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  • Tra fantasia e colori, la storia del Raboso Piave

    Tra fantasia e colori, la storia del Raboso Piave

    Scritta e illustrata da Pierangelo Beccaro, una fiaba che racconta la storia del Raboso Piave

    San Polo di Piave, 05 giugno 2009 – Il Raboso del Piave è un vino di carattere, difficile da domare, un vitigno unico fra i più tipici della Doc Piave, fiore all’occhiello della provincia di Treviso che recentemente è anche diventato protagonista di una favola a lui dedicata.

    Autore e illustratore è Pierangelo Beccaro, uno dei fondatori della confraternita del Raboso, nonché artista di fama internazionale da oltre 25 anni, che ha presentato “La vera Storia del Raboso Piave” nelle vigne della Cantina Casa Roma (San Polo di Piave) degli amici Adriano e Luigi Peruzzetto, una tra le realtà più significative per la produzione di questo vino. Coadiuvato dal teatro dei burattini di Alberto De Bastiani, Beccaro ha fatto rivivere parte della nostra tradizione contadina, un mondo genuino, fatto di affetti e rapporti solidali, di solidarietà e amicizia.

    Indissolubilmente legato alla viticoltura trevigiana, il Vino Raboso è presente nei vigneti, nelle cantine ma soprattutto nei nostri cuori da oltre 500 anni. Lo ritroviamo nei ricordi dei nostri contadini, nella storia della loro vita, nei racconti di alcuni anziani secondo i quali fu determinante per la sconfitta del nemico durante la prima guerra mondiale, fu un ottimo ricostituente per le donne anemiche, da conservarne una bottiglia il giorno della nascita del primo figlio maschio, per poi stapparla al momento della chiamata alle armi dello stesso.

    “Sono molto orgoglioso di aver potuto ospitare nella nostra cantina un amico che è anche un grande artista. Pierangelo ha avuto una grande idea nello scrivere e dipingere questa fiaba, che ha come protagonista sua ”maestà” il Raboso del Piave – sostiene Luigi Peruzzetto - a noi produttori di questo vino rimane l’impegno, non facile, di rispettarlo e conservarlo, unico, come ci è stato affidato.”

    Alla presentazione è stato possibile degustare oltre all’immancabile Raboso Doc Piave, del Marzemina Bianca e dell’Incrocio Manzoni, rigorosamente accompagnati a prodotti tipici della zona quali salami, formaggi e soppressa.

    Anna Silvia Roncan

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    CASA ROMA

    “Casa Roma” è il nome di un’antica casa colonica che si trova nel cuore delle terre del Piave.

    Il legame che unisce da generazioni i Peruzzetto a quella terra ha fatto sì che gli ultimi esponenti della tradizione, Luigi ed Adriano Peruzzetto, abbiano cercato di valorizzarne le più autentiche risorse fino a ottenere risultati eccellenti soprattutto con il vitigno autoctono per eccellenza della Marca Trevigiana: il Raboso Piave, il Grande "Indigeno".

    Adriano segue i 30 ettari di vigneto (quasi tutti di proprietà); Luigi, diplomato in enologia a Conegliano, si occupa della cantina. Con fatica, dedizione e convinzione Casa Roma ha sempre creduto nella valorizzazione del vino Raboso, e oggi grazie a questa dedizione e a quella di pochi altri produttori questo vino è riconosciuto come uno dei migliori del veneto e d’Italia, con delle prospettive future più che rosee.

    Casa Roma trova particolare motivo di orgoglio nella produzione dello storico Raboso del Piave e in quella proveniente dai prestigiosi filari di Campo di Pietra, zona eletta lungo la Strada dei Vini del Piave.

    Le radici nella tradizione popolare della zona del Piave e l’attitudine alla sperimentazione danno vita a interessanti esperienze, come ad esempio il “Callarghe”: un Raboso Piave passito con davanti a sé un futuro di notevoli potenzialità.

