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Dice il saggio ...
Che ciascuno debba seguire il proprio cammino l'ho sentito dire spesso, eppure ieri non avrei pensato di percorrerlo oggi (Principe Narihiru)

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  • UN CASO DAVVERO STRA - ORDINARIO

     

    Un caso davvero Stra... ordinario !

    di

    Giorgio Pattera

     

     

    IL QUARZO ... IMPOSSIBILE DI STRA (VE)

     Rinvenire cristalli di quarzo ialìno di forma a in un terreno sedimentario (neozoico), qual è quello della pianura veneta, è alquanto strano; se poi il ritrovamento viene effettuato all’interno di tre depressioni lasciate al suolo da un presunto oggetto volante non identificato, che sveglia un testimone nel pieno della notte con un rombo da far tremare la casa, è ancora più strano. Se a questo associamo l’attività in loco di due presunte entità aliene, con tanto di "scafandro" da cosmonauta, la cosa si complica ulteriormente; anche se Hynek afferma che la maggior percentuale di stranezza di un caso serve ad aumentarne la probabile realtà.

    Tuttavia ciò che più sconcerta, in senso positivo, è scoprire che un fatto assolutamente analogo è successo poco più di trent’anni or sono in provincia di Siena: e allora, se una rondine non fa primavera, due fanno comunque supporre che entrambi i testimoni si siano trovati di fronte ad un fenomeno che, anche se separato da un lasso di tempo (per noi) rilevante, si è prodotto in maniera del tutto simile e, quel ch’è più notevole, ha residuato tracce quasi identiche, scientificamente inoppugnabili. Ma procediamo con ordine.

    Sabato 19 dicembre 1998 il Sig. Giuseppe Isanelli, autotrasportatore, si corica verso le ore 21.30 nella propria stanza (il testimone è ospite da qualche tempo di una famiglia di Stra, in quel di Venezia , sulle rive del Brenta).

    Alle h.23.00 circa viene svegliato di soprassalto da un rombo d’intensità crescente, proveniente dall’esterno dell’abitazione, che fa vibrare la casa. Frastornato e incuriosito, si affaccia ed osserva una vasta zona illuminata a giorno, in un campo attiguo ad un vigneto, a circa 150 m. di distanza. Dopo qualche attimo di perplessità, il testimone si accorge che un "oggetto" luminoso a forma di campana (alto circa 8 m., 10 m. Æ alla base, dotato di "oblò" quadrati sfavillanti di luci multicolori, di faro rosso sulla cima e di antenna) sembra voler prendere terra nel campo medesimo: nota infatti tre "organi di atterraggio" spuntare dalla porzione sottostante. Al momento del presunto contatto col terreno, il teste avverte chiaramente un forte colpo. A questo punto il Sig. Giuseppe si veste e decide di scendere per controllare da vicino ciò che sta accadendo. Mentre si avvicina allo strano oggetto, nel fianco dello stesso si apre un portellone e fuoriesce una scaletta (proprio come nei velivoli "convenzionali"), dalla quale scendono due "entità umanoidi": sono alte circa 120 cm., abbigliate con tuta aderente color cenere-chiaro e munite di guanti, stivali e casco, quest’ultimo con tanto di luce e antenna. I due alieni (che dovremmo chiamare per l’esattezza << androidi >>, viste le fattezze...) si aggirano con movenze robotiche, come "al rallentatore", intorno al veicolo da cui erano discesi, gesticolando a scatti ed emettendo fonemi metallico-gutturali. Il testimone, che nel frattempo sta osservando immobile la scena ad una trentina di metri di distanza, ha il sentore che i due strani esseri abbiano avvertito la sua presenza, ma questi sembrano ostentare la massima indifferenza. Dopo aver armeggiato per alcuni minuti intorno al veicolo, le due entità rientrano nella "campana" che, muovendosi dapprima lentamente e poi sempre più veloce, si alza verticalmente nel cielo notturno fino ad un’altezza di 100 m., per poi scomparire alla vista in una frazione di secondo.

