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  • Il corpo femminile nella storia

    Il corpo femminile nella storia

    Esempi di espressione e di negazione

    Il corpo femminile nella storia, un tema molto controverso sul quale non è possibile esprimere giudizi, ma che è punto di partenza essenziale per un continuo confronto su di esso, qualsiasi siano il tempo, lo spazio e la cultura che lo hanno espresso.

    Ne ha parlato la dottoressa Roberta Bravin, nel corso della conferenza tenutasi presso il Centro Culturale Estrada di Treviso lo scorso dicembre, nell’ambito del ricco calendario di incontri proposti ogni anno dall’associazione.

    “Quello che sappiamo sulle donne e sulla femminilità nella storia riguarda sia le culture dell’Europa giudaico-cristiana che quelle dell’Oriente, tenendo conto del fatto però che sono stati degli uomini a tramandarcelo e ben poche le testimonianze al femminile. E non si tratta di esprimere giudizi sulle violenze contro le donne, ma riflessioni di come nel tempo ogni società abbia interpretato il ruolo della donna in termini funzionali all’esistenza stessa di quella società. Questo, ribadisco, non giustifica però in alcun modo le violenze perpetrate”, ha affermato, Roberta Bravin, introducendo i lavori.

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    Il Novecento, il secolo delle donne

    Un primo strumento di lavoro che permette di far chiarezza sulla questione è il libro di Alain Touraine “Il mondo salvato dalle donne” (Il Saggiatore 2009) che, facendo un’analisi storica del tutto inedita e provocatoria, afferma che se il Settecento è stato il secolo delle grandi idee e l’Ottocento quello delle grandi lotte, il Novecento si configura senza dubbio come il secolo delle donne, non delle grandi guerre come sostengono i più.

    In questo periodo, le donne hanno acquisito una soggettività mai posseduta nel passato: essere libere di essere.

    Non solo. Secondo Touraine, il futuro e la possibilità di trovare soluzioni alle controversie attuali sarà legato proprio alle donne.

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    L’espressione della donna vista nella storia del mondo

    L’excursus storico proposto dalla ricercatrice Roberta Bravin prende il via da un pregevole bassorilievo del XII secolo, che si trova nel Duomo di Modena: la nascita di Eva. L’iconografia vede la prima donna nascere dal corpo di Adamo, non direttamente dall’altro. È l’oggetto appartenente a un soggetto, che è l’uomo. Eva è la sua emanazione.

    Questa concezione ha senza dubbio influenzato la cultura occidentale, in cui siamo ancora immersi: la donna che risponde alle esigenze dell’uomo, con un corpo oggetto sessuale o utile alla procreazione della specie.

    “Oltre a questa figura – spiega la Bravin – ne esiste però un’altra: Lilith. Lei è un soggetto e secondo una tradizione mesopotamica aveva un ruolo diverso. Creata insieme ad Adamo, imponeva il suo corpo. Proprio per questo, venne cacciata e sostituita da una nuova creatura, Eva, che doveva dare dei figli ad Adamo. Lilith, nuda, è la signora degli animali. Ha una connotazione demoniaca e rappresenta il male. È una figura che si pone al di fuori dell’ordine cosmico e promuove il caos. Eva, invece, rientra nell’ordine. Il corpo di Lilith, dunque, è visto come corpo femminile di cui lei può disporre a piacimento, non per desiderio sessuale o procreativo. Anche a Creta, vi è una figura femminile rappresentata come signora degli animali che riconduce allo stesso stereotipo e che ci farebbe pensare a una cultura locale di tipo matriarcale. Inoltre, vi sono molte rappresentazioni che raffigurano uomini e donne in situazioni simili, con equità”.

