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  • Il diritto alla sicurezza e alla legalità

    Il diritto alla sicurezza e alla legalità

    di Paola Fantin

    Esiste un’industria che alimenta ad arte la paura oppure l’insicurezza crescente percepita dalle popolazioni – in Italia in generale e nella Marca Trevigiana in particolare – ha una sua ragion d’essere? E perché giornali internazionali come il New York Times e Le Monde parlano di un ‘modello Treviso’, ricordando che è una delle province più multietniche di Italia, con circa 78 mila stranieri appartenenti a ben 142 nazionalità?

    A queste e ad altre domande ha tentato di rispondere lo studio sulla Percezione della Sicurezza nel Veneto e a Treviso, compiuto dal direttore scientifico dell’Osservatorio provinciale sulla Criminalità e Sicurezza, Francesco Sidoti.

    L’indagine si inserisce all’interno delle azioni portate avanti dall’Osservatorio ed è stata presentata congiuntamente qualche tempo fa, a Treviso, dal presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro, dal procuratore capo della Repubblica di Treviso, Antonio Fojadelli, dal professore di Antropologia criminale dell’Università di Trieste, Pierpaolo Martucci e dal direttore del Centro Studi Criminologici, Francesco Sidoti.

    Dopo aver ricordato che l’Osservatorio nasce allo scopo di indagare i fenomeni legati alla criminalità e allo stato di sicurezza nella provincia di Treviso, Antonio Fojadelli ha sottolineato che “le società occidentali si contraddistinguono perché si danno regole per comporre i problemi. E’ importante indagare sul perché di certi fenomeni per contrapporsi ad una lettura di carattere ‘emotivo’ e per offrire un contributo alla soluzione dei problemi.”

    Il Veneto e il ‘caso Treviso’

    Anche se il caso Treviso va letto in un contesto che non è solo locale, ma anche nazionale e internazionale (Usa, Gran Bretagna, Francia per citare alcuni Paesi da tempo perseguono una politica della sicurezza), proprio per questo risulta illuminante la dichiarazione fatta ad aprile dal comandante provinciale dei Carabinieri di Treviso, il colonnello Nardone che ha detto: “L’anno scorso abbiamo assistito a eventi criminali importanti per cui direi che il sentimento di percepita insicurezza della gente era motivato”. Nel sottolineare il miglioramento successivo egli rilevava poi che esso era dovuto semplicemente all’arrivo a Treviso di cinquanta nuovi carabinieri: “Sono ragazzi giovani che operano sulla strada proprio per prevenire furti in appartamenti e spaccate. D’altronde la provincia richiede questo: pattuglie e uomini sulla strada. Il nostro sforzo è andato proprio in questa direzione, nell’aumentare i servizi esterni”. Detto che l’immigrazione è una risorsa e una necessità, “sarebbe allora assurdo non prendere in considerazione i costi dell’immigrazione stessa, spesso pagati in prima fila dai ceti popolari, sia in termini di concorrenza sul mercato del lavoro sia in termini di reati subiti – commenta Sidoti – Un’analisi che possiamo fare onestamente e obiettivamente visto che dal punto di vista della giustizia e inclusione sociale il Veneto è la regione italiana più disponibile”.

    Secondo i rapporti Caritas e Cnel, infatti, la Marca è al sesto posto per stabilità del soggiorno, ospedalizzazione e ricongiungimento familiare, contro il 53° posto di Roma. Il Veneto, in generale, invece fornisce una rete di coesione sociale e di protezione della qualità della vita attraverso servizi che prevedono interventi negli ambiti più vari, dall’inserimento lavorativo al tempo libero, dall’assistenza agli anziani al welfare di comunità. Ed è un fatto che la prospettiva della sicurezza, continua Sidoti, “include un’ampia serie di temi sociali e culturali prima che di carattere penale o repressivo”.

    Terra di conquista per ‘delinquenti che emigrano’?