    Il mattino successivo il Sig. Giuseppe ritorna nel punto in cui aveva assistito allo straordinario fenomeno e riscontra nel campo l’impronta lasciata dall’oggetto: una traccia circolare (Æ m. 6.80, in cui il manto erboso risulta "calcinato"), all’interno della quale si evidenziano tre "depressioni", ugualmente circolari (Æ cm. 25 e 15 di profondità). Queste ultime sono disposte ai vertici di un ipotetico triangolo equilatero di m. 4.30 di lato e corrisponderebbero, secondo la relazione del testimone, al "treppiede" di atterraggio dell’UFO. Il terreno all’interno di queste depressioni mostra un notevole "indurimento" (paragonabile ad un "effetto-cottura"), conseguenza, forse, della pressione esercitata sul suolo o dalla particolare forma di energia (microonde ?) emessa dall’UFO. All’esterno di queste tre depressioni la superficie del terreno era cosparsa di una polvere di natura indefinibile.

    Ma veniamo al reperto più interessante. All’interno delle tre depressioni circolari (quelle di 25x15 cm., per intenderci) e solo all’interno di queste, sono stati rinvenuti dagli inquirenti del CUN della sede di Venezia (Paolo Di Pasquale e Dario Corrò, che ringrazio vivamente per l’ottimo lavoro svolto e la grande disponibilità mostrata) numerosi cristalli incolori, perfettamente trasparenti, di sembianza e consistenza vetrosa. Il prelievo di tali cristalli non è stato facile, in quanto le gemme si trovavano sul fondo delle depressioni, frammischiate al terreno; che, come abbiamo detto, in quel punto era particolarmente compattato ed indurito. Possiamo affermare con assoluta certezza che i cristalli si trovavano esclusivamente all’interno delle depressioni suddette, in quanto gli inquirenti (su direttiva dello scrivente) hanno provveduto a ricercarli anche in altre zone del terreno, sia all’interno che all’esterno della traccia circolare. In questi punti la ricerca è stata più agevole, essendo il suolo meno consistente, ma ha dato comunque esito negativo.

      

    ANALISI CHIMICO-FISICHE : RISULTATI

     I campioni di polvere ed i cristalli sono stati prelevati dagli inquirenti il 22 dicembre, alle h. 13.30, non appena venuti a conoscenza della notizia dai quotidiani locali. Seguendo scrupolosamente le disposizioni impartite via telefono dal sottoscritto, referente scientifico del CUN per le tracce al suolo, tali reperti sono stati immessi in contenitori sterili a tenuta ermetica ed inviati immediatamente al mio domicilio tramite corriere espresso. Giunti a destinazione il giorno successivo, venivano consegnati ai tecnici di un laboratorio del CNR (con cui preventivamente erano stati presi accordi) e, nonostante il periodo di festività, venivano subito avviate le indagini, che si concludevano il 20 gennaio 1999.

    Tutte le tipologie dei campioni raccolti (in totale 6, di cui: 4 di terreno, 1 di polvere, 1 di cristalli) sono stati sottoposti, previa essiccazione e polverizzazione, ad analisi diffrattometrica ai raggi "X" (Philips Analytical X-Ray Diffractometer - PW3710).

    I campioni sono stati così contrassegnati:

    Stra 1 = terreno raccolto all’esterno della traccia circolare (a distanza di m. 10)

    Stra 2 = terreno raccolto lungo la circonferenza che perimetrava la traccia circolare (di m. 6,80 Æ )

    Stra 3 = terreno raccolto all’interno della traccia circolare

    Stra 4 = terreno raccolto all’interno delle tre depressioni (cm. 15¯ x 25 Æ)

    Cubetti = polvere rinvenuta intorno alle depressioni (così denominata per la forma delle scaglie che la componevano)

    Cristalli = gemme cristalline rinvenute all’interno delle depressioni (in profondità)

     

    I risultati delle analisi possono essere riassunti come segue:

     

    a) CAMPIONI di TERRENO

     

    Tab. 1

     

     

    CAMPIONE

     

     

     

    SiO2

    alpha quartz

     

    CaCO3

    calcite

     

    Si

    silicio

     

