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  • La tutela delle lingue nel mondo

    La tutela delle lingue nel mondo

    Intervista a Gianna Marcato, docente di Dialettologia Italiana a Padova

    Il 21 febbraio prossimo si celebrerà in tutto il mondo la Giornata Internazionale della Lingua Madre, giunta ormai alla sua VIII edizione.

    La lingua madre, da sempre, è il solo mezzo per comunicare in modo efficace tutto un mondo di valori culturali e sociali, di tradizioni e di conoscenze specifiche di un territorio, di una comunità, di una generazione che proprio per questo devono essere trasmessi agli uomini e alle donne del futuro.

    Più del 50% delle circa 6.700 lingue parlate attualmente nel mondo è, invece, oggi purtroppo in serio pericolo e, insieme a esse, è a rischio di estinzione anche la visione del mondo che rappresentano, proprio per questo unica in sé e per sé. Del resto, la dice lunga il fatto che il 96% delle lingue esistenti al mondo sia parlato soltanto dal 4% della popolazione mondiale, mentre meno di un quarto delle lingue esistenti nel globo terrestre sono utilizzate a scuola o su internet.

    La tutela della diversità linguistica rientra, dunque, nella più ampia tutela della diversità culturale, la cui salvaguardia è vitale in un mondo sempre più globalizzato e globalizzante. Lo sviluppo del dialogo tra le culture, la promozione del pluringuismo, la tutela delle lingue minoritarie sono i terreni sui quali l’Unesco ha elaborato diversi programmi di intervento e sui quali il dibattito, le riflessioni e la valorizzazione non devono mai venir meno, a tutti i livelli.

    Per offrire un momento di discussione ai lettori abbiamo allora chiesto alla professoressa Gianna Marcato, docente di Dialettologia Italiana alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Padova, di aiutarci a capire quale valore abbia ancor oggi per una comunità la sua lingua madre e come le lingue cambiano nel tempo.

    Perché le lingue mutano e non rimangono identiche nel corso del tempo?

    Le lingue cambiano perché cambiano le comunità dei parlanti: ogni lingua, in quanto strumento di azione sociale, è fatta ad un tempo per legare al passato, ma anche per consentire i protagonismi delle nuove generazioni. Se cambiano rapidamente i bisogni comunicativi imposti dalla storia, anche le lingue rivelano tratti di accentuato mutamento.

    Cosa fa prevalere una lingua rispetto a un'altra, al di là del numero di persone che la parlano?

    Ciò che, storicamente, ha fatto prevalere, in termini non di importanza culturale ma di dominio, alcune lingue su altre è sempre stato il loro legame col potere (politico, economico, di mercato ...).

    Naturalmente, con l'aumento del prestigio sociale, ed imponendo sensi di inadeguatezza e di frustrazione, ogni lingua egemone si è rafforzata, attraendo numeri sempre maggiori di parlanti. Da noi, tutto questo è successo per esempio un tempo con l'italiano, lingua di cultura contrapposta ai dialetti che avevano il sapore della fatica, dell'isolamento e della subalternità, lo è oggi con l'inglese. Il valore culturale di una lingua sta tuttavia anche nella sua aderenza alla realtà sperimentata ogni giorno, alla affettività, che risulta però dimensione forte ma non competitiva nei confronti del “prestigio”.

    Una lingua, anche una piccola lingua, è inscindibilmente trasmissione di modelli, di valori, di filosofia della vita: per questo il fatto di abbandonarla, perché ritenuta troppo debole in termini di potenza ed ampiezza comunicativa, comporta il rischio di rinunciare a trasmettere - e quindi di perdere irrimediabilmente - dei riferimenti importanti. Potremmo vederlo considerando come la crisi dei rapporti sociali si accompagni oggi alla perdita di tutto quel lessico che denotava comprensione, cortesia, attenzione per la persona: chi insegna più, per esempio, ai bimbi le molte formule di ringraziamento, di scusa, di augurio, di riguardo per l'anziano che costellavano la nostra cultura del dialetto?

    Quale valore ha avuto nel tempo (e ha oggi soprattutto) la lingua madre, alla quale l’Europa dedicherà il 21 febbraio prossimo una giornata di studi e riflessioni?

    Quella che comunemente chiamiamo “lingua madre” - e che negli apparati scientifici della linguistica non ha un nome, se non quello di L1 in quanto lingua appresa per prima - ha tutta la ricchezza della comunicazione interpersonale, faccia a faccia, della condivisione delle situazioni e delle affettività. E’ la vera lingua "naturale” appresa impercettibilmente vivendo la realtà dell'ambiente che accoglie, esclusivamente orale, e quindi inscindibile dai gesti, dall'intonazione della voce, dall'espressione dei volti che delle parole integrano il significato. Il poeta Andrea Zanzotto la chiama “lingua per eccesso”, perché per ognuno di noi è la vera, indimenticabile, esperienza di lingua, con la quale siamo portati a confrontare tutte le altre. Nel suo uso ci sentiamo liberi, creativi, ce ne sentiamo pienamente padroni: in effetti lo siamo, perché la sua grammatica è interna a noi, alla nostra competenza di parlanti, non viene da norme apprese dall'esterno e sancite da volumi ed insegnanti.

    Un tempo, in Italia, era prevalentemente il dialetto. E del dialetto è questo anche l'attuale valore culturale, anche quando i cambiamenti della storia lo hanno portato a collocarsi all'interno di un repertorio linguistico più complesso e differenziato.

    Interessanti sono gli studi sull'immigrazione, che ci mostrano che, se il rapporto con i nuovi protagonisti della nostra storia è solidale ed accogliente, anche i dialetti si fanno elementi di socialità, di accoglienza, e non di esclusione.

    (07/02/2008 Tg0-positivo)