    In realtà, il problema dell’emigrazione sembra essere solo uno degli aspetti della sicurezza nella Provincia di Treviso, diverso da come si presentava agli inizi degli anni Ottanta e mutevole con il prossimo avvento di immigrati di seconda e terza generazione. “In generale – spiega Sidoti – è difficilmente contestabile la convinzione secondo la quale il problema oggi è costituito non più da ‘emigrati che delinquono’ ma da ‘delinquenti che emigrano’ dai paesi di origine, come sostenuto da diversi procuratori della Repubblica (Fojadelli per Treviso e Maddalena per Torino ndr.), con una storia personale specifica e drammatica, alla ricerca di contesti economi e istituzionali più accoglienti e redditizi, dove sono minori i costi e maggiori i benefici dell’azione criminale”.

    All’interno di questo scenario, si colloca dunque la percezione della sicurezza nelle popolazioni che assistono, inermi, all’aumentare e all’incattivirsi di quella che un tempo era definita quasi blandamente microcriminalità, alle incursioni di una criminalità straniera efferata fino all’impotente consapevolezza delle disfunzioni dell’apparato giudiziario e dell’incertezza della pena dell’Italia. A chiudere il ben poco idillico quadretto si aggiungono poi episodi sempre più frequenti di guida automobilistica azzardata, di violenze connesse a manifestazioni sportive e di bullismo nelle scuole che rendono incerta la vita in ogni momento e luogo della giornata, sia per grandi che per piccini.

    E dunque, anche se in termini numerici tra il 1991 e il 2004 siamo scesi da 1.916 omicidi a 714, sono invece aumentate del 24% le rapine che producono una percezione di rischio molto alta, essendo spesso accompagnate da violenza. Questi dati poi vanno integrati da un’altra considerazione: che nei primi 11 mesi dopo la promulgazione dell’indulto, i delitti sono passati da un + 2.8% a un + 13.4%, con un aumento costante di furti, estorsioni, omicidi, lesioni dolose, reati connessi agli stupefacenti e violenze sessuali. Un dato per tutti: su 90 mila persone arrestate o condannate nel 2005, ai primi del 2008 solo 4 mila erano ancora in carcere.

    Pochi, infine, sanno che dal 1974 a oggi sono scomparse nel nulla 30 mila persone, senza che di loro si sappia più niente.

    Una giustizia alla bancarotta e incertezza della pena

    “Vengo dalla Sicilia – racconta il professor Sidoti – dove spesso si dice che la miglior parola è quella che non viene detta. Ho ricevuto il Premio Borsellino Falcone per il mio impegno e il mio lavoro, ma me lo hanno conferito al Nord, non al Sud. Sento dunque una profonda ammirazione per le terre dove la classe dirigente si esprime per venire incontro alle esigenze dei cittadini, perché è questa la vera politica. Ecco perché il lavoro che presentiamo oggi è importante non solo come modello da esportare in altri territori ma anche perché dimostra che ognuno nel suo Paese deve dare il proprio contributo. Ma proprio per questo, mi sento di affermare che stiamo vivendo oggi una situazione vergognosa, commentata bene da Manganelli che di recente ha detto che in Italia c’è un indulto quotidiano e che la pena è quanto di più incerto possiamo oggi avere. Tra gli esponenti di giustizia, si dice senza mezzi termini che il sistema giuridico è alla bancarotta. La gente non viaggia più di notte in treno perché non c’è sicurezza. Insomma, non c’è un’industria della paura che ci specula, si tratta di una situazione reale. E quello che succede in un microcosmo locale è lo specchio del microcosmo nazionale e internazionale: il problema è destinato a crescere insieme alla globalizzazione che avanza”.

    Fare la cosa giusta nel posto che si occupa

    Diventa di estrema importanza, allora, proprio in momenti di così grande cambiamento che ognuno faccia il proprio dovere sino in fondo, nel posto che occupa e per come gli è possibile, soprattutto quando le certezze vengono meno. Proprio per questo, obiettivo dell’Osservatorio è tenere desta l’attenzione, far rete e unire le forze nel territorio trevigiano, per farne un modello di studio e di prevenzione. La prossima fase prevede un sondaggio con questionario mirato, che verrà inviato ai Sindaci del territorio mentre a ottobre si terrà un nuovo convegno dove si approfondiranno i temi della violenza sulle donne e della tossicodipendenza.

    (10/06/2008 Tg0-positivo)