    CaF2

    fluorite

     

    LiF

    litio fluoruro

     

    FeOOH

    goethite

     

     

    CaSO4. 2H2O

    gesso

     

    STRA 1

    esterno

     

    28 %

     

    8 %

     

    1 %

     

    2 %

     

    0 %

     

    1 %

     

    2 %

     

    STRA 2

    perimetro

     

    48 %

     

    19 %

     

    2 %

     

    0 %

     

    1 %

     

    9 %

     

    1 %

     

    STRA 3

    interno

     

    23 %

     

    9 %

     

    0 %

     

    0 %

     

    0 %

     

    1 %

     

    4 %

     

    STRA 4

    depressioni

     

    23 %

     

    9 %

     

    1 %

     

    0 %

     

    4 %

     

    1 %

     

    0 %

     

    b) CAMPIONE di POLVERE

     

    L’analisi diffrattometrica della polvere rinvenuta intorno alle depressioni ha rivelato la presenza di una miscela di composti di piombo, in particolar modo biossido di piombo [PbO2] e solfato piombico [Pb (SO4) 2].

    Non disponendo di ulteriori informazioni circa la destinazione d’uso del terreno in oggetto né della sua conduzione, non ci è possibile azzardare un’ipotesi sulla provenienza di tale miscela, indubbiamente piuttosto inconsueta (residui dell’abbandono di accumulatori esausti ?). Sta di fatto che il testimone, incuriosito da quella strana polvere formata da cristalli tetragonali di color bruno-scuro, ha compiuto (a suo dire) un primo esperimento "fai da te", verificandone la reazione a contatto col fuoco ed ottenendone una decisa fiammata.

    Sappiamo per certo che i due composti sopra menzionati, che costituiscono in massima parte la miscela, non sono infiammabili; ma è altrettanto vero che, con buona probabilità, il Sig. Isanelli ha inconsciamente sperimentato un’altra proprietà delle sostanze suddette. Infatti in entrambi i casi si tratta di ossidanti: composti che, se riscaldati, cedono facilmente ossigeno; il quale, com’è noto, è un ottimo comburente (consente cioè a qualsiasi sostanza cui sia a contatto di bruciare). Questa proprietà del biossido di piombo (detto << ossido pulce >>, per il suo colore) è ben conosciuta a livello industriale: infatti viene mescolato, nella fabbricazione dei fiammiferi di legno, a zolfo o fosforo rosso, per agevolarne la combustione.

     

    c) CRISTALLI

     

    I risultati più interessanti, tanto clamorosi quanto inattesi, sono senza dubbio venuti dall’analisi diffrattometrica dei cristalli rinvenuti dagli inquirenti sul fondo delle tre depressioni circolari.

    Evidenziamo di seguito la composizione chimica di tali cristalli, confrontata con quella del terreno cui erano frammischiati.

    I dati in nostro possesso, quindi, dimostrano inequivocabilmente che le gemme cristalline in oggetto sono composte da QUARZO (o biossido di silicio), di forma a, puro al 100 % : vale a dire senza alcuna inclusione di altri elementi.

    Ma cosa c’è di strano in tutto questo ?

    Se avrete ancora la pazienza di seguirmi, vedremo che le sorprese sono appena cominciate !

     

    DUE PAROLE SUL QUARZO ...

    Il quarzo è un minerale composto di biossido di silicio (SiO2) ed è un comune costituente di molti tipi di rocce.

    Si presenta sotto forma di cristalli prismatici (spesso geminati) oppure in ammassi microcristallini compatti, di svariate forme. Generalmente è incolore, talvolta leggermente colorato in varie tonalità (dovute ad impurezze), trasparente o translucido.

    La varietà incolore, limpida e trasparente, è nota come << cristallo di rocca >> o QUARZO IALÌNO (dal greco YalinoV = vitreo). Il quarzo ha durezza 7 nella scala di Mohs; è piezoelettrico (= se sollecitato meccanicamente, genera una scintilla; proprietà utilizzata negli accendigas) ed esiste in due modificazioni allotropiche: il quarzo a (che cristallizza nel sistema trigonale) e quello b (che cristallizza nel sistema esagonale).

