rendersi ‘amica’ la perdita, dunque anche la morte. “Attraversare le perdite naturali ci aiuta ad affrontare poi la nostra e la morte di chi amiamo – ha spiegato il dottor Luigi Colusso, introducendo gli obiettivi del corso - Sopravvive chi è in grado di ‘fare amicizia’ con la morte. Quando siamo messi alle strette, questa cosa ci è utile strumentalmente. Se è un’amicizia vera, non c’è tradimento e ci consente di predisporci ad accettare il dono che c’è negli eventi e che a volte è nascosto davvero bene”.

    Il cordoglio anticipatorio

    Che cosa succede quando una persona sta per morire e questa consapevolezza ormai ci ha raggiunto? Come dobbiamo comportarci? “Siamo in una Terra di Nessuno, di Vita che non genererà altra Vita – ha aggiunto la dottoressa Annalisa Moretto - È una situazione in cui non si può generalizzare, perché è sacra e diversa per ognuno. Si può decidere di valorizzare la vita o fermarsi al “di Nessuno”, che esalta la morte che avanza. Quando neghiamo il peggioramento, per esempio. è il tentativo di non entrarci. Vuol dire stare male. Ci si deprime. Ci si arrabbia. Ci si sente in colpa e si comincia a vedere quel futuro che la perdita ci prepara. Allora ecco una crisi profonda oppure il cordoglio anticipatorio con alti e bassi”.

    Il malato non è più lui ed è faticoso confrontarsi su questo grande cambiamento.

    Con lui non si vive più il Presente nella Terra di Nessuno. Si va in crisi, si cerca di prendere le distanze o di negare quello che sta accadendo. Che fare?

    “Elias dice che per evitare la solitudine del morente, bisogna dimostrare che il malato non ha perso importanza per noi. Guardare l’altro con gli occhi dell’altro ed essere quello che è. E il rapporto diventa empatico, insomma ami il prossimo tuo come te stesso – ha continuato la Moretto - È un percorso che porta il morente a capire che si può essere affidati alla morte. Lo capisce anche chi lo ama. Affidarlo alla morte e dirgli ‘addio’. Certo, è un augurio, un desiderio che ci auspichiamo, di cui non si è sicuri. È quello che chiamiamo l’al di là. Oppure chi muore o vive la morte incombente pensa che vivrà per chi sa che se ne andrà. Ecco l’al di qua. E quando sembra che non ci sia più nulla da fare, rimane l’Amore”.

    La morte, la quotidianità e la scrittura

    L’approccio a situazioni di sofferenza, morte e lutto si differenzia da donna a uomo. L’uomo è più frequentemente quello che non chiede aiuto.

    C’è competenza a fronteggiare la morte e il lutto negli ambiti lavorativi specifici? “Gli operatori diventano importanti per chi ha un lutto, ma non devono diventarlo troppo per non espropriare la famiglia – ha sottolineato Colusso - Viviamo la morte in diretta ed è frequente essere in difficoltà a parlarne, anche tra gli stessi operatori. Quello che non abbiamo il tempo di ascoltare, però le persone hanno la possibilità di scrivere”.

    Verbalizzare vuol dire legare le emozioni all’evento fino a risolverlo e a dimenticarlo. Anche la storia dell’uomo insegna che da sempre le civiltà lasciano un tempo di elaborazione del lutto, attraverso riti, incontri o solitudine voluta. Ma non sempre è sufficiente, spesso c’è bisogno di scavare ancor di più per riportare a galla quello che nel frattempo, per sopravvivere e soffrire meno, si era schiacciato e deposto nel fondo. “Ci siamo trovati con persone in estrema difficoltà a parlare del loro lutto, ma vi è chi è riuscito a farlo attraverso la narrazione, in primis la narrazione degli altri. La narrazione ti porta a guardare anche al futuro, non solo al passato. Insieme ai riti, è strumento essenziale di elaborazione del lutto”.

    La perdita della bellezza e il ruolo del mutuo aiuto

    Certo, non è semplice. Ci sono situazioni in cui è difficile trovare una spiegazione: genitori ai quali muore un figlio o i familiari di chi si è suicidato. Sono dei sopravvissuti. Che si può fare per loro?

