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  • Zen Autore: AAVV

  • L’empatia

    L’empatia

    Come partecipare dell’altro senza perdersi. Esperienza di volontariato

    ·        La relazione di aiuto, l’aiuto che noi vogliamo dare agli altri, è un entrare in contatto con l’altro.

    ·        Ma chi è l’altro, in generale? Verso l’altro noi nutriamo sospetto diffidenza timore ed è normale. Ma senza l’altro noi non potremmo vivere. Ondeggiamo tra la difesa di noi stessi e l’apertura a ciò che ci arricchisce. È come una sorta di dispositivo in noi, innato, senza il quale non potremmo fare esperienza perché ci chiuderemmo al nuovo, al contatto, al mondo che cambia. Alla vita che è movimento, sempre.

    ·        L’altro, insomma, è più che ‘un altro’ appunto. È il nostro specchio. E anche se facciamo fatica a crederlo, ciò che non ci piace dell’altro spesso rinvia a quello che non ci piace di noi stessi, che abbiamo sempre davanti, che non vogliamo vedere, che respingiamo e che notiamo subito nell’altro. Ma lo stesso vale anche per quello che abbiamo di buono in noi e che attribuiamo all’altro.

    ·        Il volontario, oggi più che mai, appare come una figura in controtendenza in una società che invece ha molta paura del ‘diverso’.

    ·        Non solo: la nostra è una società che ha grandi difficoltà ad accettare il limite. Il motto è: voglio, posso, comando.

    ·        E dunque, ghettizzazione della morte, malattia, sofferenza. Realtà che faticano a entrare nel linguaggio comune e che vengono espresse con difficoltà, a meno che non vi sia spettacolarizzazione in Tv.

    ·        In realtà, questa nostra società ha grosse difficoltà ad accettare le naturali frustrazioni che la vita elargisce a tutti, senza distinzione. La fatica maggiore la fanno proprio le persone di successo.

    ·        A questo punto verrebbe da chiedersi: cosa faccio in relazione con l’altro? Come devo comportarmi?

    ·        In realtà, non ha alcuna importanza. L’unica cosa importante è invece chiedersi se noi ci siamo, se mettiamo noi stessi in questa relazione, verso l’altro, che proprio per questo è un ‘diverso’, un diverso da noi.

    ·        Per il volontario dunque è importante mettere se stesso in questa relazione ma anche essere in grado di mettersi ogni momento in discussione.

    ·        In questa relazione nasce l’empatia.

    ·        Ma cosa significa provare ‘empatia’ per l’altro?

    ·        Vuol dire attraversare l’altro, senza perdere però la propria stabilità affinché l’altro non ci modifichi. Empatia significa relazionarci con l’altro, mettendoci nei suoi panni in quel preciso momento, ma dobbiamo preservare la nostra identità o ci perderemo. È come addomesticare la volpe del Piccolo Principe. È dunque attesa, rito, pazienza.

    ·        Empatia è fare spazio in noi stessi per sentire l’altro. E per farlo bisogna liberare cuore e mente dalle aspettative su di noi, su quello che vogliamo dalla vita o da questa esperienza .

    ·        Bisogna spogliarsi ma non essere nudi.

    ·        Empatia significa incontrare l’altro e sentire attraverso di lui aspetti di te stesso che ti costringono a riflettere su quello che sei e sul come concepisci la vita. E soprattutto la morte.

    ·        Empatia significa anche imparare a separarci dall’altro (che può succedere con la morte o con gli allontanamenti, per esempio). Perché l’altro non può essere il nostro strumento di appagamento, però è parte di noi stessi.

    ·        Ma in questa empatia che il volontario prova verso l’altro e nella quale è necessario che l’altro lo attraversi, c’è un pericolo: quello di volerlo mettere al nostro stesso livello. Questa non è empatia, è una situazione che ci impedisce in realtà di essere di aiuto all’altro. È con-fusione. Empatia non significa farsi invadere, non siamo uguali all’altro perché proviamo empatia, noi siamo noi stessi. Non è empatia l’identificarsi con l’altro.

    ·        È un rischio che diventa ancor maggiore quando l’altro, soprattutto se malato, proietta i suoi bisogni su di noi. Quello che si aspetta lo vedrà in noi, quindi non ci si deve sentire in colpa perché l’altro ci usa come specchio. Possiamo venire investiti da odio, amore, antipatia, simpatia a prescindere da quello che facciamo. Noi dobbiamo restare neutri, uno schermo bianco perché se nutriamo aspettative pure noi ci bruciamo. Inoltre, bisogna stare attenti a non usare l’altro per riempire la nostra solitudine, per avere amore, per colmare i nostri bisogni.

    ·        Riuscire a mantenere l’equilibrio è difficile e spesso doloroso. Fino a dove posso spingermi senza confondermi con l’altro o senza essere troppo freddo nei suoi confronti? Come posso evitare di confondere il mio ruolo con la fame d’amore che ognuno di noi ha e che cerchiamo di colmare magari utilizzando gli altri, anche inconsapevolmente, soprattutto se sono malati e bisognosi?