    Molteplici sono gli impieghi del quarzo nell’industria: costruzione di oscillatori radio, apparecchiature scientifiche (ottiche, elettroniche, informatiche), orologi, calcolatori, ecc.

    Il quarzo ed i suoi derivati sono stati sintetizzati nei tempi della formazione della Terra, con il concorso di alte temperature ed alte pressioni. Può anche essere sintetizzato artificialmente, mediante l’uso di forni speciali, che sfruttano l’energia combinata di alti livelli di temperatura (oltre 1600 °C) e pressione (decine di atmosfere), per tempi che possono variare da due mesi a due anni.

    Fin qui, recita la chimica, tutto regolare.

    Cominciamo ora a vedere cosa c’è di strano in tutta la vicenda raccontata dal Sig. Isanelli. Al di là dell’attendibilità o meno del testimone, la chiave che non gira nella serratura è costituita proprio dal quarzo, che è stato trovato dove non doveva essere.

    Vedrò di spiegarmi meglio.

    I cristalli di quarzo si trovano solo in montagna (negli anfratti rocciosi, all’interno delle faglie, nei giacimenti metalliferi come minerale di ganga; mai sotto forma di gemme isolate, ma sempre "incastonate" in blocchi di altri minerali), ma non sono "nati" in montagna. Come abbiamo accennato, il quarzo (uno dei costituenti più comuni della crosta terrestre) è il prodotto, formatosi lentissimamente nel corso di milioni di anni, delle enormi compressioni esercitate dalle masse d’acqua sulla crosta terrestre, nel fondo degli oceani, unitamente alle altissime temperature di cui godeva il nostro pianeta nell’era primordiale. Poi, nel corso dei millenni, il fondo dei mari (sotto la spinta delle derive continentali) si è "corrugato", come un tappeto che viene spinto verso il centro dai lati opposti, innalzandosi sopra il livello delle acque; ed allora succede che oggi vediamo i monti ove una volta c’era solo un’unica distesa liquida. Ma la zona di Stra non si trova in montagna: è al limite di una pianura di origine alluvionale, generata nell’era Neozoica dal trasporto a valle di sedimenti e detriti fluviali. Pertanto rinvenirvi quarzo cristallino è un evento assolutamente fuori dalla norma.

    A questo punto qualcuno potrebbe sostenere che, comunque, di quarzo nel terreno ce n’è (abbiamo visto come il biossido di silicio sia uno dei minerali più comuni nella crosta terrestre). Ma se questo è vero (e l’analisi diffrattometrica lo ha stabilito), è altrettanto vero che la sua presenza nel terreno è in forma amorfa (e non cristallino-trigonale) e la sua percentuale nel punto in cui sono stati trovati i cristalli è solo del 23 %, mentre il quarzo che li compone è puro al 100 %. Ciò significa che, se per una qualsiasi ragione che al momento ci sfugge, la natura avesse compiuto la "stravaganza" di sintetizzare quei cristalli partendo dal quarzo amorfo del terreno, le gemme che ne fossero derivate avrebbero forzatamente dovuto contenere tracce di altre sostanze, come impurità.

    E’ come se un "artista" fosse riuscito ad ottenere una statuetta di sale, a partire da una miscela di cristalli di cloruro di sodio e saccarosio, usando un "setaccio" molecolare ! In ogni caso, i cristalli avrebbero dovuto trovarsi disseminati un po’ dappertutto nel campo e non concentrati sul fondo delle tre depressioni.

    Anche l’uomo, seguendo gli insegnamenti della natura, ha imparato a sintetizzare artificialmente i cristalli di quarzo (il cui impiego, come abbiamo visto, è all’ordine del giorno), ma per ottenere ciò in tempi non biblici deve utilizzare, come s’è detto, tecniche particolari: ad esempio, "incubare" una soluzione satura di biossido di silicio a pressione e temperatura molto elevate per periodi relativamente lunghi.

    Come abbiamo visto, dunque, realizzare cristalli di quarzo in laboratorio non è operazione né semplice né rapida.