    “Noi viviamo questo automatismo: siamo abituati che la nostra famiglia c’è sempre – ha sottolineato il dottor Colusso - Perché non dovrebbe esserci più? Quando si verifica questa spaccatura, la si trova inaccettabile e può condurre alla depressione e alla perdita della bellezza che si basa sulla densità dei legami. Non mi interessa più nulla. Il colore della bellezza era dato dalla relazione. Mi invitano in qualche posto e non vado. Poi, non mi invitano più e mi rattristo, perché li ritengo responsabili della mia solitudine. Accade anche in famiglia e chi si sente rifiutato sta male. Se si finge di star bene per non rendere infelici i familiari, questi penseranno che non volevamo davvero bene a chi non c’è più oppure che abbiamo deciso di erigere un muro. Nel lavoro, spesso si va invece diretti, perché non c’è tempo: ‘Come stai adesso che è morta tua moglie/tuo marito?’, ma così non va”.

    Il gruppo del mutuo aiuto riveste per questo una grande importanza, proprio perché spesso non è la famiglia il luogo più adatto a elaborare il lutto.

    Per prassi, di alcune cose non si parla con i genitori e con i figli (amore, soldi, litigi etc.). È più probabile che capiti in ‘un confronto tra pari’, in un libero scambio tra pari, come succede alle mamme che si incontrano e cominciano a consigliarsi tra loro. Recenti studi sull’Evoluzionismo condotti da Lynn Margulis, insignita della laurea honoris causa proprio il 17 maggio scorso a Pisa, affermano che per superare determinate difficoltà l’evoluzione si basa sulla cooperazione più che sulla lotta e la competizione. Col mutuo aiuto, si costruisce il senso possibile, se ne creano di nuovi col gruppo e si apre la strada a una nuova bellezza, senza che essa sostituisca il caro estinto e generi sensi di colpa. Si può anche fare a meno del gruppo artificiale, se si trova una rete nel territorio che accolga le persone e dia loro modo di elaborare il lutto. Ma come è possibile che succeda questo miracolo tra persone che si parlano e sono infelici?

    “Col meccanismo del Dono – ha aggiunto Colosso - Si è accolti per quello che si è. E la narrazione di ognuno è un dono di tipo spirituale. Non glielo dico, ma glielo trasmetto. Si sente di volere ancora qualcosa. È diverso dal dovere e dall’obbligo. È libero e obbligato. E non può essere respinto. Funziona la ‘reciprocità’. Ogni dono va ‘ricambiato’ e ‘non restituito’. Questa rete armoniosa ricostituisce la bellezza, la mia rete sociale. Non sono più importante per mia moglie che è morta, ma lo sono per qualcun altro”.

    Guardare in faccia il proprio dolore

    Quando le persone arrivano al gruppo chiedono: “Sto soffrendo nel modo migliore, nel modo giusto?”. Questo è il momento per non usare le frasi banali: ‘fallo per i figli’, ‘tirati su’, ‘non piangere, sii forte’. Fanno arrabbiare. Invitano a non sentire.

    “In realtà, siamo solo impietosi col nostro dolore e con noi stessi, perché ci hanno insegnato che era giusto così. La persona che ha vissuto il lutto chiede invece di potersi permettere di sentire, di guardare il proprio dolore con clemenza e misericordia. Al primo colloquio, le persone rimangono o mute o parlano tutto d’un fiato oppure dicono che stanno soffrendo ma che è tutto sotto controllo – ha spiegato la dottoressa Moretto che tiene i colloqui - E allora: empatia, rispetto, cordialità. Sono dimensioni che facilitano in profondità un rapporto genuino. Ogni volta che inizio un colloquio, io mi avvicino al ‘mistero dell’altro’. Ripasso velocemente certe nozioni, metto tutto sullo sfondo e faccio un respiro profondo”. “L’esperienza ricorrente – ha aggiunto la dottoressa Paola Fornasier - è vedere persone che ridanno colore alla propria vita”.

    La persona scopre così che, se decide di volerlo, può avere una vita migliore. La grande questione è il timore che se si allenta il dolore venga meno l’unico legame rimasto coll’estinto. È la spinta della vita che c’è. I morti non vogliono che moriamo con loro. Il qui e l’ora è ciò di cui dobbiamo occuparci.

    Paola Fantin

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    Il Progetto Rimanere Insieme, aperto anche a famiglie che non hanno usufruito dell'assistenza Advar, ha sede presso la Casa dei Gelsi di Treviso.

    Per informazioni: tel. 0422 358311; email: rimanereinsieme@advar.it.

    (19/05/2010 Tg0-positivo)