    La donna libera di esprimersi è come l'acqua della cascata che cade e scorre sulla Madre Terra

    In questa sequenza di figure femminili che si ritrovano nella storia più antica, la donna può quindi esprimere liberamente il proprio corpo, disponendone come meglio crede. C’è l’Artemide di Efeso colei che decide di non concedere il proprio corpo e ne dispone come meglio crede. Artemis, Hestia e Athena sono la triade delle dee vergini, intendendo la verginità come scelta spirituale di non utilizzare il corpo per il piacere dell’uomo. Il loro corpo e la loro realizzazione spirituale appartengono solo a loro. “Ma stiamo comunque parlando di un’iconografia che riguarda l’arte – specifica la Bravin - , perché se analizziamo la vita sociale delle donne greche del tempo scopriamo che controllavano il proprio corpo con molto rigore. Alle dee era concesso, alle donne umane no”. Come la Venere di Milo, per esempio, dea della bellezza che dispone del suo corpo, cosa inconcepibile in una società fortemente disciplinata sotto il profilo sessuale.

    Proseguendo nella carrellata di esempi visibili nell’arte, ecco la Medusa del Caravaggio un corpo deforme, animalesco che ricorda Lilith, col serpente come attributo che si ritrova in molte rappresentazioni. Qui, però il serpente fa parte del corpo femminile e si trova in una zona molto particolare, che dovrebbe andar nascosta col velo: i capelli. Così l’Arpia che si presenta come una mescolanza tra donna e animale.

    Col procedere dei secoli, le figure femminili acquistano nuove connotazioni sino ad arrivare al famoso dipinto del Giorgione, “La vecchia” dove campeggia per la prima volta un monito: “Col tempo”, che avverte le belle donne a moderare la propria superbia e a non dimenticare che il tempo prima o poi chiederà il conto.

    Anche la danzatrice del ventre rappresenta la donna che dispone del proprio corpo, muovendosi lungo un confine molto impreciso che pone una domanda inevitabile: fino a che punto è l’espressione di un soggetto femminile e non di una richiesta maschile?

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    Il disciplinamento della donna: dal Medioevo ai nostri giorni

    A partire dal Medioevo, pur non essendo ancora arrivati alla negazione del corpo femminile, si ritrovano atteggiamenti femminili umili, testa china e bassa, come testimoniano S. Bernardino da Siena, il Corano e la cultura cinese, ma anche figure come le suore e le donne col burka: “Nella religione cristiana, per esempio – spiega la Bravin – il corpo è visto come ostacolo alla realizzazione spirituale per cui va coperto e non esaltato. Lo stesso dicasi anche per le donne che portano il burqa”.

    Basta osservare il tema dell’Annunciazione, il dipinto dell’ Annunciata di Antonello da Messina e le donne col burqa per vedere come il velo rappresenti, secondo la ricercatrice, l’umiltà e il controllo della sessualità. Il velo copre quella parte del corpo che caratterizza la sessualità femminile: i capelli, per l’appunto. Del resto, per millenni, nella tradizione mediterranea, il velo ha rappresentato la verginità. “Il velo nuziale, per esempio, rappresenta la garanzia di totale dominio offerta al legittimo proprietario, il marito”.

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    La negazione del corpo femminile: dalla Cina, all’Africa, all’Europa

    Nel VI sec. a.C., al tempo di Confucio, vi era una visione del mondo dove maschi e femmine avevano ruoli ben precisi, e dove le femmine dovevano obbedire ai maschi legittimati, praticando quattro virtù: conoscere il proprio posto nel mondo, parlare poco e con attenzione, svolgere alacramente le faccende di casa, curare il proprio aspetto e risultare gradevole al marito.

    Secondo la loro dottrina, per mantenere l’ordine nell’Universo, era necessario che il maschio (il Sole) fosse principio attivo e la femmina (la Luna) fosse principio passivo. Che riassunto in termini più spicci definiva chiaramente come la donna dovesse obbedire all’uomo che comandava, perché funzionale alla conservazione sociale.

    A partire dai 4 anni, le bambine non dovevano più ridere, correre, schiamazzare. I piedi venivano legati e bendati fin dalla nascita e, camminando con dolore e fatica, diventavano ‘passive’. Una pratica per altro giunta fino ai giorni nostri, visto che le ultime donne a subire questo trattamento – ritenuto necessario in primis nelle famiglie più nobili – risalgono ai primi del Novecento.

    Il corpo negato della donna è come quell'acqua che una diga imbriglia e priva della sua vera essenza

    A questa evidente negazione del corpo femminile se ne aggiunge un’altra, inaccettabile ma pur espressione delle culture che la manifestano: la mutilazione dei genitali.