    In ogni caso un "inquirente" che si rispetti deve giocoforza formulare teorie alternative, anche se in contrasto con quelle in apparenza più logiche. Ecco perché, a questo punto, è lecito chiedersi: e se qualcuno ("terrestre", per intenderci) si fosse preso la briga di "seminare" volutamente, per motivi scarsamente comprensibili e comunque insensati, i cristalli di quarzo sul fondo delle impronte ?

    Tutto è possibile; anche se, ad onor del vero, tale operazione presenta non poche difficoltà, del tipo:

    1) - reperire (in una zona montagnosa o in una cava) una buona quantità di blocchi rocciosi, contenenti cristalli di quarzo di medie dimensioni (0,5 x 1 cm.);

    2) - staccare preventivamente (non sono stati trovati "in loco" residui di materiale roccioso) con un microscalpello, una per una, le gemme dal substrato, facendo attenzione a non incrinarle, troncarle o frammentarle: i cristalli rinvenuti, infatti, sono otticamente integri;

    3) - compattare tenacemente il fondo delle depressioni, dopo avervi nascosto i cristalli; questo perché, altrimenti, la natura stessa del fondo del terreno, se prima non lavorato, non avrebbe consentito la deposizione delle gemme (non sono state rilevate tracce di terreno smosso all’intorno).

    Se poi si tiene conto che l’operazione di occultamento dei cristalli deve essere effettuata di notte (per ovvi motivi di...anonimato !), alla luce di una torcia elettrica e con temperatura sotto zero, data la stagione, si può ben immaginare quanto debba "costare" al o agli ideatori, in freddo e fatica, questo tipo di messinscena.

    Ma la mente umana è complessa, si sa; quindi nulla deve far meraviglia...

     

    COS’È SUCCESSO A MONTALCINO ?... 

    Come il medico che, di fronte ad una patologia nuova, cerca di verificare se esistono casi simili descritti in letteratura e come l’investigatore che si documenta circa i precedenti dell’evento delittuoso cui sta lavorando, così l’inquirente scientifico del CUN, di fronte ad un caso particolarmente strano come quello in oggetto, è tenuto a compiere un’analisi retrospettiva dei casi analoghi, prima di giungere ad una conclusione fondata e serena.

    In questa occasione ci viene in aiuto l’amico e collega parapsicologo Sergio Conti, che pubblicò l’inchiesta dal titolo "Le pietre nere di Montalcino" sul << Giornale dei Misteri >> n.° 133 del giugno 1982 (pp. 5-7).

    << Nei primi giorni del giugno 1967 - descrive il Dr.Conti - l’allora diciassettenne Giuseppe Aldini, abitante a San Casciano Val di Pesa, si recò in gita a Montalcino (Siena) con i genitori. La sera stessa del suo arrivo, verso le h. 22.15, dalla finestra della camera dove aveva preso alloggio vide sfrecciare nel cielo, a quota relativamente bassa, uno strano "corpo" sferico di colore rosso-cupo; questo si spostava velocissimo ad un’andatura costante e si defilò nel più assoluto silenzio, attraversando la porzione di spazio visibile in pochi secondi. Il ragazzo, incuriosito non più di tanto dal misterioso fenomeno (non si è mai interessato, né prima né dopo, a problemi del genere), non diede eccessivo peso alla cosa e poco più tardi si coricò. Verso mezzanotte la stanza di Giuseppe, che da sveglio stava ripensando alla strana "palla rossa" osservata poco prima, fu invasa da un tenue chiarore diffuso, di colore rosso, proveniente dalla finestra aperta. La "vampata" di luce rossastra durò solo 5-6 secondi, ma fu sufficiente a spingere Giuseppe ad alzarsi da letto ed affacciarsi alla finestra, per rendersi conto di ciò che stava accadendo. Vide allora, oltre un dosso che nascondeva un prato attiguo ad un vigneto, a circa 300 mt. dalla casa ove si trovava (che era al limite del centro abitato e guardava verso l’aperta campagna), un bagliore rossastro, che andava poco a poco affievolendosi; finché ogni riflesso scomparve del tutto e la campagna ripiombò nel buio della notte. Il ragazzo tornò a letto, ripromettendosi di effettuare il giorno appresso un sopralluogo; cosa che puntualmente avvenne il pomeriggio successivo.