    Ma Casa Roma non è solo Raboso, ottimi infatti sono i risultati e i riconoscimenti ottenuti dagli altri vini prodotti dall’azienda, il vino bianco “San Dordi” in primis.

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    PIERANGELO BECCARO

    “Non ci sono più gli dei di una volta… Da giovane volevo diventare un disegnatore di fumetti poi la vita mi ha portato da altre parti, ma la voglia di raccontare una storia attraverso il disegno mi è sempre rimasta nel cuore.

    Tanto tempo è passato, e adesso che posso farlo, ho voluto realizzare questo mio sogno: scrivere e illustrare una storia, un racconto, una fiaba.

    Ho scelto di scrivere una favola sul Raboso del Piave perché ho una visione del vino e della sua produzione assolutamente romantica in cui la terra, l’uomo e l’ambiente sono gli unici ingredienti; penso che pochi vini in Italia siano così saldamente legati al territorio, alla storia e alla gente della zona in cui si produce.”

    “Una volta la regione che noi ora chiamiamo Veneto e Friuli Venezia Giulia era interamente coperta da vigneti che si estendevano dalle bellissime colline del Collio e di Valdobbiadene fino alla piatta terra vicino al mare.

    Dionisio, Bacco, per chi non conosce il suo nome anagrafico, aveva deciso che quella zona della terra, riparata dalle montagne a nord, e intiepidita dal calore del mare a sud, fosse l’ambiente ideale per la coltivazione dell’uva, il suo frutto preferito.

    Detto fra noi, era risaputo, che lui era assai più interessato al delizioso liquido che se ne ricavava dalla spremitura: il vino.

    In questa regione la gente viveva tranquilla, lavorava la terra e campava felice coi doni che questa regalava ad ogni stagione, frutta, verdura e vino.

    Il vino! Sublime bevanda di importanza vitale per gli uomini di allora, che tuttavia ignoravano sia la tecnica di coltivazione della vite che la lavorazione necessaria a trasformare il succoso frutto nel prezioso nettare di Bacco.

    Nisio, (nomignolo con cui gli abitanti del luogo chiamavano amichevolmente il dio Bacco) aveva deciso che quella era una cosa che gli uomini non dovevano conoscere.

    Ecco perché aveva dato incarico ai Mazarioi (i folletti di campagna, parenti degli elfi e degli gnomi del nord) di coltivare le piante, raccogliere l’uva, produrre il vino senza mai farsi vedere.

    Debbo dire che ci riuscivano benissimo: lavoravano quando gli uomini dormivano, o durante i temporali insomma, quando non c’era nessuno in giro, sicuramente loro erano lì, tra i vigneti a potare, concimare o vendemmiare, ma se qualcuno cercava di sorprenderli non li avrebbe trovati si sicuro.

    I Mazarioi facevano così bene il loro lavoro che gli stupidi umani della zona credevano che i vigneti crescessero spontaneamente così, curati e allineati, imputando alle magiche notti di agosto la scomparsa dei frutti appena maturi. Le luminose scie che solcando il cielo si protendevano verso la terra raccogliendo l’uva per il dio Bacco.

    Un segreto… non erano le stelle a raccogliere l’uva, bensì i Mazarioi che la vendemmiavano portandola successivamente nelle cantine nascoste tra le siepi.

    Va ricordato che a quei tempi le siepi erano enormi, bellissime, piene di ogni forma di vita, davano riparo e solitamente al loro interno correva un fiumicello.

    Gli umani ne avevano paura e se qualcuno armato di ascia o seghe avesse tentato di abbatterle o anche solamente di ridurne l’estensione Nisio, consapevole dell’importanza di queste siepi nell’equilibrio della natura, era pronto a castigarlo trasformandolo, nel peggiore dei casi in un astemio!”

    (brano tratto dalla fiaba sul Raboso del Piave)

    (18/06/2009 Tg0-positivo)