    L’Oms ha calcolato che oggi nel mondo vi siano 140 milioni di bambine che vivono con le conseguenze di queste mutilazioni e che ogni anno se ne aggiungono altri 3 milioni.

    “È un’evidente negazione sessuale, che considera il corpo della donna esclusivamente come un oggetto di piacere dei maschi – ha aggiunto la ricercatrice -, molto frequente in Africa ma assolutamente assente nel Corano, per esempio. Potevano forse essere forme legate a qualche iniziazione di tipo tribale, divenute col tempo forme di dominio sul corpo femminile, laddove la sessualità era vissuta come una minaccia. In Italia c’è una normativa che tutela la donna e condanna a 4-10 anni di galera chi provoca mutilazioni, che non siano a scopo sanitario. Anche in Eritrea, dal 2007, l’infibulazione è diventata un reato”.

    Verrebbe da pensare, dunque, che pratiche così antiche e probabilmente radicate in culture di tipo primitivo che si sono trascinate nel tempo, alimentando una società di tipo patriarcale maschilista, finiranno collo scomparire venendo a contatto con società dove l’equilibrio tra maschio e femmina può dirsi in qualche modo raggiunto.

    In questo modo, il corpo femminile potrà ritrovare di nuovo la sua libera espressione e vivere pienamente il proprio essere.

    Ma è proprio così? “A ben guardare – osserva la Bravin – anche le nostre modelle anoressiche rappresentano una negazione del corpo.

    E non si tratta di una patologia, ma di una richiesta di mercato che vuole che un corpo assuma quelle caratteristiche, pena l’ammalarsi. In questi anni molte modelle sono morte giovani pur di rispondere a questa esigenza”.

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    “Il corpo è mio e me lo gestisco io”: anche in Italia il corpo diventa un soggetto

    “Il corpo è mio e me lo gestisco io”, recitava uno slogan degli anni Settanta in Italia, sulla scia della legge 194/78 che riconsegnava nelle mani della donna il diritto di decidere sul proprio corpo, in ogni situazione, compreso l’aborto, generando un dibattito ancora in corso oggi in Italia e in altri Paesi.

    La donna libera di esprimersi è come un prato di fiori che ritrovi la primavera successiva, più belli che mai

    Nel 1974, sempre in Italia, edito dalla Feltrinelli, usciva un libro rivoluzionario “Noi e il nostro corpo”, dove le donne parlavano del proprio corpo ad altre donne.

    “Il corpo femminile diventa finalmente un soggetto di cui si parla – spiega Roberta Bravin – e di cui il soggetto stesso dispone come vuole, liberamente. Durante un recente viaggio ad Amsterdam mi ha colpito come questo messaggio sia palese anche nei manifesti esposti in una città, dove la prostituzione è libera e legalizzata. Ma a questo punto lancio allora un’altra provocazione e mi chiedo: andiamo in quella direzione? O c’è il rischio di una società caotica, dove l’individuo si esprime liberamente? Perché il problema cruciale sta nel rapporto tra la libertà del singolo e quella della collettività. Come ci comporteremo, nel caso la prima minacciasse la seconda?”

    Il corpo negato della donna è come quel bellissimo mazzo di fiori colto la cui vita vedrai spegnersi poco a poco

    Una giusta questione che fa comprendere come il problema sia tutt’altro che semplice da risolvere, visto che chi è chiamato a trovare una soluzione è figlio del suo tempo, immerso nelle sue tradizioni e paure, con una vita tutto sommato troppo breve per poter pianificare il futuro in modo lungimirante e saggio. “Siamo qui ad affermare il diritto alla differenza di genere – conclude la ricercatrice -, ma è necessario, oggi più che mai, che gruppi forti e autorevoli si confrontino su temi importanti e decidano quale strada percorrere oggi, così da ridurre le deleghe lasciate a politici, sociologi ed esperti. Ma questo significa esercitare il diritto della libertà di scelta e soprattutto conoscere il proprio corpo per poter modificare i propri valori e l'interpretazione del mondo”.

    Paola Fantin & Sergio Astolfi

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    (15/01/2010 Tg0-positivo)