    L’Aldini si trovò così di fronte ad un "qualcosa che lo fece rimanere di ghiaccio" (per usare una sua espressione): la traccia di un grosso cerchio, del diametro di una trentina di metri, che sembrava "impresso a fuoco" sul terreno.

    Era formato da una grande "corona circolare", larga una ventina di cm. e profonda dai 10 ai 15, che mostrava evidenti segni di bruciatura: l’erba era arsa e il terreno come indurito da una "cottura". Nella parte centrale del cerchio vi erano quattro impronte circolari (del diametro di un metro e profonde 30 cm.), perfettamente equidistanti dal centro e disposte agli angoli di un ipotetico quadrato, entro il quale la terra appariva di nuovo completamente riarsa, come se vi fosse stata proiettata la vampa di un lanciafiamme. All’interno della "corona circolare" Giuseppe rinvenne numerose pietruzze di colore scuro, durissime, di forma poliedrica e dalla superficie liscia e pulita. Alcuni di questi reperti furono consegnati da parte della S.U.F. (Sezione Ufologica Fiorentina, di cui lo scrivente è il rappresentante per la provincia di Parma) all’Istituto di Mineralogia, Petrografia e Geochimica dell’Università di Firenze, diretto dalla Prof.ssa Nara Coradossi.

    All’analisi diffrattometrica (la stessa impiegata per le "gemme" di Stra), condotta dal Dr.Corsini, si rivelarono "cristalli di quarzo di tipo a (trigonale) senza impurezze di altri minerali" >>.

    Qui termina la scrupolosa ricostruzione dei fatti curata dal Dr.Conti.

    Tuttavia, come ogni indagine scientifica seria e scevra da preconcetti deve contemplare, occorre considerare anche quei particolari che potrebbero prestare il fianco ad interpretazioni diverse da quelle di carattere ufologico.

    Il tipo di quarzo a (a struttura prismatica) rinvenuto nella traccia di Montalcino è facilmente reperibile in zona, in quanto fa parte della struttura geologica del senese. Questo potrebbe togliere valore alla sua presenza nel luogo del presunto atterraggio, se non fosse inspiegabile (come nel caso di Stra) il fatto della notevole quantità di cristalli trovata in quel preciso punto e, quel che più fa specie, limitatamente allo spazio circoscritto dal cerchio, impresso al suolo dal contatto con l’ordigno sconosciuto. Pertanto sembra non essere azzardata l’ipotesi che i residui lìtici raccolti dal testimone si siano formati in conseguenza di un’azione energetica (termica ?) esercitata sugli elementi che componevano il terreno, i quali si sarebbero trasformati fino ad assumere quel particolare aspetto.

    Come si evince, dunque, le stesse considerazioni (formulate per un "caso" avvenuto oltre trent’anni or sono in una regione geologicamente diversa) risultano ancor oggi valide e, fino a prova contraria, le uniche tuttora compatibili con l’interpretazione in chiave extraterrestre: la qual cosa sta a confermare, se mai occorresse, che il fenomeno U.F.O. resta al di fuori e al di sopra del tempo e dello spazio.

     

    Facciamo il punto della situazione...

     Sebbene siano trascorsi quasi due anni dal presunto atterraggio di un ordigno "alieno" in prossimità della riviera del Brenta, quello di Stra continua dunque ad essere un caso alquanto controverso, dal momento che vi si aggiungono sempre nuovi particolari, col sistema del "contagocce", creando confusione nell’obiettiva interpretazione degli eventi.

