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Dice il saggio ...
Colui che non sa cosa è la vita, come potrà mai sapere cosa è la morte? (Confucio)

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  • Noi siamo il cambiamento

    Noi siamo il cambiamento

    Don Ciotti a Treviso per dialogare con gli studenti

    Una vita dignitosa per tutti, in ogni parte del mondo.

    E’ questa la richiesta giunta dai tantissimi studenti che hanno partecipato all’incontro con don Luigi Ciotti “...Quali le componenti imprescindibili che qualificano una vita come dignitosa? E cosa, per contro, fa nascere in noi un senso di indignazione?”, organizzato nell’aula magna dell’istituto “Palladio” di Treviso il 15 aprile scorso dal Laboratorio scuola e volontariato, a conclusione dei numerosi percorsi e progetti a valenza sociale realizzati sul tema dei “diritti”, in particolare sul diritto universale ad una vita dignitosa.

    “Noi pensiamo che una vita dignitosa parta innanzitutto dall’avere un lavoro” hanno affermato gli studenti del Giorgi e “una vita dignitosa deve permettere di potersi istruire e curare” hanno aggiunto quelli del Besta. Ma essa “è un diritto e un dovere per ogni individuo”, hanno detto i ragazzi dell’Immacolata e “non riguarda solo l’altro, perché spesso proprio quell’altro siamo noi”, hanno sottolineato al Duca degli Abruzzi, mentre ciò che più indigna sono “le ingiustizie che creano povertà e la mantengono”, hanno ammesso i ragazzi del Cerletti.

    E dopo l’indignazione venne il disgusto…

    Intorno a noi, non mancano le situazioni in cui l’uomo perde dignità: criminalità organizzata, razzismo, sovraffollamento delle carceri, disoccupazione, disastri ambientali sono all’ordine delle cronache quotidiane e suscitano in noi profonda indignazione che, però, come acqua, ci scorre addosso e scivola via senza un nulla di fatto: “Entra ed esce e tocca sempre agli altri fare qualcosa – ha dichiarato don Luigi Ciotti, davanti a una gremitissima aula magna, in assoluto silenzio e molto attenta – A fianco di quella indignazione, adesso ci vuole anche il disgusto, l’ultima risorsa di una coscienza civile. E’ quello che ho provato quando, un giorno, a Gela, mi sono trovato di fronte le 11 bare di immigrati clandestini, di cui c’erano solo i numeri e nessun nome. Non dimenticherò mai la bara numero 3: c’era un ragazzino della vostra età che mi guardava con occhi aperti e spenti, cercando la sua dignità. Se uno sbaglia deve rendere conto, è giusto se delinque, ma questo deve valere per tutti e non perché uno ha 15 avvocati allora può fare di tutto e gli altri no” ha tuonato don Ciotti, con la sua voce potente che non ti lascia scampo e ti costringe a fare spazio dentro di te per ascoltarti una volta per tutte. “Indignarsi… un’emozione che finisce lì… Ma non bisogna sentire qualcosa dentro?” ha chiesto ai ragazzi presenti. Una denuncia, la sua, che si è spinta anche nella nostra terra, per ricordare i suoi morti ingiusti: “E i 16 imprenditori morti qui? Avevano costruito il loro lavoro, con i calli alle mani per dare lavoro. Nel momento di grande crisi, hanno trovato le saracinesche abbassate, quelle delle banche. Oggi è la Mafia a fare da banca, attraverso finanziarie che prestano denaro alle piccole e medie imprese che magari lo prendono, spesso in modo innocente. Bisogna sentire disgusto dentro, è una storia di persone, non pezzi di cronaca”.

    La vita ha bisogno di essere riempita di vita

    Nato nel 1945 a Pieve di Cadore, emigrato con la famiglia a Torino negli anni di povertà veneta e ordinato sacerdote nel 1972 dal cardinale Michele Pellegrino che come parrocchia gli ha affidato la strada, don Ciotti è da decenni impegnato, tra la gente, nella lotta alla droga, alle situazioni di emarginazione più estreme e in prima linea contro la mafia. Non ha mai perso tempo, perché il tempo che abbiamo è contato e deve essere speso bene: “L’unico tempo, spazio e opportunità che abbiamo per amare e perdonare è questa vita – ha aggiunto – Non buttiamola via, usiamola per l’amore vero, per l’attenzione agli altri, per impegnarci affinché ci sia dignità per tutti. La vita ha bisogno di essere riempita di vita e l’impegno che ci affida la vita è la libertà. Siamo liberi, ma siamo al servizio della libertà e il primo compito della nostra vita è impegnare la nostra libertà per rendere liberi chi non lo è. Ci sono mille modi, cominciando dalle piccole cose, guardandoci attorno: i nonni malati, i disabili in classe, lutti”.

    Noi siamo il cambiamento

    A ognuno di noi dunque viene affidato il compito di operare nel suo mondo, senza giustificazioni o alibi: “Noi siamo il cambiamento – ha aggiunto don Ciotti – Lo Stato, le Istituzioni devono fare la loro parte, ma non chiediamolo se non facciamo anche noi la nostra. Il cambiamento ha bisogno di corresponsabilità. Se trovate qualcuno che sa tutto e ha risposte per ogni domanda, cambiate strada. Siamo piccoli, pieni di dubbi, ma ricchi della voglia di cercare e di conoscere”. Ma siamo soprattutto un ‘noi’ che si muove insieme e si prende cura di se stesso: “Ognuno di noi non può essere un navigatore solitario – ha ribadito don Ciotti – o si rischia di diventare un po’ personaggi. La verità è che sappiamo fare alcune cose e altre no e abbiamo bisogno di camminare con gli altri. Non esiste un ‘io’, ma un ‘noi’. Nel nostro Paese c’è una grande deriva culturale, voi avete la grande responsabilità di questo ‘noi’. Ognuno ci metta la sua parte, per cercare la verità, per andare nel profondo delle cose e lasciare da parte il sentito dire”.

    PAOLA FANTIN

    Per saperne di più...

    (22/04/2010 Tg0-positivo)