    ·        Il volontario ha una risorsa importante che lo aiuta in questo: la sua costante formazione e il gruppo, dove impara ad ascoltare e a essere ascoltato. Anche qui si sviluppa una forte empatia, tra l’individuo e il suo gruppo e viceversa. Qui si fanno molte prove generali che gli permettono di avvicinare poi l’altro, senza perdersi in lui.

    ·        Nella vita, tutti passiamo i nostri momenti di maggiore fragilità. In quei momenti, il dolore ci attraversa in modo più intenso. Bisogna tirarlo fuori o ci facciamo del male. E il gruppo è qui per questo. Il volontario non è quello che sta sempre bene, che è solido, forte. O ricadiamo in quel circolo vizio dell’onnipotenza. Tutto quello che viviamo viene percepito attraverso quattro fasi: percezione con la pancia (dove hanno sede le emozioni); con il cuore (dove hanno sede i sentimenti); pensare con la testa (dove hanno sede la mente, il pensiero, il senso e il significato di cose ed eventi); espressione attraverso gesti e parole. Il gruppo ci aiuta a vivere gli accadimenti, aiutandoci a percepirli ed esprimerli attraverso tutte e quattro le fasi, affinché non siano vissuti solo con la pancia o solo con la testa o solo con il cuore o solo con i gesti. In un vero rapporto di empatia noi sentiamo le cose con la pancia per poi capire con la testa. Non può essere solo uno dei due o non mettiamo noi stessi.

    ·        È una responsabilità. Ma del resto fare i volontari ha a che fare con la responsabilità, è una posizione sociale. Noi volontari siamo un contatto col mondo esterno e con le persone, un ponte in situazioni dove spesso nessun altro riesce a farcela.

    ·        Se ha fiducia in se stesso e negli altri, il volontario saprà sempre cosa fare. La fiducia è alla base del rapporto di empatia.

    ·        Ma dove nasce la fiducia? Ed ecco che ritorniamo a una domanda fatta all’inizio: quanto siamo stati fragili da bambini? E come si sono presi cura di noi gli altri? Se ci hanno insegnato con parole e sguardi che potevamo fidarci, impareremo a fidarci anche dell’altro. Ecco perché quando si incontra l’altro senti e vedi attraverso di lui aspetti di te stesso che ti costringono a riflettere su quello che sei.

    ·        La fiducia che il volontario ha negli altri e nel mondo lo rende un portatore di speranza. Lo guardi e pensi che puoi fidarti di lui, non perché ti darà illusioni o ti dirà quello che vuoi sentirti dire, ma perché ti regala la speranza di poter stare insieme e di condividere, sempre, anche se è mostruosamente difficile farlo.

    ·        Se abbiamo imparato che la solitudine non fa paura, lo potremo trasmettere. E in quei momenti di malattia e di morte, dove tutti i punti di riferimento crollano, il non sentirsi soli e il poter condividere è la speranza che riscalda il cuore. E anche solo il far sapere all’altro che è nella nostra mente anche quando non siamo presenti, può illuminargli la giornata.

    ·        Ma perché abbiamo bisogno di dare questa generosità?

    ·        Ci muove l’esperienza del dolore. La vita ci viene a stanare e ci travolge, volenti o nolenti. Così capita che verso i 50 e i 60 anni, generalmente, ci si renda conto che c’è molto di più. E allora quel punto riflettiamo sugli altri, ma gli altri sono noi. Sappiamo bene che la vita è una ruota: oggi a loro, domani a noi. In realtà, cominciamo a percepire che i prossimi anni ci avvicineranno sempre più alla malattia e poi al momento finale. Vogliamo saperne di più, per addomesticarlo, per farlo nostro, per prepararsi.

    ·        Il volontario però non è un santo, non è un angelo o un martire, non è un eroe. È un essere umano e l’egoismo gli appartiene, perché prima di amare l’altro deve aver imparato ad amare se stesso.

    ·        Egli cerca anche la gratificazione come tutti, solo che essa non è il punto di partenza che muove tutto o l’altro non sarà più al centro.

    ·        Ha delle aspettative alla base della sua azione. “Mi aspetto che...” e quindi faccio il volontario. Magari abbiamo avuto un lutto in famiglia oppure stiamo vivendo la sindrome da nido vuoto che ci fa guardare intorno, quando sembra che abbiamo esaurito il nostro ruolo in famiglia e i figli sono cresciuti. Oppure vogliamo semplicemente stare meglio o metterci al servizio dell’altro o abbiamo una nostra personale convinzione religiosa. Oppure per tutti questi motivi messi insieme.

    ·        Ma esse cambiano cogli anni perché cambio anche io. Come persona e come volontario. Siamo come una cipolla che va sbucciata e c’è bisogno di tempo tra uno strato e l’altro. E intanto piangiamo. E cresciamo. E ci arricchiamo.

    ·        Il volontario è un cittadino solidale, è uno stile. Si interessa della società, si impegna e partecipa alla vita dei singoli e della collettività. Ha una vita intensa e ricca. E può per questo dare.

    Paola Fantin. Appunti dal corso Vidas di Milano (20 novembre 2009)

    (17/03/2010 Tg0-positivo)