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Dice il saggio ...
"L'errare è comune a tutti gli uomini (Sofocle (Antigone))

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  • Il mio nome non è malato mentale

    Il mio nome non è malato mentale

    La mente e gli scherzi che gioca

    La mente, un meraviglioso strumento a nostro servizio, gioca talvolta brutti scherzi.

    E non capita sempre solo agli altri. La depressione, per esempio, è più diffusa e insidiosa di quanto si pensi. Secondo alcuni studiosi, nel 2010, sarà la seconda malattia dei Paesi Occidentali mentre il suicidio la seconda causa di morte tra i giovani.

    “Sto camminando in un prato fiorito – ha raccontato un giorno un uomo caduto nella spirale della depressione - e mi sento mancare la terra sotto i piedi, sprofondo, cado: Sono qui, fermo, e aspetto non so che cosa... E’ troppo brutto stare qui dentro perché questo buio nero è più forte della mia volontà e io non sono più niente e il buio nero lavora dentro di me in modo tutto negativo. Ma dove si è generato? Vorrei proprio saperlo!”

    Quando ci si trova in questa situazione il lavoro diventa un’opportunità vitale sia per tenersi occupati ma soprattutto per reinserirsi nella società dalla quale ci si era, momentaneamente, appartati.

    Se n’è parlato al convegno tenutosi l’11 giugno scorso presso Palazzo della Provincia a Treviso, “Altre voci. Inclusione sociale nel binomio lavoro/tempo libero”, promosso dal Progetto Ulisse Onlus, dall’Ulss 9 Dipartimento di Salute Mentale (Dsm) e dalla Provincia di Treviso. “Al di là della professionalità che viene richiesta loro – ha commentato l’assessore alle Politiche Occupazionali, Denis Farnea -, il lavoro ne definisce soprattutto il ruolo umano che ricoprono nella società. All’interno del Piano provinciale per il Lavoro l’inclusione sociale delle persone in disagio ha una parte fondamentale ma serve il collegamento completo con tutte le strutture che se ne occupano”.

    Una comunità è ricca, perché ha in sé la fragilità

    Una rete di aiuto, dunque, per ‘includere’ nuovamente queste persone nella società civile, anche grazie al lavoro: “Per anni questi soggetti fragili hanno sperimentato un’esperienza di esclusione – ha aggiunto Gerardo Favaretto, direttore dei Servizi Sociali - nei percorsi di cura e in spazi distinti della comunità dove la persona era ‘esclusa’. A questo si è aggiunta la difficoltà quotidiana di esprimere la propria appartenenza alla comunità, che deve sviluppare una cultura etica della partecipazione dei propri componenti. Esse hanno soprattutto bisogno di ridare senso alla loro esistenza e dobbiamo aiutarle: una comunità è ricca perché ha in sé anche la fragilità”. Avere un’occupazione, stringere relazioni umane significative per il proprio vissuto e rendersi testimoni di un’esistenza di cui la comunità non può fare a meno - e sarebbe cieca anche solo a pensarlo - diventano così una sorta di bussola con cui orientarsi in un mare spesso cupo e senza fine: “Includere vuol dire integrare la persona – ha sottolineato il sociologo Ulderico Bernardi, invitato a dare il proprio contributo –, perché l’uomo vive di relazioni, non è un’isola. Dalla parentela all’amicizia alla normale pratica delle relazioni, c’è bisogno di condivisione, altrimenti non potremo reggere l’urto di un’innovazione costante. E’ un problema per chi vive una vita ordinaria, figuriamoci allora per chi ha delle fragilità. Il nostro compito dunque, anche in queste associazioni, è ricucire e restaurare le relazioni cogli altri, così intense nel bisogno nel ritrovare degli ideali e condividerli. Altrimenti non potremo definirla società, ma un agglomerato più o meno casuale di persone che la vita costringe ad avere relazioni”.

    Includere per integrare nella Marca Trevigiana

    L’esperienza di inserimento lavorativo nelle Cooperative di tipo B ha avuto inizio quasi dieci anni fa, nel 1999, con Il Solco cui poi si sono aggiunte altre realtà, fino a formare un vero e proprio sistema di cooperative sociali oggi raggruppate in Ati Altamira 2 e 3, che lavorano insieme al Csm supportandone i progetti, come racconta Ennio Martignago del Consorzio Intesa: “Diamo modo di fare esperienze lavorative, riabilitative e di inserimento sociale a persone che altrimenti non troverebbero collocazione, fino all’acquisizione di peculiarità tali che l’utenza possa diventare anche socio della cooperativa o sia inserita in un contesto lavorativo. In quattro anni le cooperative hanno investito 2 milioni di euro, avviato 400 persone alla formazione e assunto un centinaio. Ma solo un sistema integrato di percorsi e rapporti può render ancor più efficace il nostro lavoro”. Il Sil di Treviso, invece, è stato uno dei primi della Regione Veneto, già dagli anni ’80, a occuparsi di persone con disabilità intellettive sino a dedicarsi poi, intorno agli anni 90 e insieme al Dsm, alla loro inclusione lavorativa nelle aziende vere e proprie. “Le aziende hanno sempre risposto con disponibilità e prontezza – racconta Chiara Gobbo – C’è l’obbligo della legge 68, è vero, ma non si fanno le cose solo per legge. Su 1.500 contattate, l’80% delle aziende si sono rese disponibili. Bisognerebbe trovare un modo per riconoscere loro questa sensibilità, magari assegnando un bollino di qualità. Sono tempi difficili, non possiamo nascondercelo e non è facile cercare tirocini. Servono soldi e maggiori sinergie”.

    Il mio nome non è malato mentale

    “Senza di loro, sarei stata emarginata - racconta Nadia - perché la gente non capisce questi problemi, mentre in cooperativa tutti mi hanno dato qualcosa per andare avanti”. “Gli anni in cui ho lavorato non sono sempre stati – aggiunge Maurizio - ma qui mi hanno sempre aiutato. Il lavoro gratifica, ti senti stanco alla sera ma grande come uomo, hai soldi e puoi uscire di casa e trovarti con gli amici e i tuoi punti di riferimento, in più ti senti utile. Adesso sono socio lavoratore e voglio diventare caposquadra”.

    “Mi sono ammalato 15 anni fa, gravemente e avevo perso la speranza, ma non è vero che perdete la vita. Potete guarire e diventare più forti del male. Prima stavo a casa 5 giorni, reagendo sono diventati 4, poi 3, poi 2 e poi 1. Si può lottare e star bene. Si tende a etichettare le persone, ma siamo tutti come iceberg: si vede solo la punta e l’altro 90%? Dobbiamo imparare ad accettarci. E il mio nome non è malato mentale: io sono Emilio”.

    (11/07/2008 Tg0-positivo)