    L’unica certezza, a questo punto, è quella che la tesi sostenuta dai <<Burloni di Villa Celin>>, in occasione della conferenza stampa rivelatoria del 5 giugno ‘99, si è puntualmente ritorta contro i sedicenti "falsari", per le motivazioni che esporremo più avanti. Segno, questo, che quando si trattano argomenti seri (e quello che studia il fenomeno degli Oggetti Volanti Non Identificati vi appartiene di diritto, visto che se ne occupa anche l’Aeronautica Militare, intervenuta quest’anno in veste ufficiale all’8° Congresso Mondiale di S.Marino, organizzato dal C.U.N.) non ci si può lasciar prendere la mano dall’improvvisazione o, peggio, condurre dalle elucubrazioni pseudo-scientifiche di un laureato in cerca di protagonismo: la troupe di <<Scherzi a parte>> impiega anche dei mesi per realizzare una burla della durata di pochi minuti !

    Più che giustificata, quindi, la denuncia inoltrata dal Presidente del CUN, Dr.Roberto Pinotti, in data 3 settembre ‘99 alla Stazione Carabinieri di Firenze-Galluzzo (poi trasmessa al GIP presso la Procura di Venezia, per competenza territoriale) contro i sedicenti autori della presunta beffa, incorsi nel reato di autocalunnia o, a scelta, in quello relativo alla diffusione di notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico (art. 656 del C.P.).

    Ma vediamo di fare, se possibile, un po’ di chiarezza sul caso; all’uopo occorre inevitabilmente effettuare un "riepilogo delle puntate precedenti" :

    - sabato 19 dicembre 1998, alle h. 23.00 circa, si verifica l’atterraggio del presunto "velivolo alieno" nel campo attiguo al vigneto ed all’abitazione del testimone, sita in Via Agnoletto a Stra (VE);

    - due giorni dopo, il 21/12, la notizia compare nella cronaca locale del quotidiano "Il Gazzettino di Venezia";

    - il giorno appresso (22/12) i rappresentanti del C.U.N. di Venezia, Paolo Di Pasquale e Dario Corrò, si recano per primi sul posto (poche ore dopo anche altri ricercatori vi compieranno un sopralluogo), effettuando rilievi e prelievi di campioni di suolo, secondo le procedure impartite via cellulare dal sottoscritto (Biologo nonché Consulente Scientifico del CUN);

    - mercoledì 30 dicembre l’ufologo "indipendente" Prof. Antonio Chiumiento mostra sulle pagine del "Gazzettino" i cristalli rinvenuti all’interno delle impronte sul campo di Via Agnoletto, gli stessi che, nel frattempo, erano già sottoposti ad analisi presso un Laboratorio del CNR di Parma;

    - domenica 3 gennaio 1999 lo stesso quotidiano pubblica l’ipotesi di un sedicente quanto anonimo "appassionato di letteratura poliziesca" (che cita come personaggi preferiti, nella telefonata al centralinista del giornale, Mike Spillane, Sherlock Holmes, Hercule Poirot e ... Maigret!), secondo il quale le tracce sul campo in questione erano il risultato di uno scherzo architettato da alcuni ragazzi del paese. Ed è proprio da quest’ultimo particolare che, con ogni probabilità, i "rei confessi" (o, meglio, la "mente" che li ha manovrati) hanno preso spunto per la successiva autocalunnia: perché, altrimenti, attendere sei mesi per la "dichiarazione ufficiale" ?

    - il 20 gennaio 1999 le analisi effettuate dal sottoscritto, grazie alla disponibilità dei Colleghi del CNR di Parma, erano terminate e consegnate al Presidente del CUN, Dr.Roberto Pinotti, in attesa di essere pubblicate sul mensile <<UFO - Notiziario del Centro Ufologico Nazionale dal 1966>>; pubblicazione mai avvenuta prima d’ora, ma certamente per cause non dipendenti dalla mia volontà.

     

     Ed è a questo punto che insorgono, evidenti, le prime perplessità:

    Questo perché il cannello ossi-acetilenico sviluppa una temperatura di circa 1.500 °C, temperatura che avrebbe inevitabilmente provocato la fusione dei silicati, presenti in abbondanza nella composizione del suolo, in agglomerati vetrosi; così come accadde a Mohenjo-Daro (D.W.Davenport/E.Vincenti - 2000 a.C.: distruzione atomica - SugarCo, 1979). I dati termografici invece dimostrano che il terreno è stato sottoposto ad una temperatura non superiore a 510 °C per un lasso di tempo di circa un minuto.

    In queste prime risultanze delle analisi, tuttavia, non si fa alcuna menzione dei cristalli rinvenuti in profondità, all’interno delle tre depressioni circolari, sia dal testimone (Sig.Isanelli), sia dagli inquirenti del CUN, nonché dal Prof.Chiumiento.

    Dalle analisi da me effettuate, tuttavia, non era emersa alcuna traccia di radioattività, altrimenti sarebbe scattato il dovere etico-professionale di avvertire immediatamente il pronto intervento dell’ARPA (Agenzia Regionale Prevenzione Ambientale) competente per territorio. Ritengo superfluo ricordare che, se veramente i cristalli fossero stati radioattivi, a parte la domanda - dove sono stati trovati ? -, sia i tre presunti autori della burla, sia chi scrive (che li ha maneggiati a lungo e addirittura ne conserva uno sulla propria scrivania) ora sarebbero impegnati in ben altre faccende: ad es. combattere la leucemia...

    Come si può ricavare dalle analisi effettuate non si tratta di quarzo rosa (abbastanza raro), ma di quarzo "ialìno" (=vitreo); resta poi da spiegare come hanno fatto i tre ragazzi, che hanno dimostrato una buona dose di grossolana improvvisazione nell’allestimento dello scherzo (pentola, telone, corda, martello, gamba di tavolo, cornice di quadro), ad ottenere l’avulsione delle gemme cristalline dal blocco di minerale originario senza provocarne la frammentazione, la scalfittura o l’incrinatura: i cristalli a me pervenuti, infatti, risultano perfettamente integri !

    Ciò che rende più perplessi, tuttavia, è la conclusione del suddetto analista, quando afferma che <<...il cristallo incolore e trasparente (=ialìno; N.d.A.) rinvenuto nel terreno di Via Agnoletto non solo non è risultato radioattivo, ma non è neppure biossido di silicio (=quarzo): si tratta solo di una comune scheggia vetrosa>>. A questo punto -continua Dattilo- si presentano due alternative, entrambe inquietanti: o i risultati del Laboratorio belga non sono attendibili, oppure allo stesso sono pervenuti campioni diversi da quelli prelevati "in loco". Ipotesi, quest’ultima, da non sottovalutare, visto che alla fantomatica "polverina" composta di "cubetti" di color vinaccia molto scuro (dal sottoscritto identificata come una miscela di composti di piombo), raccolta dal testimone e consegnata sia al CUN che al Prof.Chiumiento, se n’è aggiunta in un secondo tempo un’altra completamente diversa, color ambra chiaro, presente solo nel campione analizzato dal Sig.Dattilo e dallo stesso definita come "reperto dalle caratteristiche inusuali ed inesplicabili, tali da renderne impossibile l’identificazione con elementi e/o composti noti".

    Questo con buona pace dei tre buontemponi !

     

     

     

    BIBLIOGRAFIA

    A.Ferrari - CHIMICA GENERALE E INORGANICA - Università di Parma, 1958

    GALILEO - ENCICLOPEDIA delle SCIENZE e delle TECNICHE (vol.8°) - Sadea Editore, Firenze - 1966

    IL GIORNALE DEI MISTERI (n.°133) - C.Tedeschi Editore, Firenze - giugno 1982

    C.U.N. - NOTIZIARIO UFO (n.°101) - P.Violin Editore, Padova - sett./ott. 1983

    Boncompagni/Lamperi/Ricci/Sani - UFO IN ITALIA (vol.3°) - Edizioni UPIAR, Torino - 1990

    Verga M. - TRACAT (III ed.) - Edizioni UPIAR, Torino - 1992

    Bianchini M./Cappelli R. - GLI UFO IN VISITA A SIENA - Edizioni UPIAR, Torino - 1996

    Ropper J. - IL SEGRETO DEI TESCHI DI CRISTALLO - Edizioni Piemme, Casale Monferrato - 1998

    (23/10/2000 Tg0-positivo)